Disinformazione sui vaccini, serve uno sforzo collettivo: le iniziative per contrastarla | Agenda Digitale

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Disinformazione sui vaccini, serve uno sforzo collettivo: le iniziative per contrastarla

La lotta contro la disinformazione non può essere combattuta individualmente ma deve coinvolgere tutte le istituzioni e le piattaforme online in un’ottica di promozione congiunta delle fonti autorevoli e di indicazione di contenuti potenzialmente non veritieri. Le iniziative di organi internazionali e big tech

04 Dic 2020

Federica Donati

analista Hermes Bay

Lo scoppio della pandemia di covid-19, che ha indotto la comunità scientifica a collaborare per la messa a punto di un vaccino come presidio preventivo fondamentale per la salute, ha avuto come effetto – tra gli altri – quello di dividere ancor di più l’opinione pubblica.

Sullo sfondo è (ri)emerso in tutta la sua prepotenza il problema della disinformazione, del dare credito a teorie complottiste da parte della popolazione e il fare affidamento su fonti scarsamente accreditate: tutti fattori che hanno ulteriormente complicato la comprensione della verità sui vaccini.

Il pericolo che si presenta è la diffusione di dati, nozioni e messaggi deliranti, errati e controproducenti. Per questo motivo, mentre alcuni organi internazionali sono stati chiamati a prendere provvedimenti volti a mitigare il fenomeno della disinformazione, i big tech hanno assunto una posizione non favorevole nei confronti di coloro che scoraggiano l’utilizzo dei vaccini.

Lo sforzo collettivo per disincentivare la disinformazione

Nel panorama delle iniziative che sono state intraprese per contrastare e gestire la disinformazione, merita attenzione Full Fact. Si tratta di una British fact-checking charity costituita da un gruppo di ricercatori preposti a monitorare le tematiche di tendenza sui social network e rintracciare le fake news. Su input del governo inglese, Full Fact sta collaborando con i grandi giganti tecnologici quali Facebook, YouTube e Twitter, oltre che con il Dipartimento per il digitale, la cultura, i media e lo sport del Regno Unito, il Privy Council Office del Canada, i vari fact-checking di Sud Africa, India, Argentina e Spagna ed il Reuters Institute for the Study of Journalism.

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L’obiettivo è di discutere e sviluppare nuovi standard necessari a combattere la disinformazione e rendere le stesse organizzazioni responsabili di aver diffuso contenuti non verificati. Nonostante Full Fact non sia legittimata ad eliminare il contenuto di una fake-news, svolge un ruolo determinante nel segnalare la notizia e sollecitare ai social l’attuazione di misure coerenti. Più specificamente, gli impiegati del Full Fact preparano un report che viene allegato all’articolo originale e in cui elencano le ragioni per cui risulta essere falsa la notizia individuata all’interno della piattaforma. Sull’accusa mossa ai fact-checking di essere organizzazioni che non rispettano la libertà di espressione, Tom Phillips – Direttore e giornalista della charity – risponde che “se un contenuto è ambiguo, nel senso che può essere interpretato in diversi modi dal lettore, ci limitiamo ad aggiungere le informazioni mancanti. Non ne viene ridotta la diffusione sui social, non sarebbe giusto. Nel complesso non c’è nulla di male a sbagliarsi su internet. Il problema è che in alcune circostanze questi malintesi possono recare danni a soggetti terzi”.

Restando nel Regno Unito, Londra ha adottato ulteriori misure perché teme che alcuni paesi stranieri e organizzazioni terroristiche possano cavalcare l’onda della disinformazione NoVax sulla pandemia. Per questo motivo, ha incaricato il Government Communications Headquarters (GCHQ) – l’agenzia governativa che si occupa della sicurezza e dello spionaggio e controspionaggio nell’ambito delle comunicazioni – di lanciare operazioni cyber contro la propaganda anti-vaccino messa in atto per influenzare l’opinione pubblica inglese.

Un’altra proposta che mira alla gestione della diffusione di fake-news è costituita dall’Osservatorio europeo dei media digitali (Edmo), fondato presso l’istituto universitario europeo di Firenze il primo giugno del 2020. Si tratta di un progetto finanziato dall’Unione europea che riunisce fact-checker, esperti di alfabetizzazione mediatica e ricercatori che operano in collaborazione con le organizzazioni dei media e le piattaforme online. Edmo indagherà le ragioni che stanno alla base delle fake news. Per raggiungere questo scopo:

  • analizzerà, tramite ricerche mirate, le tecniche ed i metodi impiegati nella disinformazione online;
  • affiancherà e sosterrà le autorità pubbliche nel monitoraggio delle politiche messe in atto dai social media per limitare la diffusione delle fake news e il loro impatto sulla rete;
  • riporterà i dati delle organizzazioni europee di fact checking;
  • promuoverà attività formative attraverso la creazione di un archivio globale contenente articoli scientifici sulla disinformazione e fornirà un portale pubblico a disposizione degli utenti per acquisire una comprensione accurata e dettagliata sul fenomeno.

Le reazioni dei big tech

La disinformazione sui vaccini è un importante banco di prova per i social network, soprattutto alla luce dell’imminente introduzione di un vaccino per il SARS-CoV-2 che rende la questione di primaria importanza.

Cosa ha fatto Facebook

Prima dello scoppio della pandemia, Facebook consentiva che circolassero contenuti che sostenevano le più svariate teorie contro ogni tipo di vaccino. Tuttavia, a partire da marzo 2019 e per il successivo periodo della pandemia, Mark Zuckerberg ha adottato un approccio differente vietando annunci anti-vax che contribuissero ad accrescere le inesattezze informative sulle campagne di vaccinazione. Inoltre, la società ha adottato una politica di contrasto delle false notizie che avrebbero potuto determinare un danno fisico immediato su chi avesse dato ascolto al contenuto forviante di quanto diffuso. Si pensi, ad esempio, alle informazioni che sostenevano che l’uso delle mascherine alimentasse il contagio anziché ridurlo, che fare i gargarismi con la candeggina o con acqua salata proteggesse dall’infezione oppure che il consumo di alcol prevenisse il contagio. A partire dall’ottobre di quest’anno, Facebook ha avviato una campagna di sensibilizzazione volta a diffondere il messaggio che i vaccini risultano essere sicuri ed efficaci. Infatti, ha annunciato di bannare tutti i post che scoraggiano il loro utilizzo. L’obiettivo è quello di intralciare e dare meno visibilità all’attività di tutti coloro che rappresentano un ostacolo nella lotta alla pandemia. Il metro di giudizio impiegato per verificare la veridicità o meno di una notizia si basa sui dati provenienti dalle principali organizzazioni sanitarie, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e i centri per il controllo e la prevenzione delle malattie. Nella stessa direzione si pone anche lo strumento di prevenzione che Facebook lancerà negli USA e che estenderà agli altri paesi in un secondo momento: si tratta di un progetto pilota avente l’obiettivo di aiutare ed indirizzare le persone a vaccinarsi, indicando loro il luogo più vicino per sottoporsi alla vaccinazione.

La risposta di YouTube e Twitter

Un’altra piattaforma social impegnata nella campagna di informazione sui vaccini è YouTube. Dopo la recente stretta di Facebook, anche la controllata di Google ha stabilito che tutti i video che riguardano i vaccini e che contraddicono le informazioni trasmesse dalle istituzioni sanitarie nazionali o dall’OMS verranno eliminati. Ad oggi, sono stati rimossi oltre 200 mila filmati contenenti informazioni “pericolose o fuorvianti” sul Covid 19, includendo anche quelli con un contenuto “borderline”.

Infine, anche Twitter, riconoscendosi come vettore nella diffusione di informazioni credibili sulla salute pubblica, ha elaborato nuove politiche volte a ridurre lo scetticismo sui vaccini aiutando, al contempo, gli utenti a distinguere le notizie vere da quelle false. Tra le misure anti-disinformazione in via di sviluppo rileva un “pop-up” che, prima della condivisione, avvisa l’utente di informarsi sul contenuto di una notizia che potrebbe risultare infondata ed innescare, anche inconsapevolmente, un processo di disinformazione.

Nonostante l’impegno profuso dai giganti online, gli esperti sanitari avvertono tuttavia che queste misure potrebbero non essere sufficienti ad arginare il problema.

Conclusioni

La lotta contro la disinformazione non può essere combattuta individualmente ma deve coinvolgere tutte le istituzioni e le piattaforme online in un’ottica di promozione congiunta delle fonti autorevoli e di indicazione di contenuti potenzialmente non veritieri. In questo contesto, organismi come Full Fact ed Edmo sono un esempio funzionale su come coordinare le attività e le politiche di ciascun attore volte a disincentivare la cattiva informazione che potrebbe provocare indirettamente danni alla salute umana. Pertanto, sarà possibile combattere la disinformazione a livello globale soltanto attraverso uno sforzo collettivo che assicuri una costante apertura alla ricerca, una responsabilizzazione dei cittadini attraverso un’alfabetizzazione mediatica ed il supporto di organizzazioni e gruppi multidisciplinari nazionali. Ciò aiuterà i singoli utenti a districarsi nell’immenso supermercato digitale delle informazioni. Nutrire la propria sete di conoscenza con contenuti fondati aiuterà ad impedire che il ciclo della disinformazione e tutte le conseguenze negative che questo comporta prendano il sopravvento.

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