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le misure

Fake news, cooperare per salvare il mondo dalla disinformazione

Ecco i tasselli in gioco, dopo le mosse della Commissione europea e un recente studio su come le falsità corrano veloci su Twitter, più delle cose vere. Ma anche i media tradizionali ci mettono del proprio in questa fase post-elettorale. Emergenza, quindi, a cui solo una risposta corale può dare una soluzione

15 Mar 2018

Ruben Razzante

docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma


La diffusione della disinformazione corre veloce nella Rete e sui social network. Questo fenomeno preoccupa i vertici dell’Unione europea, ma anche scienziati e studiosi che stanno cercando di spiegare come si sviluppa e si propaga. La Commissione europea sta lavorando a un piano comune e ha recentemente pubblicato un rapporto curato dal team internazionale di esperti, istituito qualche mese fa, con lo scopo di fornire consulenze su come contrastare la viralità di notizie false e imprecise. Lo studio, dal titolo “Final Report of the High Level Expert Group on Fake News and Online Disinformation”, contiene alcune riflessioni sul problema e fornisce indicazioni strategiche comuni per il prossimo mese, con particolare riferimento agli interventi in Rete, dove il flusso di informazioni è difficile da controllare.

La polemica sulle fake news rischia tuttavia di far passare in secondo piano l’emergenza disinformazione che coinvolge anche i media tradizionali, teoricamente più affidabili in quanto alimentati da contributi prodotti professionalmente da giornalisti, ma spesso manipolati e condizionati da interessi extraeditoriali. Questa considerazione vale per i giornali e vale per le televisioni, come si è visto anche in campagna elettorale e nel post-voto.

In sede europea la linea sembra quella giusta: evitare censure, allontanare lo spauracchio di leggi-bavaglio e provare a combattere le fake news con normative soft e con le armi dell’educazione digitale e dell’autoregolamentazione dei colossi della Rete. Basterà?

Facebook, Twitter, Google e gli altri Over the top selezionano e diffondono i post degli utenti utilizzando un imperscrutabile algoritmo, che dovrebbe trattare e classificare le notizie anche sulla base di criteri di affidabilità e attendibilità. Ma in che modo quell’algoritmo potrebbe riuscire a garantire questo?

Gli esperti selezionati dalla Commissione europea invocano informazioni più trasparenti e pertinenti circa il funzionamento di quell’algoritmo. Ma tutto questo potrebbe scontrarsi con il diritto delle imprese di preservare i segreti industriali che consentono loro di generare business. E quindi il confine è molto sottile, tra la tutela della libertà d’impresa e la salvaguardia della trasparenza e del principio di verità nelle informazioni di interesse pubblico a disposizione degli utenti. Trattasi di equilibrio assai precario e costantemente in bilico.

La cooperazione necessaria contro disinformazione  fake news

Senza violare quel segreto industriale, si potrebbe tuttavia ipotizzare un percorso virtuoso di cooperazione responsabile tra i produttori di informazioni, vale a dire gli organi d’informazione tradizionali, e i gestori delle piattaforme che quelle informazioni condividono online. Su questo terreno, una più energica moral suasion da parte della Commissione europea, attraverso l’emanazione di una tavola di valori condivisi o di un decalogo di principi a tutela degli utenti, potrebbe propiziare la creazione di un clima costruttivo per tutti, anche per gli stessi giganti del web, dal momento che i loro rappresentanti figurano tra i 39 esperti del gruppo di lavoro creato a Bruxelles. Le altre strade praticabili sono quelle indicate dal team europeo:

  1. Promuovere l’alfabetizzazione dei media e dell’informazione per contrastare la disinformazione e aiutare gli utenti a navigare nell’ambiente dei media digitali;
  2. Sviluppare strumenti per responsabilizzare utenti e giornalisti per affrontare la disinformazione e promuovere un impegno positivo con tecnologie dell’informazione in rapida evoluzione;
  3. Salvaguardare il pluralismo e la sostenibilità dell’ecosistema dei mezzi di comunicazione europei;
  4. Promuovere la continua ricerca sull’impatto della disinformazione in Europa per valutare le misure adottate da diversi attori e adeguare costantemente le risposte necessarie.

Si raccomanda anche la creazione di “Centri europei per i problemi di disinformazione” che svolgano ricerche interdisciplinari per monitorare tecnologie, tipologia e impatto potenziale della disinformazione nella società, valutando la veridicità dei fatti sottostanti le informazioni e le notizie in alcune aree di interesse generale come la politica, la cronaca, la salute, la scienza, l’economia e altre ancora. Questi stessi centri dovrebbero anche identificare e mappare le fonti e i meccanismi di disinformazione sul web, oltre a rendere disponibili al pubblico i dati delle piattaforme.

Mariya Gabriel, commissario europeo per l’economia e la società digitali, ha dichiarato che sono previsti anche interventi legislativi e che, grazie al materiale della task force dedicata, si intende <presentare una serie di iniziative politiche per affrontare meglio i rischi posti dalla disinformazione diffusa online>. Viene utilizzato il termine “disinformazione” perché le bufale sono solo parte del fenomeno. Il problema riguarda tutte le forme di informazioni false, inaccurate o fuorvianti progettate, presentate e promosse per causare intenzionalmente danno pubblico o per profitto. Il documento rileva che le inesattezze sono spesso pianificate e studiate. Mariya Gabriel ha anche sottolineato l’impatto delle fake news durante i periodi elettorali e specificato che questo aspetto è stato tenuto in grande conto dal gruppo di esperti.

Per quanto riguarda le risorse necessarie per l’implementazione del piano, il team di esperti – basandosi sull’esperienza e sugli investimenti degli Stati Uniti – si attende <almeno un livello simile di impegno finanziario> all’interno del prossimo bilancio settennale dell’Ue, pari a circa 100 milioni di euro. La commissaria ha anticipato che tra le proposte non rientrerà quella di stilare black list dei siti considerati responsabili di disinformazione, perché il gruppo non intende creare ministeri della verità o promuovere la censura.

Gli ultimi studi su fake news

Oltre che su quello della Commissione europea, il tema della disinformazione è sul tavolo di molti studiosi che cercano di capire i modelli e le dinamiche con cui si muovono le notizie. Ad esempio, secondo una ricerca del Massachussets Institute of Technology (Mit), le fake news hanno il 70% di probabilità in più di essere retwittate rispetto alle altre, diffondendosi molto di più e più velocemente della verità, come ha spiegato Sinan Aral, coautore con Soroush Vosoughi e Deb Roy del paper pubblicato dalla rivista Science: <Abbiamo scoperto che le false notizie si diffondono in modo significativamente più ampio, veloce, profondo e a lunga gittata della verità in una dinamica che riguarda tutti i settori dell’informazione, spesso in modo esponenziale>. Lo studio, condotto dall’Mit, in collaborazione con Twitter che ha aperto i propri archivi e fornito molte informazioni, ha analizzato la diffusione delle principali notizie vere e false diventate virali su Twitter, sin dalla sua fondazione, nel 2006, e fino al 2017: sono stati censiti 126.000 tweet, pubblicati da 3 milioni di persone e condivisi oltre 4,5 milioni di volte. Le notizie vere e false di cui è stata poi tracciata la traiettoria di diffusione sul social network sono state identificate con l’aiuto di 6 piattaforme indipendenti di fact-checking come Snopes, PolitiFact e Factcheck.

Le bufale più comuni riguardano la politica, seguita da altri temi come leggende metropolitane, terrorismo, calamità naturali, finanza e scienza. Per raggiungere 1.500 persone le notizie false impiegano in media 6 volte meno tempo rispetto al tempo impiegato dalle notizie vere. È singolare il dato secondo cui sono le persone, e non i bot (i programmi dedicati a questo scopo che imitano e automatizzano alcuni comportamenti online), a rendere popolari le falsità. Gli autori dello studio credono che ciò sia legato alla psicologia umana che fa sì che le persone tendano a condividere contenuti inediti. E la novità è proprio una caratteristica con cui vengono confezionate le notizie false. Inoltre, dicono gli autori, chi pubblica per primo un’informazione originale sui social network ottiene maggiore attenzione ed è visto come più informato. Infine, analizzando le reazioni al contenuto delle notizie diffuse su Twitter, gli studiosi hanno notato che “le persone rispondono alle notizie false soprattutto con sorpresa e disgusto”, mentre le notizie vere producono risposte “generalmente caratterizzate da tristezza e fiducia”.

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