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Editoria accademica, l’AI riapre il problema di costi e concentrazione


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Wiley acquisisce Emerald per 337 milioni di sterline e rafforza il proprio peso nel mercato dell’editoria scientifica, mentre intelligenza artificiale, open access e tariffe APC moltiplicano il valore dei cataloghi e riaprono il confronto su costi, concentrazione e controllo delle infrastrutture della ricerca

Pubblicato il 13 ott 2026

Nicola Cucari

Professore di Economia e Gestione delle Imprese – Dipartimento di Management, Sapienza Università di Roma



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Il 2 giugno 2026 Wiley ha annunciato l’acquisizione di Emerald Publishing da Cambridge Information Group per 337 milioni di sterline, circa 452 milioni di dollari, in un’operazione interamente in contanti. Emerald porta in dote quasi 500 riviste, 8.000 libri e 3.000 casi aziendali, e fa salire il portafoglio complessivo di Wiley a circa 2.500 testate.

Il dato più interessante non riguarda la dimensione economica dell’operazione, ma il linguaggio con cui è stata presentata agli investitori. Matthew Kissner, presidente e amministratore delegato di Wiley, ha dichiarato che la transazione riflette la convinzione che ricerca e intelligenza artificiale si rafforzino a vicenda (“research and AI are mutually reinforcing”): i contenuti e i dati proprietari alimentano l’AI, e l’AI accelera il ritmo della pubblicazione. Il comunicato aggiunge che l’acquisizione rafforza la posizione di Wiley nei contenuti proprietari destinati all’intelligenza artificiale, in un momento in cui la domanda di letteratura peer-reviewed affidabile cresce rapidamente.

Big Five e concentrazione nel mercato dell’editoria scientifica

Wiley appartiene al gruppo ristretto di operatori che nell’editoria scientifica internazionale viene identificato come Big Five: Elsevier, Springer Nature, Wiley, Taylor & Francis e Sage. Si tratta di una definizione con un’origine documentata, che fissa l’ordine di grandezza del fenomeno.

Nel 2015 Vincent Larivière, Stefanie Haustein e Philippe Mongeon hanno pubblicato su PLOS ONE uno studio sull’oligopolio degli editori accademici basato su 45 milioni di documenti indicizzati in Web of Science tra il 1973 e il 2013. La quota di articoli pubblicata dai cinque maggiori editori, poco superiore al 20% nel 1973, aveva raggiunto il 53% nelle scienze naturali e mediche nel 2013 e il 70% nelle scienze sociali, restando invece intorno al 20% nelle discipline umanistiche.

Sono nomi meno noti al grande pubblico di quelli delle piattaforme digitali (i Magnifici Sette) o della consulenza direzionale (le Big Four), ma chi ha a cuore la qualità della scienza, l’autonomia della ricerca e l’impiego delle risorse pubbliche ha ragione di interrogarsi sui loro modelli di business, sulle strategie con cui crescono e sull’integrazione tra contenuti scientifici, dati, servizi digitali e intelligenza artificiale.

Intelligenza artificiale e nuovi asset dell’editoria scientifica

Per decenni il modello economico dell’editoria scientifica è stato semplice da descrivere. Gli editori organizzavano la selezione, la produzione e la distribuzione delle pubblicazioni, e vendevano l’accesso alle proprie collezioni soprattutto alle biblioteche universitarie. L’open access ha modificato questa architettura, spostando in alcuni casi il pagamento dal lato della lettura a quello della pubblicazione attraverso le Article Processing Charges, oppure combinando le due componenti nei contratti trasformativi. Su questa architettura, già modificata una volta, l’intelligenza artificiale sta introducendo un ulteriore livello di valorizzazione.

Un grande catalogo scientifico è un corpus strutturato di conoscenza specialistica, nel quale articoli, citazioni, autori e classificazioni disciplinari sono collegati tra loro: può alimentare strumenti di ricerca semantica, applicazioni di sintesi e servizi destinati a imprese e professionisti.

Copim, commentando l’operazione, richiama proprio la connessione tra contenuti proprietari e AI e si interroga sulle conseguenze di una crescita continua della velocità, del volume e della scala della produzione editoriale. Non serve assumere una posizione ostile verso l’intelligenza artificiale per riconoscere il problema visto che strumenti capaci di interrogare grandi corpus o di facilitare la ricerca bibliografica hanno un valore evidente.

La questione riguarda piuttosto la struttura economica dentro cui questi strumenti vengono sviluppati e il modo in cui se ne distribuiscono i benefici. Se la qualità dei servizi di AI dipende dalla disponibilità di grandi collezioni di conoscenza affidabile, il controllo dei corpus diventa un vantaggio competitivo, e la scala produce altra scala: un catalogo più grande attrae autori e istituzioni, un numero maggiore di pubblicazioni accresce il patrimonio di dati, quel patrimonio rafforza la capacità di offrire nuovi servizi.

La particolarità dell’editoria scientifica, tuttavia, sta nel fatto che la materia prima di questa economia viene prodotta quasi interamente fuori dall’impresa editoriale. La ricerca nasce nelle università e negli enti pubblici, una quota considerevole è finanziata con risorse pubbliche, gli articoli li scrivono i ricercatori e la peer review la svolge la stessa comunità accademica.

Questo non toglie che l’editore produca valore e sostenga costi reali, dalle piattaforme al copyediting alla conservazione. Resta però una separazione tra il luogo in cui viene generata una parte rilevante del valore scientifico e quello in cui quel valore viene trasformato in un asset economico — separazione che l’intelligenza artificiale rende più visibile, perché lo stesso contenuto entra ormai in più catene di valorizzazione contemporaneamente.

Crescita editoriale e valore per gli azionisti

Anche il riferimento al valore per gli azionisti nel comunicato di Wiley (“we expect to drive meaningful shareholder value”) va letto con una certa cautela prima di essere trasformato in un’accusa. Una società deve perseguire obiettivi economici e remunerare il capitale, e nessuno può sorprendersi se un’impresa presenta un’acquisizione spiegando agli investitori quali ricavi si attenda.

Wiley stima che Emerald generi oltre 85 milioni di dollari di ricavi nell’esercizio che chiude a dicembre 2026, con il 92% di ricavi ricorrenti da abbonamento, e prevede circa 30 milioni di dollari di sinergie di costo a regime entro il terzo anno. È proprio la normalità di quel linguaggio, però, a rendere visibile la tensione che attraversa l’intera vicenda.

Per un editore, l’aumento del numero di articoli pubblicati o della quota di mercato è un risultato positivo; per la scienza, la crescita quantitativa conta nella misura in cui corrisponde a un aumento di conoscenza affidabile, originale e rilevante. Crescita editoriale e crescita della conoscenza restano quindi due grandezze distinte, che il funzionamento concreto del sistema tende però a far coincidere.

Valutazione della ricerca e domanda di pubblicazione

Qui il discorso sul mercato editoriale incontra quello sulle politiche di valutazione della ricerca, e in Italia sulla VQR. Un’università pubblica deve rendere conto della qualità della ricerca che produce e dell’uso delle risorse che riceve. La VQR resta però un esercizio costruito su una selezione di prodotti, con i limiti propri di qualsiasi procedura che traduca attività complesse in giudizi comparabili.

Quando indicatori sintetici pesano sulle decisioni relative a carriere e risorse, è ragionevole aspettarsi che i ricercatori adattino in parte il proprio comportamento: è il meccanismo descritto dalla legge di Goodhart e dal principio di Campbell, per cui quando una misura diventa un obiettivo il comportamento degli attori si adatta alla misura. L’effetto sul mercato editoriale è diretto e spiega bene perché la struttura della valutazione finisca per riguardare anche i bilanci delle biblioteche.

Gli autori non sono consumatori ordinari: un ricercatore non decide liberamente se avere bisogno della pubblicazione come un consumatore decide se acquistare un bene. Pubblicare è parte costitutiva della professione e serve a comunicare risultati, partecipare a concorsi, rendicontare progetti e progredire in carriera. La domanda di servizi editoriali nasce quindi anche dalle regole del sistema accademico.

In questo scenario, l’open access ha prodotto un cambiamento positivo e sotto gli occhi tutti: una quantità crescente di conoscenza scientifica può essere letta senza che il lettore appartenga a un’università dotata di costosi abbonamenti.

Dal lato della produzione, però, la questione si presenta in termini diversi. Quando l’accesso aperto viene finanziato attraverso Article Processing Charges pagate per pubblicare un singolo articolo, la barriera economica cambia posizione. Prima la domanda era: chi può permettersi di leggere? Con gli APC se ne aggiunge un’altra: chi può permettersi di pubblicare?

Non tutte le forme di open access richiedono il pagamento di APC, e sarebbe un errore identificare l’intero movimento per la scienza aperta con il Gold Open Access a pagamento. Quando quest’ultimo diventa il canale privilegiato, però, la disponibilità economica dell’autore, del progetto o dell’istituzione diventa un fattore rilevante.

Questo favorisce chi opera in grandi università, gruppi internazionali e discipline fortemente finanziate, e crea difficoltà ai ricercatori indipendenti, ai precari e ai piccoli atenei. Se la capacità di rendere visibili i risultati dipende troppo dalle risorse disponibili, ciò che è già riuscito a essere finanziato dispone anche di condizioni migliori per circolare: non si tratta di censura, ma di una selezione economica preventiva. La scienza diventa più aperta come archivio senza diventare per ciò stesso più equa come processo di produzione.

Open access, contratti trasformativi e dipendenza dagli editori

Una delle risposte sviluppate per ridurre il peso degli APC sul singolo autore sono i contratti trasformativi. Il principio è semplice: invece di pagare esclusivamente per leggere le riviste, università e consorzi negoziano accordi che comprendono l’accesso ai contenuti e la possibilità per i propri autori di pubblicare una determinata quantità di articoli in open access senza sostenere individualmente la tariffa. L’obiettivo iniziale era però più ambizioso: accompagnare una transizione verso un sistema nel quale una quota crescente della produzione scientifica diventasse apertamente accessibile.

AISA, l’Associazione italiana per la promozione della Scienza Aperta, invita da tempo a riflettere proprio sul significato della parola “trasformativo”. Il punto sollevato riguarda meno il numero di pubblicazioni rese aperte e più la struttura economica del mercato: se questa si stia effettivamente trasformando, oppure se il passaggio dal “pay to read” al “pay to publish” mantenga invariati i flussi finanziari verso gli stessi grandi operatori. Un contratto può produrre più open access ed essere utile ai ricercatori aderenti senza ridurre la dipendenza complessiva del sistema universitario da un numero ristretto di imprese.

Spesa italiana per l’editoria scientifica: i dati mancanti

In Italia la negoziazione dei contratti consortili passa da CARE, il Coordinamento per l’Accesso alle Risorse Elettroniche della CRUI. Nell’elenco pubblico degli accordi, per ciascun accordo la pagina indica editore, stato della trattativa, durata e un referente, ma per nessuno di essi l’importo. Le cifre che circolano arrivano quindi per via indiretta, ricostruite da terzi a partire da documentazione dispersa.

AISA le ha ricavate dalla documentazione pubblicata nell’Amministrazione trasparente della CRUI: oltre 167 milioni di euro per il contratto con Elsevier rinegoziato nel 2023, oltre 45 milioni per Springer Nature, oltre 36 milioni per Wiley. Si tratta di contratti pluriennali, riferiti a periodi diversi, che non rappresentano la spesa italiana di un singolo anno.

Sempre secondo AISA, che cita il registro ESAC, i contratti trasformativi con controparte italiana erano diciassette, tredici dei quali sotto la responsabilità di CRUI-CARE. L’associazione ha rivolto alla CRUI una lettera aperta chiedendo dati sistematici su costi, articoli coperti e andamento della spesa, e riferisce di non avere ricevuto risposta.

Per misurare l’efficacia sistemica di questi accordi servirebbe poter ricostruire il costo complessivo per articolo, l’andamento della spesa nel tempo, il numero di pubblicazioni effettivamente coperte e gli APC pagati al di fuori degli accordi. Con i dati oggi disponibili, nessuno di questi numeri è calcolabile.

Prezzi di listino e tariffe APC

Un recente lavoro ha invece ricostruito in modo sistematico i prezzi pubblicati dai principali editori. Lisa Matthias, Diego Chavarro, Eric Schares, Juan Pablo Alperin e altri sette coautori dello Scholarly Communications Lab hanno pubblicato nell’agosto 2026 A dataset of article processing charges from 14 scholarly publishers, 2019–2025 (arXiv:2608.14116), che raccoglie 12.540 riviste uniche e 69.856 combinazioni rivista-anno per quattordici editori: i grandi gruppi commerciali, gli editori nativamente open access come MDPI, Frontiers e PLOS, e le società scientifiche come American Chemical Society, IEEE e IOP.

I prezzi provengono dai listini degli editori e, dove non più disponibili, dalle versioni storiche delle pagine conservate nella Wayback Machine. Gli autori precisano che si tratta di prezzi di listino pubblicamente reperibili, non di un registro esaustivo degli APC realmente pagati. Considerando le sole tariffe fisse superiori a zero è dato osservare che:

  • Gold Open Access: costo medio 2.091 dollari, mediana 2.000
  • Hybrid Open Access: costo medio 3.278 dollari, mediana 3.150
  • Elsevier, Hybrid OA: 3.121 dollari medi
  • Springer Nature, Hybrid OA: 3.324 dollari medi
  • Wiley, Hybrid OA: 3.409 dollari medi
  • Massimo rilevato: 12.690 dollari, per 39 riviste ibride Springer Nature

Un dato meno immediato, e forse più istruttivo delle medie, riguarda la dispersione dei prezzi all’interno di uno stesso catalogo. Per molti editori le tariffe ibride sono quasi uniformi: il coefficiente di variazione scende al 5% per ACS, al 10% per De Gruyter, all’11% per Cambridge University Press. Le tariffe Gold variano invece molto di più, fino al 48% per Elsevier e al 41% per Wiley. Il prezzo ibrido si comporta come una tariffa di casa editrice; il prezzo Gold viene calibrato sulla singola rivista.

Contenzioso sugli APC e costi dell’editoria scientifica

Proprio sullo scarto tra prezzo e costo si è aperto negli Stati Uniti un contenzioso federale. Il 30 luglio 2026 è stato reso pubblico il ricorso United States ex rel. Alperin v. Elsevier B.V., Springer Nature, Informa Group Limited e John Wiley & Sons, numero 24-cv-10603, davanti alla Corte distrettuale federale del Massachusetts. Il caso era stato depositato sotto sigillo nel marzo 2024 e si fonda sul False Claims Act, la legge statunitense che consente a un privato di agire in giudizio per conto del governo federale contro chi lo abbia frodato, trattenendo poi una quota dell’eventuale recupero.

Il ricorrente è Juan Pablo Alperin, condirettore dello Scholarly Communications Lab e coautore del dataset sui prezzi di listino citato sopra. Secondo il ricorso, i quattro editori avrebbero per un decennio applicato APC fino a dieci volte superiori al costo reale di lavorazione di un articolo, che il ricorrente colloca tra 200 e 1.000 dollari.

Poiché le agenzie federali statunitensi impongono che i risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici siano liberamente accessibili, la tesi è che gli editori abbiano usato quell’obbligo per estrarre tariffe e cessioni di copyright da ricercatori privi degli strumenti per valutarle, inducendo così le istituzioni a chiedere allo Stato il rimborso di spese non necessarie, secondo la ricostruzione pubblicata da Retraction Watch. Il quadro richiede però diverse cautele, che conviene elencare prima di trarre qualsiasi conclusione.

Il governo federale ha deciso di non intervenire nel procedimento il 23 luglio 2026, lasciando ad Alperin l’onere di proseguire da solo: secondo alcuni avvocati specializzati questa circostanza non dice nulla sul merito, perché gran parte delle azioni qui tam prosegue senza l’intervento del Dipartimento di Giustizia.

Sage figurava tra i convenuti iniziali ed è uscito dal procedimento poco prima della desecretazione. E tra i legali del settore le valutazioni divergono: c’è chi ha descritto il ricorso come un caso di nicchia costruito su una teoria inedita, e chi ritiene consolidato l’impianto giuridico su cui poggia. Interpellati da Retraction Watch, Wiley ed Elsevier hanno rifiutato di commentare, Springer Nature ha risposto di non poterlo fare immediatamente, Informa non ha risposto.

Un precedente recente aiuta a misurare quanto sia incerto l’esito di iniziative di questo tipo. Nel settembre 2024 la neuroscienziata Lucina Uddin, della University of California a Los Angeles, aveva promosso davanti alla corte federale di New York una class action antitrust contro sei editori, contestando l’accordo per non retribuire la peer review e il divieto di sottomissione simultanea a più riviste. Nel febbraio 2026 un giudice federale ha respinto il ricorso, giudicando insufficienti gli elementi portati a sostegno della violazione antitrust. La contestazione giudiziaria dei modelli economici dell’editoria scientifica è quindi aperta, e per ora dall’esito incerto.

Trasparenza e infrastrutture dell’editoria scientifica in Italia

La prima riguarda la trasparenza della spesa: pubblicare, accanto alla durata dei contratti consortili, il loro valore, il numero di articoli effettivamente coperti e il costo medio per pubblicazione richiederebbe uno sforzo modesto e permetterebbe di rispondere a domande oggi senza risposta. Senza questi numeri, la parola “trasformativo” resta una qualifica commerciale che nessuno può verificare.

La seconda riguarda la valutazione: fino a quando la collocazione editoriale peserà sulle carriere quanto pesa oggi, la domanda di pubblicazione formerà un mercato in cui il compratore non può rinunciare all’acquisto. Usare la VQR e gli altri indicatori senza trasformarli in surrogati del giudizio scientifico incide direttamente sul potere contrattuale delle università di fronte agli editori.

La terza riguarda la proprietà delle infrastrutture: quale quota delle risorse oggi destinata all’acquisto di servizi possa servire anche a costruire e rafforzare piattaforme aperte, pubbliche o controllate dalle comunità scientifiche.

L’intelligenza artificiale rende queste domande più urgenti, perché il valore di un articolo non si esaurisce con la sua pubblicazione: la conoscenza continua a produrre valore come dato, come corpus e come materia prima per servizi che possono essere offerti alle stesse istituzioni dalle quali proviene. L’acquisizione di Emerald da parte di Wiley non dimostra che gli interessi commerciali siano incompatibili con quelli scientifici, né che la concentrazione produca effetti negativi. Mostra però perché sarebbe imprudente considerare quegli interessi automaticamente coincidenti.

Una politica matura della scienza aperta dovrebbe quindi superare la domanda, ormai relativamente semplice, se un articolo sia o meno accessibile gratuitamente, e formularne altre tre: chi può permettersi di pubblicarlo, chi controlla l’infrastruttura attraverso cui circola e chi beneficia economicamente dei nuovi usi della conoscenza che contiene? È su queste risposte, più che sul numero di articoli aperti, che nei prossimi anni si misurerà il grado effettivo di apertura, autonomia e sostenibilità del sistema della ricerca.

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