Discutere online in modo sostenibile: un decalogo - Agenda Digitale

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Discutere online in modo sostenibile: un decalogo

Pensare di imbastire una discussione online “perfetta” è un po’ un’utopia. A prevalere è spesso lo scontro e con questo andazzo rischiano di venir meno i fondamenti della democrazia stessa. C’è un modo per uscirne: lavorare su sé stessi per riuscire a trarre qualcosa di buono dal confronto. Dieci consigli per riuscirci

28 Dic 2020
Bruno Mastroianni

Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze

Siamo in un’epoca di digitalizzazione estrema. Se prima della pandemia l’onlife, secondo la felice espressione di Luciano Floridi[1], ci poneva in condizioni di integrazione tra vita offline e online, oggi in piena pandemia la dimensione digitale è diventata preminente nelle nostre relazioni professionali, sociali persino affettive.

L’acuirsi dell’infodemia è uno degli effetti di questo aumento esponenziale della presenza online: le informazioni poco attendibili, distorte, piegate a interessi specifici, sono diventate il pane quotidiano di “cittadini informati quanto basta” alle prese con le loro conversazioni quotidiane in rete.

Infodemia, confusione e sfiducia: a rischio le basi della democrazia

In questo scenario aumenta il livello di scontro e di polemica nelle discussioni in cui si assiste a vere e proprie lotte polarizzate sia tra utenti comuni, sia tra esperti e personaggi in primo piano, anche essi spesso dediti a uno stile di comunicazione violento e divisivo.

L’effetto negativo più immediato dello scontro continuo è quello della perdita dei temi: dopo il primo dibattito tra Donald Trump e Joe Biden, tra accuse e attacchi personali, quello che ne è risultato è molta poca comprensione dei temi più rilevanti della politica degli USA da parte degli elettori. Negli scontri tra esperti, il fatto di tendere a sconfessarsi a vicenda più che ad argomentare per sostenere le proprie idee, ha avuto come risultato soprattutto una grande confusione in merito alle questioni affrontate.

Ma c’è un effetto ulteriore, forse anche più grave: lo spettacolo dello scontro, che dà una certa soddisfazione sul momento perché spinge a schierarsi e a vedere il proprio “campione” vincere sull’avversario, alla lunga produce una perdita di fiducia[2]. Su tre aspetti.

  • Il primo è la possibilità di affrontare fino in fondo le questioni: la sensazione è che alla fin fine ognuno ha le sue idee ed è impossibile cambiarle.
  • Il secondo è il senso del dibattito: non sembra più una strada proficua per capire qualcosa della realtà.
  • Il terzo riguarda le persone stesse: tendiamo a percepire come inutile il tentativo di due esseri umani di conciliare le loro idee differenti.

La triplice sfiducia – nei temi, nel dibattito e nelle persone – non fa che aggravare dinamiche ampiamente studiate in rete: il rifugio nelle proprie cerchie, l’assecondare i propri pregiudizi di conferma, trincerandosi in casse di risonanza dove risuonano le opinioni omogenee[3].

Tutto ciò non solo crea un disagio concreto e quotidiano per il cittadino comune alle prese con continue discussioni improduttive su WhatsApp, sui social, nelle mail di lavoro, ecc., ma a livello macroscopico potrebbe sempre più indebolire due elementi fondamentali della democrazia che sono l’accesso alle informazioni e la partecipazione al dibattito pubblico.

In situazione di povertà di confronto, le informazioni diventano sempre più di scarsa qualità, perché non sottoposte alla giusta messa alla prova che dovrebbero sempre subire in processi di conoscenza attendibili; di conseguenza la partecipazione si impoverisce riducendosi ad assegnazioni di consenso (i like, le condivisioni, il seguire i “campioni” della propria bolla di opinioni omogenee) quasi delegando il diritto/dovere di dire la propria e saperla sostenere di fronte agli altri.

Gestione del dissenso e ricadute sulla nostra convivenza

Uno dei temi centrali oggi, insomma, è la gestione del dissenso nelle sue ricadute sul nostro convivere. Il diverso modo di vedere le cose è una delle risorse più utili nella società plurale a patto che sia articolato ed espresso in modo adeguato. Per dissenso intendo qualcosa di molto diverso dalla contrapposizione spettacolare degli scontri: in quest’ultimi infatti le posizioni si giustappongono l’una contro l’altra drenando il consenso ciascuna della propria parte già schierata. Il vero dissentire più che alla contrapposizione corrisponde piuttosto alla contraddizione, cioè a “mettere contro” non le posizioni già assunte (contrap-porre) ma le parole e i ragionamenti (contrad-dire) per mettere alla prova le posizioni che in esse si esprimono.

L’idea insomma è che di fronte al litigio continuo che non porta nulla non abbiamo bisogno di pace comunicativa, ma del suo esatto contrario: ritrovare il gusto per una gara di idee ben fatta, che vada fino in fondo sui temi oggetto di confronto, in cui ci si eserciti con le migliori risorse argomentative e che, infine, perché no, generi anche uno spettacolo che invece di produrre un piacere deplorevole nel vedere due contendenti asfaltarsi, possa lasciare in chi assiste la sensazione di aver capito qualcosa in più della realtà e degli altri con cui convive[4].

Ognuno può fare la sua parte per un confronto costruttivo

Si dirà: è utopico pensare di discutere in modo perfetto nelle condizioni in cui siamo. È un’obiezione che condivido e faccio mia. Si dirà anche: con certi interlocutori non è proprio possibile ragionare. Altro rilievo che non posso che riconoscere. Il punto è che queste due obiezioni si dimenticano di un terzo protagonista presente nella dinamica delle discussioni: il soggetto, cioè ciascuno di noi.

Se possiamo riconoscere che le condizioni del dibattito non sono ideali e non dipendono da noi, e se possiamo anche ammettere che non tutti gli interlocutori saranno all’altezza di un confronto decente e su di loro non possiamo operare cambiamenti, quello che rimane è concentrarsi su come possiamo in prima persona agire per rendere i nostri confronti meno distruttivi e frustranti.

È una prospettiva concreta e sostenibile. È un po’ idealistico, infatti, continuare a pensare quanto siano manchevoli le condizioni contingenti di confronto (sui social, su WhatsApp o nelle mail in cc) o a quanto gli oppositori siano spesso chiusi a ogni dialogo. Molto più realistico e aderente alla realtà provare a lavorare su noi stessi, cioè a vivere in un certo modo i confronti, per riuscire a trarre qualcosa da essi, invece che ripetere all’infinito l’esperienza insoddisfacente della contrapposizione che non va da nessuna parte.

Il decalogo

A tal fine ci sono almeno 10 azioni del soggetto che si possono sempre compiere, qualsiasi siano le condizioni in cui avviene la discussione e quali che siano gli interlocutori[5]:

1. Ignora le provocazioni, concentrati sulle argomentazioni.

2. Accetta quando l’altro ha ragione.

3. Se ha ragione in parte, adotta quello che dice adattandolo a ciò che vuoi dirgli.

4. Di fronte a un bivio forzato, usa il “dipende”.

5. Se ti offre prove, chiedi la fonte. Se dà giudizi, chiedigli le ragioni. Se non capisci, chiedi spiegazioni.

6. Assicurati che state dando gli stessi significati ai termini.

7. Se devi confutarlo, assicurati di avere argomentazioni consistenti.

8. Se sei attaccato in modo pertinente, fai la mossa del gattino: rivestiti del tuo limite e fanne la tua forza.

9. Se travisano intenzionalmente le tue parole, tu torna sul tuo argomento.

10. Ricordati che parli alla moltitudine silenziosa che tutto il tempo assiste.

Vediamole una alla volta.

Ignora le provocazioni, concentrati sulle argomentazioni

La qualità di una discussione dipende dagli argomenti, ma anche dagli scopi. Non c’è solo ciò che si dice, ma anche i motivi che spingono qualcuno a esprimere certe idee. Non tutti gli argomenti meritano discussione, così come non tutti gli scopi sono da assecondare. Dalla capacità di lasciar cadere argomenti e scopi distruttivi, per rivolgersi invece alle parti costruttive e argomentate, dipende molta della salute delle nostre interazioni.

Gli argomenti ad esempio possono essere:

  • oggettivi ed esterni, quando si parla di ragioni, prove, fatti, elementi osservabili e misurabili;
  • oppure possono essere soggettivi, quando si esprimono gusti, impressioni, inclinazioni; oppure non-argomenti, è il caso delle parolacce, insulti, bestemmie e frasi senza senso.

Gli scopi possono essere fondamentalmente di tre tipi:

  • contribuire al tema,
  • posizionarsi
  • distruggere la discussione.

Ogni essere umano interviene in una discussione anzitutto per posizionarsi: quando si sostiene qualcosa è sempre per dire “chi sono”, “qual è la mia identità”, “così è come mi vedo e come voglio che tu mi veda”[6]. Spesso questo posizionamento avviene per differenziazione (“ecco come tu sei diverso da me”) e nei casi più aggressivi per discredito (“sei peggiore di me”) o dominanza (“io sono migliore di te”)[7]. A questo scopo basilare si può poi aggiungere lo scopo un po’ più evoluto di voler contribuire.

Quando ci si trova di fronte a chi sostiene qualcosa solo per il puro scopo di difendere la propria identità o un proprio set di valori personali che si ritengono intoccabili, è bene andare a vedere l’argomento: se è oggettivo ed esterno, cioè ci sono ragioni ed elementi discutibili, si potrà dare seguito; se invece con lo scopo di posizionarsi si adducono solo elementi soggettivi e personali, è il caso di ignorare la questione.

In un’affermazione normalmente si incrociano più livelli e più scopi, allora occorre sviluppare una sorta di vista (o di orecchio, nel caso di conversazioni dal vivo) capace di riconoscere al volo argomenti e scopi e decidere cosa tenere e cosa lasciare.

Facciamo un esempio:

Quello che dici non mi convince per nulla, il solito errore ingenuo: i dati sulla pandemia vanno visti in relazione al numero di pazienti delle terapie intensive e non solo per i contagiati. Sii un po’ più preciso per favore.

Di fronte a un’affermazione simile ci si può sentire attaccati. In essa infatti abbiamo un groviglio di argomenti e scopi, alcuni altamente provocatori e distruttivi, altri invece meritevoli di ascolto.

Proviamo a fare un lavoro di scomposizione:

argomentoscoporeazione
Quello che dici non mi convince per nulla,SoggettivoPosizionamento: tu non sei convincente (discredito)Ignorare
il solito errore ingenuo:SoggettivoPosizionamento: tu sei ingenuo (discredito)Ignorare
i dati sulla pandemia vanno visti in relazione al numero di pazienti delle terapie intensive e non solo per i contagiati.Oggettivo ed esterno (contiene ragioni)Contribuire: elementi concreti su cui si dissenteDare seguito
Sii un po’ più preciso per favore.SoggettivoPosizionamento: non sei preciso (discredito)Ignorare

Lanciarsi a dare seguito alle tre parti soggettive e posizionanti sarebbe un’operazione ottusa: ribattere a tre giudizi formulati in modo apodittico (senza ragioni esplicitate) vorrebbe dire produrre dei posizionamenti uguali e contrari. È così che di solito si cade in uno scontro che non porta ad altro se non a una giustapposizione di giudizi senza ragioni.

Se proprio si vuole fare qualcosa di sensato, è meglio lasciar cadere le tre parti prive di sostanza (anche se toccano sul vivo) e concentrarsi a rispondere sulla parte argomentativa. Farlo ha anche un effetto su chi assiste che potrà notare quanto le altre affermazioni erano nient’altro che frasi provocatorie e di posizionamento.

Accetta quando l’altro ha ragione

In una discussione di solito ci si fa prendere dalla smania di dire la propria, passando sopra a tutto ciò che dice l’altro. In modo tattico, anche quando l’altro ha affermato qualcosa di accettabile, si va oltre affrettandosi ad aggiungere le proprie convinzioni.

Fermarsi, invece, per dichiarare pubblicamente che le affermazioni dell’interlocutore sono condivisibili, può essere una mossa vantaggiosa. Compiendola, infatti, si possono raggiungere due risultati importanti.

Il primo dal punto di vista del contenuto: riconoscere laddove l’altro ha ragione rinforza la qualità dello scambio e permette di aggiungere, chiosare e ampliare il discorso con le proprie tesi. Il secondo dal punto di vista della relazione: è un segnale costruttivo non solo per l’interlocutore che, seppure ingaggiato in una dinamica di dissenso si sente ascoltato, ma soprattutto per l’uditorio che, vedendo un contendente riconoscere le ragioni dell’altro, ne può notare la dedizione al tema e la disponibilità a discutere.

Insomma accettare le ragioni altrui è la prova che si sta discutendo con lo scopo di contribuire davvero, per capire qualcosa in più, e non solo per posizionare se stessi e difendere la propria identità.

Se ha ragione in parte, adotta quello che dice adattandolo a ciò che vuoi dirgli

La maggior parte delle volte accadrà però che l’altro ha ragione solo in parte. In questi casi l’accettazione delle ragioni altrui può procedere adottando ciò che dice per poi adattarlo a ciò che si vuole sostenere[8]: ad esempio accettando le premesse, oppure convergendo sui criteri, ma divergendo poi sulle conclusioni, sulle applicazioni o mostrando che i fatti esposti non sono del tutto generalizzabili.

Questa modalità rende di solito il dissenso ancora più efficace di quanto non lo faccia un attacco diretto alle affermazioni altrui, perché parte dal riconoscere il valore di ciò che l’altro ha affermato per poi procedere a far notare che in esso manca qualcosa, o che si può fare qualche passo in direzioni non contemplate dalle sue parole.

L’adottare adattando poi ha una funzione fondamentale: è un ottimo modo per riportare al centro della discussione il tema invece di perdersi nella polemica sui modi e sulle espressioni aggressive.

Facciamo un esempio:

Affermazione: Internet ci ha reso tutti più stupidi!

  1. Risposta aggressiva: Non è vero! Non è la connessione, siamo noi che la usiamo male!
  2. Risposta adottante/adattante: Certo si nota un impoverimento intellettuale, ma credo che c’entri soprattutto con l’uso che ne facciamo.

Nella replica A si è scelta la via della nettezza troncante: si usano due dissociazioni sintetiche[9] (“non è vero”, “non è così”), si usa l’indicativo, si lascia all’altro la sensazione che si sta su due posizioni opposte e inconciliabili. È molto difficile che si prosegua in una discussione proficua.

La replica B, invece, nel partire dal riconoscere gli effetti della connessione, si dedica poi a dissentire sulle cause. In questo ottiene un risultato fondamentale: tutto il peso del dissenso non è lasciato ai “non” e ai “non è così”, ma alla seconda parte in cui si ventila che la ragione dell’impoverimento derivi da una questione di uso virtuoso o meno, cioè una questione aperta e discutibile.

È quindi un doppio invito: dal punto di vista della relazione a continuare a discuterne, dal punto di vista del contenuto introduce il tema dell’uso della connessione portando a segno l’obiettivo di sostenere le proprie ragioni.

Una mossa apparentemente “morbida” che in realtà si rivela molto più forte del rifiuto troncante. Ora sta all’altro cogliere la sfida di discutere sul problema dell’uso delle tecnologie di connessione. Se non la raccoglierà, rimanendo sulle sue, chi ascolta si accorgerà della scarsa motivazione a proseguire nel ragionamento. Ancora una volta un modo efficace per svelare dove c’è discussione o solo scontro. Se fosse quest’ultimo caso, meglio tornare al punto 1 e lasciar cadere.

Di fronte a un bivio forzato, usa il “dipende”.

Si può creare la situazione in cui l’interlocutore non lascia margine di manovra e impone un bivio forzato. È quando si usano formule del tipo: “sei favorevole o contrario?”, “secondo te è giusto o sbagliato?”, “vero o falso?”. Molto spesso queste false dicotomie fanno sentire alle strette chi ne è destinatario perché è costretto a ridurre il suo punto di vista a una classificazione binaria[10] che la maggior parte delle volte è inapplicabile alle questioni opinabili su cui si discute.

Non aiuta molto denunciare il falso bivio con frasi del tipo “la questione non è così semplice”, “non si può ridurre a vero o falso”, perché in una discussione può suonare come una specie di scusa per mancanza di nettezza della risposta o, peggio, può sembrare una critica al modo di fare le domande dell’interlocutore. In questi casi coloro che sono già schierati a favore delle posizioni dell’altro tenderanno di certo a percepire il rifiuto del bivio come un punto debole.

La cosa migliore da fare è di nuovo adottare per adattare: non rifiutare il bivio a muso duro ma, a partire da esso, aggiungere le altre possibili strade da intraprendere; facendo notare a tutti quelli che ascoltano che, oltre alle due possibilità ventilate, ce n’è una terza, una quarta, una quinta, una ennesima.

Tale replica serve a far trasparire come riduttiva la visione del bivio senza doverlo dichiarare in modo esplicito; produce anche l’effetto di tornare al tema nella sua complessità per poter ripartire ad argomentare.

Facciamo un esempio:

Affermazione: È vero o falso che i vaccini fanno male alla salute?

Replica del “dipende”: Non c’è solo la questione della salute, dobbiamo considerare la loro efficacia nel contrastare un’epidemia, il loro livello di sicurezza in base ai protocolli medici e, infine, la situazione clinica dei pazienti che si sottopongono a essi. La valutazione deve tenere conto di più parametri.

Se ti offre prove, chiedi la fonte. Se dà giudizi, chiedigli le ragioni. Se non capisci, chiedi spiegazioni

Un’altra replica potente, forse una delle più efficaci in tempi di infodemia di giudizi e opinioni, è quella di chiedere ragioni. Se, come stiamo sostenendo, si può dissentire su materiale argomentativo e non su questioni soggettive, la replica che chiede conto di ciò che si dice diventa fondamentale.

Questa modalità questionante si può applicare in tre casi tipici:

  • L’interlocutore presenta le prove che sostengono le sue affermazioni: dati, documenti, immagini, affermazioni altrui.
  • L’interlocutore formula un giudizio in modo apodittico, cioè come se fosse auto-evidente e non si spende a specificare le ragioni che lo supportano.
  • L’interlocutore dice qualcosa in modo tale che non si riesca a capire se è una sua impressione o un dato oggettivo, ed è difficile capire se ha un puro scopo di posizionamento o vuole contribuire.

I casi (a) sono frequentissimi online, dove trovare fatti, dati, documenti, immagini di dubbia attendibilità è facilissimo. E dove è altrettanto facile che chi non è molto esperto su un tema si faccia convincere dalla prima prova verosimile che incontra. In questi casi invece di lanciarsi con furore a sconfessare la prova, è molto meglio chiedere quale sia la fonte e da dove provenga.

Nei casi di prove false e manipolate, la rivelazione della fonte darà la possibilità di argomentare per metterne in luce i limiti e inaffidabilità. Nei casi invece di prove parziali o incomplete si potrà procedere a fornire altrettante fonti per completare il quadro, e così via. Per quanto faticoso, questo modo di replicare rappresenta anche un servizio a tutti quelli che assistono perché, invece di liquidare semplicemente le pseudo-prove altrui, nel domandare e nel metterle in dubbio illustra anche un metodo di ragionamento da applicare sempre.

I casi (b) sono altrettanto frequenti, soprattutto negli scambi online su questioni di gusti, di idee politiche, di opinioni. Spesso infatti il giudizio emesso senza esplicitare le ragioni è il modo più semplice per dire la propria commentando un post, replicando a un messaggio in chat o esprimendo il proprio parere su un prodotto o un servizio.

Sono giudizi del tipo: “quello che scrivi non è chiaro”, “che immagine pessima”, “un ristorante da dimenticare”, e così via. Di solito quando si è destinatari di questi giudizi si sente la smania a doversi difendere tentando la strada fallimentare del giudizio giustapposto, altrettanto privo di ragioni. Sarebbero repliche di questo tipo: “a me sembra chiarissimo”, “invece è interessante”, “il nostro ristorante è apprezzato da tutti”. La qualità argomentativa di queste risposte è bassa tanto quanto quella delle provocazioni iniziali: non si sta dissentendo su ragioni, ma divergendo su posizioni uguali e contrarie.

Allora in questi casi è meglio domandare: “in cosa non lo trovi chiaro?”, “perché pessima?”, “cosa non è andato bene?”. La forza della domanda sulle ragioni sta nel fatto che, prima di contrattaccare, spinge l’interlocutore a esporsi di fronte a tutti. Possono accadere due cose: o l’altro tira fuori delle ragioni per cui ha emesso quel giudizio, e allora si potrà procedere a dissentire nel merito, oppure non ne avrà e proseguirà con altri giudizi apodittici e sprezzanti. È il segnale che, come abbiamo visto, la discussione non può avvenire argomentando ed è quindi meglio lasciar cadere.

I casi (c) sono quelli in cui le parole dell’altro non sono di chiara comprensione. Da esse, cioè, non si riesce a capire bene la qualità dell’argomento e il reale scopo. Nelle discussioni online questo tipo di fraintendimenti è frequentissimo: battute che vengono scambiate per attacchi, ironie non comprese, doppi sensi equivoci e così via. In questi casi la cosa migliore, prima di procedere a reagire, è sempre quella di porre domande, sia sulle intenzioni sia sul merito di ciò che si sta dicendo.

Una richiesta di spiegazioni non è mai una perdita di tempo ed è sempre remunerativa dal punto di vista della relazione: riconosce a ciascuno il diritto di una seconda possibilità sia di capire meglio sia di spiegarsi in modo più limpido. Una seconda chance non va negata a nessuno (soprattutto se poi si vuole poterla avere quando non si è chiari per primi).

Assicurati che si stanno dando gli stessi significati ai termini

A volte la vera ragione per cui si dissente è che si stanno usando dei termini e dei concetti a cui si attribuiscono significati differenti. In questi casi continuare imperterriti ad argomentare sulle proprie ragioni può diventare altamente inefficace perché all’orecchio dell’altro (e di quelli che assistono a lui affini) quelle idee non arrivano se non deformate dal vizio di incomprensione iniziale.

Anche se costa un po’ di fatica, conviene sempre esplicitare il più possibile cosa si intende con i termini che si stanno usando. Consapevoli che il significato da attribuire a una parola o a un’espressione è esso stesso un’argomentazione.

Questo appare assolutamente necessario quando si usano certi termini generalissimi e spesso abusati nel linguaggio ordinario come: amore, libertà, responsabilità, giustizia, dignità, ecc. Spendere parole in più per circoscrivere e specificare importanza, caratteristiche e pertinenza del concetto rispetto alla discussione, può salvare da molti scambi a vuoto.

Se devi confutarlo, assicurati di avere argomentazioni consistenti.

Prima di arrivare alla confutazione, cioè a quella manovra che rifiuta e ribalta la tesi avversaria, abbiamo visto che ci sono diverse altre modalità di replica ben più efficaci. Eppure qualche volta sarà necessario mostrare che ciò che sostiene l’altro non è accettabile nemmeno in parte e non servono domande o specificazioni di termini: c’è bisogno di un’azione correttiva esplicita e diretta.

Questa modalità di risposta è da usare cum grano salis e solo se indispensabile perché dal punto di vista relazionale è molto onerosa: nessuno, per quanto ben disposto e aperto, gradisce essere confutato in pubblico.

Si possono adottare tre criteri fondamentali per scegliere di lanciarsi in questa modalità di replica:

  • Che l’oggetto della confutazione sia pertinente e di importanza fondamentale per il dibattito in corso. Mettersi a confutare questioni secondarie, residuali o fuori tema è un esercizio futile e disperde l’attenzione di chi assiste.
  • Assicurarsi di avere prove, ragioni, elementi stringenti e concreti che possano dare sostanza alla confutazione. Non c’è nulla di peggio del lanciarsi a ribaltare le tesi avversarie senza avere argomentazioni consistenti.
  • Farlo solo nei casi in cui la confutazione sia in grado di produrre per chi assiste una chiarificazione che costituisca un bene più grande del rischio di “perdere” l’interlocutore che di fronte alla replica potrebbe reagire male, mettendosi sulla difensiva.

È interessante considerare che la confutazione di solito è il primo istinto: quando qualcuno sostiene un’opinione avversa ci viene spontaneo il desiderio di poterla rifiutare in toto. La maggior parte delle volte però, non avendo tutte le ragioni necessarie e sufficienti alla manovra, si finisce ad attaccare sul personale. Per questo è meglio ricorrere alle altre modialità di replica che abbiamo visto.

Se sei attaccato in modo pertinente, fai la mossa del gattino: rivestiti del tuo limite e fanne la tua forza

Gli attacchi personali pretestuosi sono sempre da ignorare: di solito si muovono secondo scopi di posizionamento, misti ad argomenti soggettivi o non-argomenti. Se si raccolgono, si favorisce la manovra evasiva dell’avversario: ci si allontana dal tema oggetto di disputa e si finisce a discutere non più di contenuti ma della relazione deteriorata tra i due contendenti[11].

A volte però l’attacco personale può essere pertinente rispetto al tema in discussione. Sono i casi in cui il sospetto che viene sollevato sulle qualità personali di un interlocutore ha a che fare con ciò di cui si sta discutendo.

Succede quando si mostra che il comportamento del disputante non corrisponde a ciò che sostiene, quando si mette in dubbio la competenza e l’esperienza oppure quando si mette in dubbio il reale scopo per cui si affermano certe cose. Ad esempio contestare un personaggio pubblico che fa un’invettiva contro gli evasori essendo lui stesso il primo ad evadere non è un attacco ad hominem indebito, ma pertinente al tema.

Spesso questo tipo di attacchi prende di mira in modo efficace la credibilità di chi sta sostenendo qualcosa e quindi ignorarli sarebbe un errore[12].

Facciamo un esempio:

Una donna pubblica un post a favore dei femminili di professione. Ad un certo punto in uno dei commenti appare questo attacco personale:

Sostieni queste cose perché sei donna, tiri acqua al tuo mulino.

L’attacco è pertinente perché solleva un dubbio lecito. Pur se con una carica polemica e aggressiva, solleva una questione pertinente: difendere i femminili di professione è una battaglia di parte o qualcosa che riguarda tutti?

In questi casi si hanno di fronte due strade: quella del leone e quella del gattino. Il leone spingerebbe a difendersi contrattaccando usando muscoli, unghie e denti. Produrrebbe repliche di questo tipo: “tipica frase da uomo”, “studio questi temi da 20 anni, non c’entra nulla il mio essere donna”, “forse le dà fastidio che sono donna?”.

Queste repliche, per quanto brillanti e soddisfacenti, hanno un difetto: assecondano la manovra di attacco perché si allontanano dal tema di discussione per finire sul personale (ancorché per motivi di difesa). Siamo nel posizionamento uguale e contrario.

Sarebbe meglio scegliere allora la strada del gattino: invece di tirare fuori i muscoli e contrattaccare, procedere a ridursi e rimpicciolirsi, assumendo su di sé il presunto difetto per farne la propria forza. La “mossa del gattino” si basa sull’idea che i limiti non sono punti deboli, ma segnali di credibilità in ciò che si sostiene.

Nel caso che stiamo considerando la risposta del “gattino” sarebbe:

Proprio perché sono donna tiro acqua al mulino del far rispettare l’identità di ciascuno con i femminili di professione.

In un sol colpo si ottengono due benefici. Dal punto di vista relazionale la disputante si riposiziona nel suo posto credibile: chiedere rispetto per la propria identità non è mai una battaglia di parte, ma un richiamo universale. Dal punto di vista del contenuto si torna al tema del valore dei femminili di professione, invece di rimanere sulla messa in discussione della credibilità della persona che la sostiene.

Se travisano intenzionalmente le tue parole, tu torna sul tuo argomento

Uno dei metodi più semplici per sconfessare la tesi di un avversario è quella di travisare intenzionalmente ciò che sta dicendo. È il cosiddetto argomento fantoccio o dell’uomo di paglia[13]: si prendono le affermazioni dell’altro, si modificano – si costruisce un fantoccio – per poi criticarlo in modo più agevole.

Di solito questa mossa viene fatta attraverso quattro tipi di travisamento[14]:

  • la riduzione: viene presa una parte dell’affermazione e messa al centro della critica, sganciandola dal resto;
  • l’estremizzazione: una parte viene selezionata e portata a estreme conseguenze, non contenute nella affermazione iniziale;
  • la decontestualizzazione: la parte viene presa e forzatamente applicata a un contesto differente per mostrarne l’invalidità;
  • la ridicolizzazione: a una delle mosse precedenti si unisce scherno e sarcasmo.

Esempio:

Affermazione: Quando avremo il vaccino contro il Covid sarà importante che sia somministrato a più gente possibile.

  • Riduzione: “Più gente possibile”, un’ottima pubblicità alle case farmaceutiche.
  • Estremizzazione: Una tesi totalitaria: vuoi obbligare le persone a curarsi come dici tu?
  • Decontestualizzazione: Anche la frutta e verdura fanno bene, ma nessuno si sogna di somministrarle per legge.
  • Ridicolizzazione: Somministrare… la nova parola per dire “fine della libertà” nel totalitarismo morbido in cui viviamo.

A queste provocazioni verrebbe spontaneo rispondere denunciando il travisamento con frasi del tipo: “non intendevo questo”, “non ho parlato di obbligo”, “la verdura e la frutta sono un’altra cosa”, ecc. Ma di nuovo si cadrebbe nel tranello di uscire dall’argomento e di rischiare di lasciare nel pubblico la sensazione che si sia sulla difensiva, cioè che ci si stia posizionando.

Meglio invece fare un’altra mossa, cioè quella di osservare il fantoccio per capire come è stato costruito, e scucirlo proprio nel punto centrale che lo tiene in piedi.

In questo caso prendiamo in considerazione la riduzione: viene operata focalizzando l’attenzione su “più gente possibile” per piegarne il significato in senso pubblicitario in favore delle case farmaceutiche. La replica ideale dovrebbe cercare di uscire da questo vicolo cieco facendo leva proprio sul termine “pubblicità” (è la cucitura del fantoccio) per riguadagnare la visione più ampia dell’importanza della diffusione di un vaccino per il bene di tutti.

Potrebbe essere quindi così formulata:

La pubblicità è più che altro a favore della vita di tutti.

Ricordati che parli alla moltitudine silenziosa che tutto il tempo assiste.

Arrivati a fine decalogo ci si potrebbe chiedere: ma perché tutto questo sforzo? Spesso gli interlocutori ostili sono polarizzati e non ne vogliono sapere di cambiare idea. Le persone convinte da informazioni distorte difficilmente accettano di essere corrette e di tornare sui loro passi di fronte da ragioni, dati ed elementi correttivi.

Il punto è proprio questo: mai dimenticare che una disputa pubblica (soprattutto quando è online) non è solo tra i due contendenti che si sfidano attivamente, ma è soprattutto un’interazione osservata da una moltitudine silenziosa che assiste senza intervenire. Questo pubblico più ampio, senza dare segnali espliciti (anche senza mettere like e senza commentare), si fa una precisa idea sul tema trattato e sul comportamento dei contendenti nella discussione[15] e in base a quelli può avere l’opportunità di capire qualcosa in più invece di assistere al semplice spettacolo deplorevole del litigio.

Ciò che può motivare a condurre una disputa secondo i nove punti precedenti, si trova in quello più importante, il decimo, dal quale passa la possibilità di ricostruire un po’ di fiducia nella razionalità e nella possibilità di confrontarsi tra esseri umani. Un bene talmente prezioso e prioritario nei nostri tempi di confusione e toni forti, da rendere plausibile la fatica di argomentare. O almeno meritevole il provarci.

Quello che è sicuro è che le alternative ­– cioè gettarsi in continui scontri polarizzati o tacere quasi sempre – non portano a risultati migliori e più soddisfacenti.

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Bibliografia

  1. Cfr. Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2017, capitolo 2. Spazio: l’infosfera, La vita nell’infosfera.
  2. Cfr. Bruno Mastroianni, Litigando si impara. Disinnescare l’odio online con la disputa felice, Cesati, 2020, pp. 29 e seguenti.
  3. Cfr. Walter Quattrociocchi, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, op. cit., capitolo 3. Tribù virtuali, par. Pregiudizi di conferma.
  4. Cfr. Bruno Mastroianni, From the virtues of argumentation to the happiness of dispute, in Adelino Cattani, Bruno Mastroianni (eds), Competere, cooperare, decidere: per un modello di dibattito cooperativo, Florence University Press, forthcoming 2021.
  5. Questo decalogo è una rielaborazione in chiave digitale delle mosse di replica illustrate in Adelino Cattani, Botta e risposta. L’arte della replica, ilMulino, Bologna, 2001, pp. 163-181; e presenti in Bruno Mastroianni, Litigando si impara, op. cit., p. 112.
  6. Cfr. Paul Watzlawick, Janet H. Beavin, Don. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971, pp. 51-52.
  7. Cfr. ad esempio: Francesca D’Errico, Isabella Poggi, Dominance signals in debates, Human Behavior Understanding, Jan 1, 2010 e Francesca D’Errico, Isabella Poggi, Aggressive language and insults in digital political participation, in “Proceedings of Multiconference on computer science and Information systems: Web Based Communities and Social Media”, 2014, University of Lisbon, pp.105-114.
  8. Cfr. Adelino Cattani, Avere ragione, Piccolo manuale di retorica dialogica, Roma, Dino Audino, 2019, p. 53.
  9. Cfr. Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Cesati, 2017, p. 65 e seguenti.
  10. Cfr. G. Cosenza, Semiotica e comunicazione politica, Bari-Roma, Laterza, 2018, versione ebook, cap. 1. Le classificazioni binarie.
  11. Cfr. Paul Watzlawick, Janet H. Beavin, Don. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971, pp. 73 e seguenti.
  12. Cfr. Douglas Walton, Ad Hominem Arguments, op. cit., capitolo: “7.4 The Credibility Function”.
  13. Cfr. Jay Heinrichs, Thank you for arguing, Penguin, 2007, p. 435.
  14. Cfr. Adelino Cattani, 50 discorsi ingannevoli. Argomenti per difendersi, attaccare, divertirsi. Padova, Edizioni GB, [1995] 2011.
  15. Cfr. Daniel H. Cohen, Virtue, In Context. Informal Logic, Vol. 33, No. 4 , 2013, pp. 480-482.
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