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la riflessione

Ecco il “populismo informatico”: come gli algoritmi stanno uccidendo la democrazia

Sempre più il programma di governo è confezionato su misura degli elettori, perché gli algoritmi ne permettono l’esatta conoscenza delle aspettative, e viene adeguato “in tempo reale”. Ed è un grosso problema per la democrazia. Ecco come ci siamo arrivati e una soluzione per uscirne: il reddito di mobilitazione

07 Dic 2018

Maurizio Ferraris

professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Torino


È l’algoritmo quello che governa nell’età del web? Potrebbe sembrare così, stando ai timori di chi propone scenari di controllo e orientamento dei comportamenti delle masse legati all’analisi della enorme mole di informazioni raccolte dal web. La verità, però, è un’altra e ben più complessa: siamo di fronte a una crisi dell’idea stessa di governo e di governamentalità, perché i governanti ora sono come banderuole al vento degli umori degli elettori.

Umori sempre cangianti, confusi e contraddittori, che i governanti (o pseudo tali) possono ora conoscere bene e in tempo reale grazie agli algoritmi. E’ questo che ora chiamano populismo; ma bisognerebbe definirlo “populismo informatico”. La fine del governo. 

Per comprendere bene il problema bisogna partire da lontano.

Bentham, Foucault e la prigione panottica

C’è una grande preoccupazione, dai tempi del Golem, circa l’eventualità di essere governati dalle macchine, e ora dagli algoritmi, come macchine universali e polivalenti che agiscono attraverso il web generando quella che è stata definita “governamentalità algoritmica[1]. Il sostantivo foucaultiano di “governamentalità” disegna il quadro, e l’aggettivo elettrifica una intuizione ormai veneranda per l’età. Il governo degli algoritmi sarebbe la realizzazione, sul piano della intera società, della prigione panottica progettata da Bentham all’inizio dell’Ottocento, ed eretto a modello della società da Foucault in Sorvegliare e punire.

La visione carceraria era propedeutica alla formazione della idea di “governamentalità” che Foucault coniò poco dopo per indicare il carattere intrinsecamente tecnico (e non meramente ideologico) del governo degli umani. Il tutto nel quadro di quella riflessione appena accennata da Foucault, ma poi ampiamente ripresa dopo di lui che va sotto il nome di “biopolitica”, e che si può sintetizzare nell’idea di uno stato ficcanaso che non si limita ad amministrare la giustizia e a riscuotere le imposte, ma sbircia nella vita privata dei cittadini. A farla breve, il sogno di controllo di Bentham, che però doveva contentarsi di esercitarlo sui carcerati, e l’incubo di Foucault, che ne temeva l’estensione microfisica e biopolitica (i due aggettivi alla fine si equivalgono) diventerebbe realtà nell’età del Web. È dunque l’algoritmo quello che governa nell’età del web?

In cosa consiste il potere degli algoritmi?

A prima vista, i motivi per un “tutto il potere agli algoritmi” non mancano. La metafora carceraria è diventata letterale con il web, perché in effetti tutte o quasi le nostre azioni sono tracciate, molto più che se fossimo in cella, perché lì, probabilmente, non avremmo connessione. Se questo è vero, oggi abbiamo Frankenstein sul ponte di comando, con un apparato che funziona davvero bene, e con la concreta possibilità che il machine learning trasformi l’apparato di controllo in un Golem che si autonomizza e prende il potere governando al posto degli umani.

Tuttavia, è tutt’altro che certo che quello degli algoritmi sia un governo effettivo, e questo per ragioni metafisiche difficilmente aggirabili: un meccanismo non può avere intenzioni, e dunque non può esercitare azioni di governo, ma solo amministrare decisioni prese da altri. In effetti, non è chiaro in cosa consista il potere degli algoritmi: indubbiamente raccolgono delle informazioni, ma poi cosa se ne fanno? Per adoperarli, dovrebbero possedere degli obiettivi, ma è proprio ciò che le macchine non hanno. Immaginare che il mio computer decida di prendere il potere non è diverso dall’immaginare che si annoi a leggere le parole che sto scrivendo. Le occasioni di noia non gli mancano, quello che gli fa difetto sono i motivi.

Per desiderare il potere, proprio come per annoiarsi, bisogna disporre di un organismo, che subisce delle pressioni ambientali ed è il risultato di una storia evolutiva ancora in corso. Un organismo ha un corpo, ossia una fine, e dunque anche uno o più fini autonomi, non possiede finalità interne; un meccanismo no, ha solo finalità esterne. E se è dubbio che un organismo possieda una speciale intenzionalità, è a maggior ragione dubbio che queste finalità siano a disposizione di un algoritmo; nella migliore delle ipotesi, si tratta delle intenzioni di chi lo programma. Ma confondere queste intenzioni con una qualche intenzionalità algoritmica non è diverso dal pensare che l’intenzione di uccidere Cesare stesse nei pugnali e non nei congiurati.

Così, addossare agli algoritmi, per esempio, la responsabilità di un incidente prodotto da un’automobile a guida automatica non è diverso, in ultima istanza, dall’addossare la responsabilità di un incidente prodotto da un’automobile a guida umana all’auto invece che al pilota. Dire che gli algoritmi ci comandano è da questo punto di vista una espressione inappropriata, che nasconde una verità di tutt’altro tipo: e cioè che il web è potente perché, raccogliendo comportamenti e orientandoli in base a delle procedure, agisce in termini che Foucault avrebbe definito come “disciplinari”. Il mandante è un altro, ma chi?

Chi è il mandante

In effetti, quando si sostiene che gli algoritmi ci assoggettano, si focalizza un rapporto esclusivo tra chi comanda e chi esegue, sottovalutando come le nostre decisioni siano determinate molto più estesamente, e non da oggi, da condizionamenti sociali, psicologici politici, economici, religiosi, e da tecniche che non hanno niente a che fare con gli algoritmi, e che in effetti sono molto più antiche.

Se il potere degli algoritmi è disciplinare, abbiamo a che fare con l’automazione e il potenziamento del potere burocratico. Come aveva notato Schmitt, la rapidità di esecuzione dei decreti legge nell’età di Weimar, a dispetto del cambio completo di orientamenti ideologici, getta una continuità tra Weimar e il Terzo Reich. Chi davvero comanda non sono gli algoritmi, ma la tecnica nel suo insieme, il sistema di imposizione che Heidegger definisce come “Gestell”, l’apparato, e che ritroviamo nelle considerazioni di Schmitt sulla burocrazia.

Non va però trascurato che in Schmitt il potere autonomo della burocrazia rispetto alla decisione umana avveniva in uno contesto apologetico, volto a ridurre la responsabilità del Terzo Reich e stabilendo una continuità con l’era weimariana. Si ritroverà questa postulazione di un valore autonomamente decisionale della tecnica, per alleggerire le responsabilità umane, nelle autodifese dei gerarchi nazisti a Norimberga. Senza dimenticare l’intera riflessione di Heidegger sulla tecnica, parallela a queste autodifese e non estranea a esse. Insomma, “eseguivo gli ordini” e “sono governato dagli algoritmi” non è molto diverso da “sono guidato dagli extraterrestri”: la responsabilità del Gestell è una scusa che si presenta in tribunale, dopo averla fatta grossa.

Non ci sono imposizioni della tecnica, non c’è Gestell, ci sono solo umani che realizzano tecniche con certe caratteristiche. E degli umani che hanno ricevuto una certa educazione, per esempio basata sulla gerarchia e l’obbedienza, e che condividono certi valori, in particolare quello dell’autorità, che in forza di tutte queste circostanze, che non sono direttamente collegate con la tecnica, sono predisposti a obbedire a ingiunzioni mediate dalla tecnica che su altri non avrebbero avuto alcun esito.

Basti considerare che l’annuncio radio di Hitler, il 20 luglio 1944 dopo l’attentato, secondo cui la guerra continuava e i colpevoli sarebbero stati puniti provocò effettivamente gli effetti auspicati. Mentre l’annuncio dell’armistizio dato alla radio da Badoglio l’8 settembre, in cui si precisava che le truppe italiane si sarebbero difese, non ebbe alcun esito perché l’esercito si sbandò. Esclusi gli algoritmi e il Gestell, chi comanda?

Lo Stato

In termini foucaultiani, la risposta è abbastanza ovvia, lo Stato, “il più gelido dei mostri”, come diceva Nietzsche. Ma ne siamo sicuri? Permettetemi di rispondere prendendo la cosa apparentemente alla lontana. A lungo, la riflessione sulle ricadute sociali del Web si è limitata alla privacy, non considerando che centinaia di milioni di persone rinunciano senza problemi alla loro privacy esponendosi sui social network. Il punto è un altro. Quello che interessava a chi comprava le informazioni raccolte e classificate da Cambridge Analytica non era conoscere la vita privata delle persone, bensì profilare con esattezza degli individui per poter formulare su questa base delle previsioni. I nomi non contano, contano i comportamenti.

Lo stato disciplinare di Foucault era un misto fra i sogni della tecnocrazia francese dell’epoca di Giscard d’Estaing, i ricordi del “planisme” elaborato nel Belgio di Hendrik de Man, i grandi piani quinquennali sovietici. Insomma, Foucault pensava a una economia di guerra in cui sorveglianza e punizione vanno di pari passo. Ma questo non è (almeno in Occidente, per la Cina si dovrebbe fare un discorso ancora diverso) il caso della società attuale.

Prendiamo il caso della post-verità, del flusso di fake news prodotte dalla babele documediale. Se nella tua echo chamber sono convinti che la Luna è fatta di formaggio ti apparirà del tutto naturale pensare che chi dice che è fatta di pietra è parte di un complotto. E questo non vale ovviamente solo per la materia di cui è fatta la Luna, ma viene a toccare elementi più sensibili come il funzionamento dei mercati, le conseguenze delle manovre economiche, l’utilità dei dazi, le conseguenze socioeconomiche delle migrazioni.

Si osservi questo: un sistema statale inteso a sorvegliare e punire avrebbe duramente sanzionato la tesi secondo cui la luna è fatta di formaggio, cercando di estirpare l’eresia formaggista. O, viceversa, se per qualche motivo lo stato fosse incline al formaggianesimo, lo avrebbe imposto come religione di Stato. Ma niente di questo avviene, appunto perché raramente la gestione degli algoritmi è pertinenza di Stati più o meno disciplinari, ma semplicemente ha luogo nel quadro di imprese commerciali interessate all’utilità economica e non al controllo politico.

Il Kapitale

Con questo, però, e in apparenza, la risposta ci viene servita su un piatto d’argento. Se il movente di chi ha installato gli algoritmi è economico, il mandante, e il decisore di ultima istanza, non può che essere il Kapitale, l’ultimo residuo della Provvidenza e della filosofia della storia di cui amano parlare i predicatori televisivi. Il Kapitale, in effetti, è un indiziato perfetto, costituendo una entità mitologica e potente, anche più ubiqua e vaga della tecnica. Ma credo che anche in questo caso si tratti di un grande equivoco.

Al Kapitale (diversamente che agli stati, di vecchio o nuovo regime) i nostri comportamenti non interessano per ragioni normative, ma semplicemente per ragioni conoscitive. Vogliono sapere che cosa facciamo, senza giudicare né tantomeno sanzionare, il che, sia detto di passaggio, spiega perché siano così poco interessate a sapere chi noi siamo e il nostro nome. Quella struttura di imputabilità che è il nome proprio non interessa al Kapitale, e le conoscenze che accumulano non hanno scopi punitivi (di nuovo, si consideri quanto è facile per un terrorista servirsi del Web) ma solo conoscitivi. Importa sapere, conoscere il target, profilare gli individui, classificare i comportamenti e le tendenze, e tanto basta.

Insomma, governare è l’ultimo degli interessi del Kapitale (ammesso e non concesso che esista). Le strutture capitalistiche, che ovviamente esistono, non sono interessate al governo, bensì al guadagno, e questo si consegue conoscendo, e non governando. E se, lasciata da parte la figura vaga del Kapitale, volessimo venire più concretamente al GAFAM, ai grandi del Web, Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, si scoprirebbe che la loro funzione è piuttosto quella dei ministri negli Stati di antico regime, che informano e magari valutano, ma non decidono.

Il Sovrano

Se le cose stanno in questi termini, l’indiziato (come non averci pensato prima?) è il sovrano, il detentore carismatico del potere politico potenziato dalla conoscenza assicurata dagli algoritmi. Ma neppure questo è il caso. Le caratteristiche di un sovrano che possa veramente dirsi tale sono infatti tre. Anzitutto, una vita privata radicalmente separata da quella pubblica. Di Xi Jinping, potentissimo presidente cinese, oppure del dominus polacco Jarosław Kaczyński, sappiamo pochissimo; visto che nessuno è grande per il proprio cameriere, è una pessima idea la popolarizzazione del potere che caratterizza l’occidente, e che non porta a nulla di buono, tranne a inondare il mondo con tweet di politici grandi e piccoli, pieni di futili (e umilianti) frammenti di vita privata.

In secondo luogo, un sovrano non è tale senza la possibilità di prendere delle decisioni impopolari. Non c’è grande politico che non abbia preso decisioni contrarie al sentire comune del suo popolo. Se Churchill o Roosevelt avessero seguito gli umori dei rispettivi popoli il primo avrebbe fatto la pace con Hitler nel luglio 1940 e il secondo si sarebbe guardato bene dal fare la guerra con il Giappone. Se De Gaulle avesse dovuto dar retta ai Francesi, la guerra d’Algeria non sarebbe finita mai.

Infine, un sovrano prende decisioni di fronte alla storia, cioè anzitutto di fronte alle generazioni future, che al momento non hanno ancora voce. Queste decisioni possono essere sbagliate, o estremamente impopolari. La storia ne è piena, e in quei momenti chi decideva non aveva il conforto di tweet o di bagni di folla, o la riconoscenza dei compagni di partito che avrebbero continuato il loro confortevole mandato parlamentare con la speranza di una rielezione. Ci sono momenti in cui promettere sangue, sudore e lacrime significa dire addio alla politica politicante, e se già Roosevelt non poteva permettersi le stesse perdite in guerra di Hitler e di Stalin, figuriamoci le perdite che si potrebbe permettere Trump.

Nessuna classe dirigente occidentale dispone oggi di queste condizioni. Si consideri la politica populista al tempo del web. Il programma di governo è confezionato su misura a partire dalla esatta conoscenza delle aspettative degli elettori, e viene adeguato in tempo reale. Come risultato, gli elettori sono sempre pienamente soddisfatti, ma non saranno mai rimborsati per la fiducia data attraverso il voto, giacché non avranno mai un governo, ma solo lo specchio dei loro desideri. La governamentalità algoritmica, ben lungi dal sostenere un totalitarismo efficiente e silenzioso, determina il passaggio dei politici da classe dirigente a classe diretta, perché quello a cui rispondono non è una opinione pubblica vaga e impalpabile, o qualificata in organi rappresentativi ben definiti, bensì una quantificazione e rappresentazione esatta del gradimento degli elettori.

E se prevale, poniamo, la dottrina della luna fatta di formaggio, allora sarà politicamente doveroso dar vita alla lega del formaggio e al movimento della luna. Gli eletti, purché abbiano comprato dati da Cambridge Analytica o simili, conoscono nei dettagli i desideri degli elettori (anche meglio di quanto non li conoscano gli elettori stessi). Gli elettori ne sono consapevoli, e si regolano. Per questa via, la classe dirigente cessa di governare, giacché il governo significa anzitutto la capacità, nell’arco del proprio mandato, di non farsi condizionare in ogni secondo dagli umori dell’elettorato. A questo punto i governanti sanno benissimo come farsi eleggere, perché basta fabbricare un programma che risponda ai bisogni degli elettori. Ma, una volta eletti, non possono più governare autonomamente, visto che conoscono benissimo ogni singolo stormir di fronda degli eletti. È una situazione ideale che, una volta realizzata dalla tecnica, non appare così ideale come potevano immaginarla i suoi fautori.

La vera trasformazione sta appunto nella circostanza per cui – con un vantaggio senza precedenti rispetto agli stati di antico regime e alle democrazie parlamentari – la governamentalità può disporre (grazie ai GAFAM, e non autonomamente: non siamo più ai tempi di Foucault e dello statalismo) di una conoscenza dettagliata delle preferenze, degli orientamenti e delle abitudini dei cittadini. Questa microfisica del sapere permette in teoria di capovolgere il funzionamento del sistema democratico trasformandolo in uno stato totalitario. In pratica, però, avviene il contrario, e se qualcosa come la tirannide si realizza in questo quadro, ricorda molto di più l’oclocrazia, il dominio delle moltitudini, che non un dirigismo elitario come nei totalitarismi del secolo scorso.

La dittatura del proletariato

Non c’è un nesso tra la governamentalità algoritmica e la creazione di una società totalitaria. Al contrario – ed è quello che vorrei portare al centro dell’attenzione – assistiamo a una crisi della leadership che costituisce la causa principale dell’attuale populismo, che non è, ricordiamolo, la dottrina di un leader che guida il popolo, ma piuttosto quella di una moltitudine che, con il suo consenso o dissenso, fa fare al leader quello che vuole lei.

Insomma, più che un governo dall’alto che eserciterebbe un controllo biopolitico, quello che abbiamo è una conoscenza dettagliatissima (una profilazione) delle credenze, delle intenzioni, dei gusti e dei desideri dei governati. Il che però non permette ai governanti di schiavizzarli, visto che nei paesi liberali (altro, ovviamente, è il discorso per la Russia e per la Cina, ma non dipende dagli algoritmi) non ne hanno il modo, giacché gli elettori possono sempre rimandarli a casa.

Anzi, il vantaggio elettorale costituisce una enorme limitazione del potere politico di cui i teorici del potere come panopticon, che guarda senza esser visto, non avevano tenuto conto. Il risultato della governamentalità algoritmica è così proprio la decostruzione della sovranità di cui parlava Derrida, considerandola a giusto titolo come una sovranità in decostruzione, precisamente per opera di trasformazioni tecniche che noi vediamo oggi molto meglio di lui.

Questo fa riflettere su quanto inappropriate siano state le interpretazioni della politica post-ideologica come politica carismatica. Se c’è qualcosa di cui i leader contemporanei sono privi, e per le ragioni strutturali che ho cercato di illustrare, è il carisma. La guida contemporanea è narcisistica, non carismatica: il leader rispecchia quello che siamo noi, come nella Fenomenologia di Mike Bongiorno. La rivoluzione documediale, più che a un Dispotismo del Kapitale, ha dato luogo a una Dittatura del Proletariato, sicché da ultimo “tutto il potere agli algoritmi” sarebbe soltanto la versione aggiornata di “tutto il potere ai soviet”.

Il Popolo

Se le cose stanno così, il vero indiziato è il più insospettabile, l’eterna vittima: il Popolo, che finalmente fa sentire la sua voce attraverso gli algoritmi. Si dice che l’attuale vicepremier italiano Matteo Salvini sia orientato da un algoritmo, “la bestia”, ma i suoi collaboratori assicurano che la bestia è lui. Le due circostanze non sono incompatibili, basterà richiamarsi alle riflessioni svolte da Derrida sul nesso tra bestia e sovrano. Dalle origini la sovranità è collegata con una bestialità, che è anzitutto la forza delle bestie mitologiche con cui si rappresenta lo Stato, o quella del sovrano come capo militare. Non dimentichiamo però un’altra figura dell’animalità: il popolo bue. Si tratta di una solenne ovvietà, di una vera e propria lettera rubata, di qualcosa che è insieme la premessa di ogni politica (che parte sistematicamente da questo presupposto) e l’innominabile di qualunque discorso intellettuale. Invece che con Frankenstein o con il Golem abbiamo dunque a che fare con un altro mostro, il Popolo, che, d’accordo con Guicciardini, è “uno animale pazzo”.

Futile e fortunatamente inattuabile è la speranza del filosofo di guidare i politici: da Platone a Heidegger è un susseguirsi di scacchi e di umiliazioni che ci hanno messo al riparo da una eventualità probabilmente funesta. Ma un governo di non filosofi o di antifilosofi non è necessariamente migliore. Come la carta dell’ONU che sanciva libertà di espressione per ogni membro dell’umanità non poteva prevedere che con questo si dava – in un futuro tecnologico ancora imprevedibile – spazio al razzismo, all’odio, e soprattutto a quell’erba sempre così rigogliosa che è l’imbecillità, così nessuno mai avrebbe immaginato che il Popolo potesse diventare trasparente, trovando il modo per far sentire, chiaro e forte, la sua voce.

Il problema del popolo sta però nell’essere una entità mitologica non meno del Kapitale. Per i populisti sarebbe una massa sacrificata, lavoratrice, piena di valori, quando con ogni evidenza (e per sua e nostra fortuna) è la folla che riempie le discoteche, i ristoranti, gli aeroporti, e intasa le strade di Venezia e di New York. Non uno di loro si ammazza di lavoro, molti sono disoccupati, ma tutti producono valore attraverso la loro mobilitazione sul web. Onore al merito, che però non ha nulla a che fare con il merito ideologico e mitologico che viene attribuito al Popolo dei Populisti.

Sopravvivono le fasce di reddito, ma scompaiono le classi in quando catalizzatrici di idee, consuetudini, forme di pensiero e di comportamento. Nella rivoluzione in corso cadono le divisioni sociali: padrone e servo operano nello stesso spazio e fanno le stesse cose attraverso gli stessi media. Contemporaneamente, però, al posto della massificazione abbiamo un livellamento, una orizzontalità di monadi che prende il posto della verticalità di classe capitalista. Le monadi posseggono dei valori esclusivi e condivisi in piccoli gruppi e camere di risonanza, che a loro volta possono comunicare con altri gruppi, ma sempre in maniera orizzontale, senza la verticalità (da una autorità emittente a dei destinatari) che caratterizzava l’età industriale e postindustriale. Le credenze si atomizzano, privatizzano e si fanno identitarie.

Tuttavia, se si hanno buoni motivi per pensare che quella di “classe” sia una nozione romantica, e inconsistente, questo vale a maggior ragione per la nozione di “popolo”. E quando una nozione è inconsistente, ogni equivoco è possibile. È in questo ambito che ha luogo la confusione sistematica e fatale tra popolo sovrano (una fictio iuris), popolo come classe (cioè un obscurum per obscurius) e popolo come nazione (idea antropologica), che permette un mix di marxismo e nazionalismo, tanto più problematica in quanto il popolo che viene evocato non è che una somma di monadi, dunque la cosa meno vicina a un popolo in qualunque senso lo si voglia intendere.

Il panopticon capovolto

Quello che si fa avanti, il vero titolare del potere nel web, è allora la moltitudine, e quello che si attua è la dittatura del proletariato. Marx nomina la dittatura del proletariato solo due volte, e si ha ragione di credere che si riferisse alla Comune di Parigi, che in effetti ha moltissimi aspetti fascisti e populisti nel nostro senso contemporaneo. In effetti, ciò che ha luogo oggi è la realizzazione di ciò che appariva soltanto un sogno, o un incubo. Invece che un dispotismo tecnocratico, quello che si realizza è la dittatura del proletariato, ossia ciò che correntemente oggi si chiama “populismo”, un governo delle masse, appunto delle moltitudini che (chissà perché) spesso si rappresentano come rivoluzionarie, e che si attua proprio oggi perché solo oggi esistono gli strumenti tecnici per conoscere nel dettaglio gli orientamenti degli elettori.

Il panopticon esiste dunque, ma è un panopticon capovolto, in cui i governati governano i governanti, e questo non perché questi ultimi siano in una qualche casa di vetro, ma semplicemente perché il Palazzo conosce davvero troppo bene cosa vogliono gli elettori. Se il governante è semplicemente l’applausometro degli umori dei governati, questa non è la realizzazione della democrazia e della politica, ma è oclocrazia, l’incubo delle masse al governo (concretamente: vi fareste governare da quelli che posteggiano in terza fila? Bene, l’oclocrazia è questo).

Proprio come la conoscenza analitica del mercato paralizza lo scambio, la microfisica del potere capovolge la democrazia. Si disegna un gioco in cui tutti perdono, e questo, dopotutto, è il risultato della governamentalità algoritmica. La democrazia richiede un doppio velo di ignoranza e un sistema di informazione non troppo pervasivo. Chi formula una proposta elettorale si immagina solo a grandi linee, e non nel dettaglio, le aspettative degli elettori, e le sintetizza armonizzandole in un quadro ideologico che costituisce il canovaccio del suo operato; gli elettori non sanno sino in fondo quali sono le loro aspettative; e la formula di governo può essere portata avanti senza continue correzioni dettate dai sondaggi e dall’opinione pubblica. Già il populismo mediatico ha mutato questa condizione: grazie all’auditel, un proprietario di televisioni conosce molto meglio dei partiti tradizionali (specie se fortemente ideologizzati: cattolici, comunisti) i gusti veri e magari inconfessabili e inconfessati degli elettori; inoltre, non avendo osservanze ideologiche da rispettare, può riformulare costantemente la linea di governo alla luce dei sondaggi.

Il populismo informatico fa un passo in avanti: il programma di governo è confezionato su misura a partire dalla esatta conoscenza delle aspettative degli elettori, e viene adeguato “in tempo reale”. Ma quello che ci assicura la governamentalità algoritmica è un processo differente: i governanti sono governati dai sondaggi, il che significa la fine del concetto di leadership. In effetti, se guardiamo alla società politica che si è venuta formando attraverso il web è un apparato che strutturalmente rende impossibile l’esercizio di una sovranità degna di questo nome.

Un effetto collaterale, simmetrico e anche più significativo, consiste nell’annullamento non solo della sovranità degli eletti, ma anche di quella degli elettori. Spinoza diceva giustamente che se una pietra che cade potesse pensare, penserebbe di farlo liberamente. Noi non siamo, ontologicamente parlando, liberi. Ciò che appare come libertà non è un fatto ontologico, bensì epistemologico, ossia l’imprevedibilità (anche per noi stessi) dei nostri comportamenti. Quando un sapere dell’individuale come quello raccolto dagli algoritmi permette di anticipare con crescente certezza e automatismo i comportamenti, non scompare la libertà (che in senso stretto non c’è mai stata), ma semplicemente risulta molto più prevedibile il comportamento umano, ossia quella imprevedibilità che a torto viene identificata con la libertà.

Come risultato, gli elettori sono sempre pienamente soddisfatti, ma non saranno mai rimborsati per la fiducia data attraverso il voto, giacché non avranno mai un governo, ma solo un rispecchiamento delle loro confuse e contraddittorie aspettative, e soprattutto dei loro astratti furori. Quel che più conta è che gli elettori non sapranno mai veramente ciò che vogliono, né perché, né il quadro della situazione, perché questo è a disposizione di chi detiene i mezzi di interpretazione, della piattaforma, e non dei suoi utenti.

Che fare?

Siamo partiti dal “ci governeranno i computer” e siamo giunti a una condizione molto diversa: i governanti saranno governati dalla moltitudine. Non che sia molto meglio: la moltitudine non realizza una gloriosa rivoluzione, ma semplicemente una sovversione. La dittatura del proletariato ha infatti, indubbiamente, un carattere sovversivo (in quanto sovverte la sovranità) e regressivo, in quanto lo fa in nome di istanze superate che si riferiscono, nella vita come nel lavoro, a forme di organizzazione passate. Confondere la sovversione con la rivoluzione non è molto diverso dal confondere la vendetta con la giustizia, eppure l’una e l’altra cosa costituiscono la regola dei populismi nati dal web. Si impone a questo punto la domanda “Che fare”, cui si possono dare tre risposte in un grado di crescente concretezza.

La prima è la speranza. La dittatura del proletariato è una fase necessaria, e non per imponderabili leggi della storia, ma a causa di trasformazioni tecniche che abbiamo sotto gli occhi e che hanno il merito di liberare dalla fatica fisica e dal bisogno un numero crescente di esseri umani. Inoltre, è la manifestazione del farsi avanti del primo principio dell’illuminismo secondo Kant, ossia della capacità di pensare con la propria testa.

La seconda è l’intelligenza. L’illuminismo secondo Kant comportava altre due regole, il saper pensare mettendosi nella testa degli altri e il saper pensare d’accordo con se stessi, ossia in modo conseguente. Né l’una né l’altra regola paiono attuarsi nel tempo presente. Questo però non esclude che, nel futuro, possano realizzarsi, proprio come si sono attuati progressi sociali, come il cosmopolitismo e il superamento della subordinazione femminile, che apparivano inconcepibili pochi decenni fa. Si può sperare che, se i progetti più nettamente regressivi del populismo non troveranno attuazione, una crescente cultura comune potrà condurre – in tempi lunghi o lunghissimi – alla realizzazione di un illuminismo completo.

La terza è il realismo. Il sapere è un lungo cammino. Soprattutto, non è un bene a cui (piaccia o meno ad Aristotele) l’umanità tiene in modo particolare. Gli uomini preferiscono le tenebre alla luce, e la post-verità ne è la dimostrazione contemporanea: tengono ad aver ragione, non al fatto che le loro ragioni siano vere. Se dunque il sapere è una via così lunga e tortuosa, si può per l’intanto seguire la via del fare, riducendo lo scontento sociale. E per farlo, invece che prendersela con l’Europa, il Kapitale e altri numi, o proporre redditi di cittadinanza improbabili e impagabili, basterebbe che una Europa Unita imponesse ai GAFAM una tassa sul plusvalore prodotto dalle moltitudini mobilitate sul web, e la ridistribuisse sotto forma di salario di mobilitazione.

  1. T. Berns, A. Rouvroy, Gouvernementalité algorithmique et perspective d’émancipation: le disparate comme condition d’individuation par la relation? Politique des algorithmes. Les métriques du web, in «RESEAUX», vol.31, n.177, 2013, pp. 163-196.

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