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la riflessione

Ferraris: “Web è comunismo realizzato, ma resta lo sfruttamento: ecco l’era documediale”

La rivoluzione documediale ha trasformato ogni documento, dalla foto al like, in una merce. Una trasformazione socioeconomica che per certi versi realizza il comunismo, ma senza eliminare lo sfruttamento. La riflessione del noto filosofo per il nostro giornale

22 Giu 2018

Maurizio Ferraris

professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Torino


Come definire la rivoluzione documediale? Partiamo dalle sue “rivelazioni”: l’esplosione della registrazione, il passaggio dalle merci ai documenti, il passaggio dal lavoro alla mobilitazione, e l’affermarsi di una forma di vita più vicina sotto molti aspetti al comunismo idealizzato di Marx che non al capitalismo. Ma andiamo per gradi.

La lavagna universale

Il mondo sociale si può rappresentare nella forma di una lavagna universale, in cui siano annotati tutti gli atti sociali, in forma indelebile e accessibile alla intera umanità. Se una simile lavagna fosse realizzabile, non avremmo bisogno né di documenti, né di quel tipo peculiare di documento che è il denaro. Poiché sinora una lavagna di questo genere non si è mai realizzata, abbiamo avuto banche, denaro, azioni, debiti sovrani, trattati di guerra e di pace, certificati di laurea e di matrimonio, prezzi. La rivoluzione documediale ha posto le condizioni perché una simile lavagna si realizzi, e le trasformazioni in corso sono le conseguenze della gestazione di questa lavagna.

La proliferazione dei documenti

Questa rivoluzione consiste anzitutto in una proliferazione senza precedenti dei documenti. A lungo i documenti sono stati un bene raro, prodotto con difficoltà e in modo deliberato. Oggi, invece, virtualmente ogni nostra azione (compresi i passi che facciamo, registrati dai nostri telefoni) viene archiviata e produce un documento. Gli aspetti rilevanti sono il volume dei documenti (non ce ne sono mai stati così tanti), la velocità con cui vengono analizzati (il supercalcolatore Watson in un secondo legge un milione di libri) e la varietà degli ambiti da cui possono essere tratti (nel momento in cui tutto viene registrato, non c’è limite alla documentazione e alla sua ubiquità e trasversalità). Queste registrazioni significano relativamente poco per noi – al massimo, quante calorie abbiamo consumato. Molto invece per chi è in grado di combinarle in modo estensivo (i big data che accumulano conoscenze su numeri molto ampi) o intensivo (i rich data che giungono a profilazioni individuali su singoli).

L’orizzontalizzazione dei media

Accanto a questa proliferazione dei documenti, in forma correlata e altrettanto importante, abbiamo una orizzontalizzazione della medialità, per cui (si pensi ai social network) ogni ricettore di messaggi è anche un produttore di messaggi. È a questa circostanza che vanno ascritti fenomeni tipici della società contemporanea, come il venir meno delle autorità tradizionali (compresa quell’ultima forma di autorevolezza che era la celebrità mediatica) e la post-verità, che va intesa non solo come un uso deliberato della menzogna, ma anche come il conflitto delle interpretazioni che si verifica in una società atomizzata e che non condivide un senso comune. Si realizza la condizione concepita da Leibniz quando parlava della monade come di una forza che rappresenta l’intero universo dal proprio punto di vista: in effetti, una simile monade è ognuno di noi in quanto si rappresenta il world wide web nel chiuso della propria echo chamber.

Il ruolo della tecnica

La rivoluzione documediale non è una semplice propaggine della società postindustriale. Ha cambiato il nostro mondo introducendo una cesura pari a quella che separa il mondo feudale da quello della società industriale, anche se questa svolta non è stata ancora concettualizzata (del resto, è solo a metà dell’Ottocento che si è iniziato a parlare di “società industriale”). Il cambiamento trova la sua prima risorsa nella tecnologia, esattamente come nella rivoluzione industriale. Se nella rivoluzione industriale la tecnologia era volta alla produzione, la tecnologia della rivoluzione documediale è volta principalmente alla registrazione. I suoi prodotti fondamentali non sono gli artefatti (che in modo crescente sono prodotti da macchine), bensì, per l’appunto, i documenti, con una variazione carica di conseguenze. E cioè che mentre nella struttura industriale si assisteva a un lavoro esplicito, quello degli operai nelle fabbriche, nella struttura documediale assistiamo a un lavoro implicito, la mobilitazione non retribuita poggia su un lavoro implicito, la mobilitazione di tutti coloro che fabbricano documenti sul web. Riconoscere e concettualizzare questo lavoro implicito è un compito filosofico non meno necessario che riconoscere il plusvalore come implicito della società industriale. L’operazione è facilitata dal fatto che – come sempre avviene – la rivoluzione comporta delle rivelazioni, mette in primo piano delle strutture in precedenza latenti.

Una rivoluzione e quattro rivelazioni

Queste rivelazioni sono quattro:

  • l’esplosione della registrazione,
  • il passaggio dalle merci ai documenti,
  • il passaggio dal lavoro alla mobilitazione,
  • l’affermarsi di una forma di vita più vicina sotto molti aspetti al comunismo idealizzato di Marx che non al capitalismo.

Le esporrò nei prossimi paragrafi, per concludere infine con una proposta politica, l’istituzione di un salario di mobilitazione che retribuisca il lavoro implicito svolto sul web.

Dalla informazione alla registrazione

La centralità della registrazione

La prima rivelazione è strettamente teorica, ed è un inveramento della teoria della documentalità, che ha due tesi fondamentali. La prima è che la società si basa, prima che sulla comunicazione, sulla registrazione. Possiamo concepire una società senza linguaggio, ma non senza memoria, e questa circostanza corrisponde con le caratteristiche fondamentali del pensiero e dell’azione, che sono strettamente dipendenti dalla capacità di ricordare. L’ovvio presupposto per la creazione di oggetti di ordine superiore, quali sono gli oggetti sociali, è la registrazione: banconote stampate con l’inchiostro simpatico, matrimoni fra amnesici, trattati di pace scritti nell’acqua sono certo atti, perché hanno richiesto una intenzione tra le parti, ma sono atti nulli (o più esattamente inesistenti, visto che nel mondo sociale esistenza e accessibilità cognitiva coincidono). La seconda è che la centralità della registrazione nel mondo sociale si manifesta attraverso la produzione di documenti, un fenomeno presente sin dalle prime fasi della società umana (anche le cosiddette società senza scrittura hanno sistemi di registrazione e di iterazione: riti, miti, tracce, dipinti parietali…) ma la cui azione è stata ampiamente sottostimata, anche se la crescita di dispositivi tecnici di produzione di documenti negli ultimi decenni l’ha rivelata con una chiarezza in precedenza inconcepibile.

Oggetto = atto registrato

Se cerchiamo di concettualizzare la natura degli oggetti sociali, ossia appunto dell’arredo del mondo sociale (la società non è nella testa delle persone, ma negli oggetti sociali che queste producono), la troviamo in una struttura di registrazione dell’azione attraverso la legge costitutiva Oggetto = Atto Registrato. L’oggetto sociale è il risultato di un atto sociale che avviene tra almeno due persone (una promessa), tra una persona e una macchina delegata (l’acquisto di un biglietto online), o fra due macchine delegate (in certi casi di trading online), e che ha la caratteristica di essere registrato. In questo senso, la documentalità costituisce una condizione necessaria della realtà sociale. La documentalità è dunque ciò che rende possibili gli oggetti sociali, cose come le promesse, le scommesse, gli incarichi, il denaro: tutti oggetti che richiedono atti di comunicazione, ma che devono fissarsi come registrazioni, altrimenti restano parole al vento. L’oggettivazione, che deriva dalla fissazione, è ciò che permette che la praxis divenga poiesis, cioè appunto che l’atto divenga oggetto. Il che spiega per quale motivo questa esigenza di registrazione abbia determinato il sorgere di un gran numero di tecnologie, dalla scrittura (e i suoi antecedenti) alle attuali macchine per registrazione che costituiscono il centro della economia e della società.

Il capitale documediale

Se gli oggetti sociali sono atti registrati, ne deriva che il capitale è una struttura che ha preceduto di gran lunga il capitale industriale (coincidendo di fatto con le prime fasi dell’ominizzazione) e che ovviamente è destinato a sopravvivergli. Abbiamo avuto varie forme di capitale: il capitale agrario e mercantile, il capitale industriale (quello a cui principalmente si riferisce Marx), il capitale finanziario (quello che viene criticato dai populisti contemporanei, che curiosamente considerano naturale il capitale industriale, e abnorme o perverso il capitale finanziario). Oggi però abbiamo un diverso capitale, il capitale documediale. Questo è il vero capitale, oggi, molto più che i titoli o il denaro: è quello che chiamo “capitale documediale”, il capitale che si forma quando, come nella nostra epoca, diviene tecnicamente possibile capitalizzare una quantità di documenti precedentemente inconcepibile. Questo capitale, come vedremo, ben lungi dall’essere una intensificazione del capitalismo, presenta molti aspetti di comunismo. E comunque dimostra che il capitale industriale non è minimamente la forma prototipica del capitale, così come l’impresa non è in quanto tale la forma prototipica della azione economica, il proletario non è la forma prototipica del lavoratore, ecc. Ecco che cosa dobbiamo capire esaminando la rivoluzione in corso, e la radicale discontinuità rispetto all’epoca precedente.

Dal denaro ai documenti

Con “epoca precedente” non indico semplicemente l’età del capitale industriale, ma anche quella del capitale finanziario. Perché oggi la vera ricchezza sta cambiando natura, non consiste più nel denaro o nei titoli finanziari, ma in documenti informativamente molto più ricchi, i dati. Questa situazione è radicalmente nuova. Ancora nel 2013 Piketty poteva osservare che il denaro fa guadagnare più di qualunque altra merce. Ma trascurava la circostanza per cui i dati ora possono far guadagnare molto di più del denaro, visto che sono una forma di denaro ancora più informativo. Se la funzione del denaro è quella di garantire il credito, agevolare lo scambio e fissare il valore, la sua essenza si manifesta (e non si snatura) nella lavagna universale di cui parlavo in apertura. La garanzia del credito e l’agevolazione dello scambio possono venire attuate in forma molto più efficace attraverso la raccolta dei dati, che informano sullo stato del mercato (non solo economico, ma politico, demografico…) molto meglio di quanto non possa farlo il denaro, che fornisce solo informazioni economiche attraverso la sintesi poco dettagliata del prezzo dei prodotti, mentre la riserva del valore è per il momento ancora demandata al denaro, sebbene nel quadro di una crescente marginalizzazione delle banche (che sempre più diventano dei depositi di valore e devono rinunciare alle loro funzioni di consulenza e indirizzo). Il farsi avanti delle criptomonete suggerisce tuttavia che in tempi non lontani anche la garanzia del credito cesserà di essere un privilegio delle banche.

Il vantaggio cognitivo del capitale documediale

Il vantaggio del capitale documediale rispetto a quelli che lo hanno preceduto è di tipo cognitivo. Consente, a chi disponga dei documenti e degli strumenti per interpretarli, di acquisire informazioni dettagliate sul mercato, sulla società, sulla salute. Da tutto ciò non si deve tuttavia concludere, come hanno fatto i teorici del “capitalismo cognitivo”, che si abbia a che fare con una economia della conoscenza. La conoscenza è unilaterale e fortemente polarizzata. Coloro che invece producono conoscenza ignorano quello che stanno producendo, e spesso non sono neppure consapevoli di produrre, visto che la loro percezione soggettiva è quella di correre, postare, twittare, corrispondere. Questa circostanza sta all’origine dell’arcano del lavoro di cui parleremo tra non molto, ma intanto fa sì che venga meno l’arcano della merce, ed è il contenuto della seconda rivelazione offerta dalla rivoluzione documediale.

Dalle merci ai documenti

L’arcano delle merci rivelato

Marx aveva scritto che la merce, nel suo valore di scambio, è un rapporto tra persone che si nasconde in una cosa, e definiva questo processo di reificazione “arcano delle merci”. Ciò che la rivoluzione documediale porta in primo piano è una concezione della merce come forma subordinata rispetto al documento, o – per dirla con i filosofi e i naturalisti – come una specie del genere “documento”. Diversamente che in una fabbrica, in un social network è perfettamente chiaro che la merce altro non è che la solidificazione in un oggetto di un rapporto tra persone. Il che può non essere evidentissimo in uno stuzzicadenti o in una radio, ma è del tutto chiaro in un post, in una mail, in un sms. Con questo ho descritto il caso più lampante, quello di chi, senza alcun lavoro apparente, produca dei documenti. Ma anche attività più tradizionali sono investite dalla trasformazione. Abbiamo dunque, da una parte, un prevalere del documento sulla merce, sotto forma di documentazione, intermediazione e addirittura di produzione; d’altra parte, abbiamo il venire in primo piano del documento come merce fondamentale. Esaminiamo più in dettaglio questi aspetti.

Documenti come merci: documentazione

Negli ultimi decenni il livello di informazione sui prodotti, specie alimentari, è cresciuta esponenzialmente. “Tutto può essere documento”, il principio di base della teoria della documentazione ha trovato una applicazione massiccia proprio nell’età della rivoluzione documediale: il dop e il doc sono la documentazione del cibo e delle bevande; brand e logo fanno apparire il produttore nel prodotto; cataloghi come quelli di Amazon realizzano il sogno barocco di un dizionario ontologico; e lo sparire degli oggetti nel network non è una dematerializzazione, come credono alcuni, bensì una documentarizzazione. Questo principio non è nuovo, in fondo già il catasto degli immobili trasformava la casa in un documento. Nuova è la crescita esponenziale del fenomeno, basterà confrontare l’acquisto in un negozio tradizionale, che consisteva semplicemente nella richiesta di prodotti, all’acquisto in un supermercato, che è un lungo compulsare documenti, dalla data di scadenza all’apporto calorico.

Documenti come merci: intermediazione

C’è un secondo ambito in cui la documentarizzazione della merce diviene centrale, quello della intermediazione. Le intermediazioni tradizionali non erano documenti, ma basiliche, tribunali, agenzie di viaggio, parlamenti o radiotaxi. Le intermediazioni attuali (che per motivi incomprensibili sono state interpretate come disintermediazioni) sono archivi destinati alla gestione di documenti (se si preferisce chiamarle “piattaforme destinate alla gestione di dati”, non è vietato, ma sarebbe meno informativo). Dal momento che i documenti riguardano l’intera sfera degli oggetti sociali, la loro intermediazione e gestione ha luogo non solo nella sfera dell’economia (dove l’impresa cede il posto al mercato), ma ovunque. La partitocrazia cede il posto al populismo (più efficiente, ma dal punto di vista elettorale, non di governo); la guerra cede il posto al terrorismo, che affida al mercato gestito da freelance ingaggiati in modalità affini a quelle di Uber una attività che prima veniva gestita de gruppi professionali inquadrati con criteri manageriali; le comunità reali cedono il passo alle comunità documediali, anche questo nel quadro di un processo di efficientamento che sarebbe moralistico condannare: perché litigare con il vicino di casa quando lo si può fare con un antipodeo? Perché bere cattivo champagne in un bar malfamato quando sui siti per incontri si fanno tante conoscenze?

Documenti come merci: produzione

La terza forma della documentazione della merce, che perfeziona le precedenti, è la produzione attraverso la stampa 3D. Le merci sono fabbricate da macchine a partire da programmi dotati della medesima interfaccia fisica che si adopera per produrre documenti (uno schermo o una tastiera). Da una parte, abbiamo una crescita della documedialità: se nella sfera della informazione e della intermediazione il documento si riferiva a oggetti o agenti preesistenti, qui è il documento stesso a essere produttivo non solo nell’ambito della realtà sociale (come tradizionalmente avviene), ma anche in quello della produzione di artefatti. Questa trasformazione è anche una svolta epocale nella storia del documento. I primi documenti erano orali, ossia monodimensionali (giuramenti, promesse); poi sono diventati scritti, ossia bidimensionali; la stampa 3D è il completamento di una vicenda che ha il suo antefatto nel Timeo di Platone. Ma la produzione a 3D recupera anche una caratteristica della produzione di documenti in un aspetto cruciale, e cioè l’individualità, che può arrivare sino al dettaglio, ad aspetti idiomatici come la firma posta al fondo di un documento. È facilissimo creare figure complesse, piene di pieghe barocche; si esce dall’epoca della standardizzazione per entrare in quella della singolarità. L’individualizzazione non corrisponderà generalmente alla privatizzazione dei mezzi di produzione. Non si deve credere che tutti staranno a casa a farsi stampare gli oggetti, anzi, è probabile che proprio come oggi pochissimi hanno una stampante 2D in casa, pochissimi avranno una stampante 3D (che si troverà in centri stampa: ciò che oggi viene espresso con il concetto di fab-lab). Però il modo di produzione delle merci diverrà in tutto e per tutto omologabile a quello della produzione dei documenti. Sul piano delle ricadute sociali, l’individualizzazione della merce offre delle prospettive per una industria orientata al customer care e più in generale alla ideazione di forme innovative di servizi, anche in considerazione del mutato assetto sociale che ci rende bisognosi di servizi in altri tempi garantiti dalla organizzazione familiare.

Merci come documenti: big data

Se nel caso della stampa 3D i documenti divengono produttori di merci, resta che la caratteristica fondamentale della rivoluzione documediale sta nell’aver trasformato per la prima volta nella storia del mondo ogni tipo di documento (dalla mappa alla fotografia, dal messaggio al like) in una merce, attuale o potenziale. Si è sempre saputo che il denaro è una merce come ogni altra, ma ora la merce primaria sono le registrazioni, i dati riferiti agli atti che hanno luogo sul web, e agli oggetti che vi corrispondono. il fenomeno appare come l’opposto dell’economia sommersa. L’economia sommersa è una produzione di merci che procura profitto occulto al produttore. Qui invece abbiamo una produzione di merci: big data generati attraverso la mobilitazione degli utenti sul web che non procura vantaggi economici al produttore, la cui attività anzi non è neppure concettualizzata come lavoro. Questo comporta una radicale trasformazione dell’economia. Storicamente, le imprese, dall’invenzione della partita doppia in avanti, hanno accresciuto i loro flussi documentali, mentre il mercato ha continuato a basarsi sul denaro, che è un caso di riduzionismo documentale. La rivoluzione documediale ha comportato un ribaltamento di ruoli, conferendo al mercato una ricchezza documentale molto superiore alle imprese e ai distributori tradizionali.

Merci come documenti: rich data

I big data sono anche rich data, che permettono una conoscenza non solo di mercato, ma degli orientamenti politici, dello stato di salute, delle preferenze personali: consentono, cioè, una conoscenza dell’individuale quale mai prima era stata possibile nella storia del mondo, che per secoli si era rassegnato all’idea che l’individuo fosse inconoscibile, e che si potessero conoscere solo i tipi, le classi, le specie, proprio come nella produzione industriale moderna ci si è rassegnati allo standard, rinunciando a fabbricare prodotti individualizzati. La produzione dell’individuale è tornata a essere economicamente sostenibile, come ai tempi preindustriali; questo vale tanto nelle industrie tradizionali quanto nell’azione dell’artigiano digitale (maker) che produce con stampanti a 3D e con parametri individualizzati. La conoscenza dell’individuale è diventata possibile, per la prima volta nella storia del mondo. Questo incontro fra producibilità dell’individuale e conoscibilità dell’individuale fa dei documenti uno strumento molto più potente del denaro. Il denaro tradizionale ci informa soltanto sul proprio valore; il denaro elettronico ci informa solo su una catena di transazioni e di acquisti; i rich data ci informano sull’interiorità delle persone.

Economia della conoscenza?

Malgrado quello che spesso si dice, e malgrado l’effettiva somiglianza tra la conoscenza dell’individuale e il sapere assoluto, non si tratta di una economia della conoscenza. In realtà, abbiamo a che fare con una mobilitazione, il cui valore in termini di dati produce conoscenza solo se interpretato, cosa che non è alla portata né dei mobilitati, dei generici utenti del web, né di coloro (insegnanti, quadri) che solitamente vengono designati come “lavoratori della conoscenza”. Da ciò segue che l’interpretazione operaista non tiene: quello che offriamo come mobilitati non è conoscenza, ma informazioni su noi stessi (di cui spesso non siamo neppure coscienti: dunque non può essere interpretata soggettivamente come conoscenza). Concettualmente, si riproduce il classico rapporto tra capitale e lavoro: i mobilitati, come i lavoratori dell’industria, mettono la forza-lavoro, il capitale mette non i mezzi di produzione (quelli se li comprano i mobilitati) bensì i mezzi di interpretazione: le correlazioni e il significato dei dati. La produzione è in basso, la conoscenza in alto, sebbene ovviamente i mobilitati possano accedere alle conoscenze (per esempio, libri o voci enciclopediche), sebbene nel farlo producano altre conoscenze, molto più individuali, su sé stessi.

Dal lavoro alla mobilitazione

Svelare l’arcano del lavoro

L’arcano delle merci è stato svelato, ma si tratta ora di svelare l’arcano del lavoro, nel quadro della redistribuzione degli utili del web. Il compito fondamentale che ci aspetta è proprio quello di togliere dal sommerso e istituzionalizzare queste nuove forme di produzione di merci-documenti che saltano le intermediazioni tradizionali: accordi tra gli utenti per offrire servizi, creazione di fonti alternative di informazione, uso del web come forma di autopromozione professionale (fashion blogger, influencer, muser, youtuber ecc.). Riuscire a intercettare questi cambiamenti (e soprattutto il quarto, che è il più inedito) è indispensabile sia per l’industria (produrre nuova ricchezza) sia per la società (evitare lo sfruttamento e valorizzare il lavoro), perché il mercato e la società dipendono dalle innovazioni tecnologiche, ma queste ultime possono a loro volta essere indirizzate dal mercato e dalla società attraverso una innovazione che deve anzitutto partire dalla comprensione delle dinamiche in corso.

Disseminazione del lavoro

L’ingenuità della convinzione secondo cui nel nostro secolo sarebbe bastata una settimana lavorativa di 15 ore sembrava supporre che l’unica attività lavorativa consista nel produrre beni. Però il lavoro non è solo produzione, attraverso delle aziende, ma anche – e più originariamente – mercato, cioè distribuzione e scambio, e questi possono avvenire in qualsiasi momento, soprattutto se il mercato è globalizzato. I nostri antenati cacciatori raccoglitori non potevano certo accontentarsi di una settimana di 15 ore di lavoro. Propriamente, lavoravano (o, suggerirei io, erano mobilitati) ventiquattro ore su ventiquattro. In qualche misura (e sicuramente con molti confort in più e con prospettive di vita infinitamente più estese) ci troviamo nella situazione di questi nostri antenati. Più che alla scomparsa del lavoro assistiamo a una metamorfosi e a una disseminazione. Si può cooperare allo stesso obiettivo stando in luoghi distantissimi (l’autore a Londra, il redattore a Mumbay, lo stampatore in Malaysia…). E, viceversa, si può condividere uno spazio di co-working senza per questo condividere alcuna attività lavorativa, con una situazione che ricorda piuttosto quella di studiosi che frequentano una biblioteca ognuno attendendo alle proprie ricerche che non a quella di un ufficio in cui gli impiegati si coordinano per un obiettivo.

Mobilitazione totale

Ecco perché, contrariamente alle previsioni di una scomparsa del lavoro in seguito alla automazione, assistiamo a una enorme mole di lavoro continuo e gratuito sui social network, che realizza la perfezione della mobilitazione lavorativa, e insieme abbatte la distinzione fra tempo del lavoro e tempo della vita. Nel momento in cui la registrazione è ovunque, la mobilitazione produce consumo, informazione e merci. La rivoluzione documediale crea dunque una situazione che non ha nulla di paradossale, ma che chiede di essere compresa e concettualizzata. Non ha senso lottare contro la precarizzazione e chiedere contratti a tempo indeterminato nel momento in cui i lavori specifici del web occupano pochissime persone, e che per restare competitive anche le aziende più tradizionali spingeranno all’estremo l’automatizzazione. Non è su questo settore che devono concentrarsi le analisi, ma piuttosto sull’enorme quantità di lavoro sommerso, non pagato e non riconosciuto, che è per l’appunto la produzione di valore attraverso il web per opera degli utenti. Per poter riconoscere questo lavoro bisogna anzitutto comprendere che non assomiglia in alcun modo ai lavori tradizionali. In particolare, non è accompagnato da fatica fisica, che resta propria di occupazioni semplicemente subordinate al web, come il rider o il magazziniere di Amazon, che del resto sono destinate a sparire con l’avanzare della automazione. D’altra parte, la mobilitazione si caratterizza per il far cadere una serie di differenze che hanno retto il nostro modo di vedere il mondo – quella tra lavoro vivo e tra lavoro morto, quella tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, e soprattutto quella tra tempo del lavoro e tempo della vita.

Lavoro vivo e lavoro morto

Nell’età documediale, certo, l’automazione fa sì che le parti meccaniche e ripetitive (anche a un elevato grado di complessità) possano venire affidate alle macchine. Tuttavia, ben lungi dal surrogare le attività umane, le macchine estendono a ogni momento della vita l’interazione uomo-macchina, con una vera e propria divisione del lavoro, dove la macchina si fa carico di tutto il lavoro morto, e demanda agli umani il lavoro vivo residuo, che è il conferimento di senso. Nel momento in cui la merce si manifesta come documento, il rapporto interpersonale si fa avanti in primo piano, e costituisce la vera ragion d’essere della merce. Inoltre, il lavoro vivo si fa avanti in maniera imperiosa nella grande quantità di lavoro implicito che ci viene richiesto dalle interfacce di lavoro morto che hanno preso il posto del lavoro vivo di impiegati e commessi: stampare le carte d’imbarco, fare prenotazioni, effettuare un bonifico, montare i mobili, pesare i prodotti comprati, passare i codici sotto i lettori. Un software cerca e genera il biglietto, un altro software effettua il pagamento, e l’agente umano esiste non solo come beneficiario del servizio (come in un eden in cui la manna cadesse dal cielo) ma come l’attivo produttore del senso di quel servizio: come il soggetto che consuma, che motiva all’acquisto attraverso processi di emulazione, che genera campi di senso in cui appare sensato andare in vacanza, al ristorante, desiderare certi beni, coltivare certi ideali. L’enorme mobilitazione di cui ognuno è parte viene spesso vissuta soggettivamente come perdita di tempo o distrazione, ma è oggettivamente una creazione di ricchezza superiore al lavoro agricolo, ormai interamente automatizzato.

Lavoro intellettuale e lavoro manuale

Le trasformazioni documediali dei lavori tradizionali sono tali che il lavoro intellettuale e quello manuale si assomigliano sempre più. Il camionista che guida un camion semiautomatizzato non è diverso da un impiegato o da un pilota d’aereo. Questo apre un interrogativo sulla natura del lavoro. Stringersi le mani è un lavoro intellettuale, che per esempio segna la conclusione di un contratto. Ma nessuno potrebbe negare che sia anche un lavoro manuale, giacché lo si compie con le mani (e questo vale per la maggior parte dei lavori intellettuali, che presuppongono l’uso di mani e dita su tastiere o con carta e penna). E indubbiamente ci sono buoni motivi per sostenere che spesso stringersi le mani non è un lavoro, se avviene in un contesto conviviale, anche se il caso è complesso, visto che mantenere delle relazioni può essere un lavoro (per esempio stringere le mani in campagna elettorale, o stringersi le mani alla fine di un pranzo di lavoro). Questa semplice fenomenologia ci illustra quanto problematica sia la nozione di “lavoro”. La problematicità e la confusione sono cresciute col tempo, sia per la diversificazione postindustriale e ora documediale del lavoro, sia per la tendenza, tipica del moderno, a etichettare come “lavoro” ogni forma di attività, includendovi quelle attività intellettuali e conviviali che in epoca premoderna venivano classificate come ozio per contrapposto al negozio utilitario e alla fatica servile.

Tempo del lavoro e tempo della vita

Alla luce di quanto si è detto sin qui, il carattere della “Onlife”, della vita in rete, non sta nella sua natura virtuale e informazionale, bensì nel far cadere le distinzioni fra tempo del lavoro e tempo della vita, con una trasformazione che investe tre elementi fondamentali:

  • il consumo (interpretabile come lavoro a domicilio),
  • la produzione (non più separata dall’intrattenimento, per il venir meno della distinzione tra vita e lavoro permessa dalla diffusione delle interfacce digitali),
  • il riconoscimento, come motivazione fondamentale che spinge ad operare nelle funzioni extralavorative e non retribuite.

Gli spazi di CoWorking 4.0 assumono come presupposto il venir meno della differenza tra lavoro e vita, prestazione e riposo, arte e industria. Si avrebbe torto a considerare questa circostanza come una liberazione della forza lavoro (è almeno altrettanto un insinuarsi del lavoro all’interno della vita), ma indubbiamente è una trasformazione dello statuto del lavoro che non va sottovalutata. Questi spazi hanno molto più in comune con le basiliche romane e con i suk (dove produzione, commercio e vita sociale sono confuse) che non con gli uffici e le fabbriche che abbiamo conosciuto negli ultimi duecento anni. Notiamo un punto che diventerà centrale nella prossima rivelazione. Il venir meno della differenza fra tempo del lavoro e tempo della vita, e la sussunzione del lavoro sotto la categoria più complessiva della mobilitazione, fa scomparire l’aspetto più vistoso del capitalismo secondo Marx: l’alienazione del proprio tempo (pur persistendo l’alienazione rispetto ai prodotti del proprio lavoro). In effetti, invece che l’alienazione che costringe a gesti ripetitivi che si riproducono per ore e sull’arco di una intera vita lavorativa abbiamo la realizzazione dell’umanità comunista della Ideologia tedesca, quella in cui la mattina si va a pesca, al pomeriggio si critica, la sera si accudisce il bestiame (mutatis mutandis: la mattina si vola low cost, il pomeriggio si discute su un blog; la sera si partecipa a un talent…).

Dal capitalismo al comunismo

Utopia realizzata

Tutto ciò ci conduce alla quarta rivelazione, che è di tipo propriamente politico. Con la medesima certezza da sonnambulo con cui gli studiosi del Web convengono sul fatto che sia informazione e comunicazione, i critici dell’ideologia e della tecnologia sono tranquillamente persuasi che il Web (dopo essere stato la promessa di una democrazia diretta o di una prateria anarchica) costituisca l’estrema manifestazione del capitalismo (un capitalismo post, neo, turbo, ma comunque un capitalismo). Io vorrei suggerire che per molti versi il web realizza il comunismo. Lo dico per scongiurare il doppio fantasma, quello cattivo, il capitale ci schiaccia, dimostrandosi tanto lucido e potente quanto noi siamo ottenebrati e inermi; e quello buono, il lutto del comunismo, che sarebbe dietro di noi e che si ostenta davanti a noi, messianicamente, mentre è già qui, in mezzo a noi e come essenza del mondo documediale. Ma se guardiamo alla forma di vita che si afferma nella rivoluzione documediale, ci accorgiamo che ha ben poco a che fare con il vecchio mondo del capitale industriale, e moltissimo invece con il comunismo nella forma ideale proposta da Marx. La documedialità, più che l’estremo bagliore del capitalismo, ha dei “sintomi di comunismo” su cui vale la pena di riflettere: è scomparsa l’alienazione (anche se non è scomparso lo sfruttamento) perché il grosso del lavoro è svolto dalle macchine e a noi resta un solo mestiere, quello di vivere e di consumare; sono scomparse le differenze di classe (anche se non sono scomparse le differenze di reddito); viviamo in una società senza stato, globalizzata dal web, che funge qui da “nuova internazionale”. Si tratta di comunismo, benché di un comunismo a suo modo, e precisamente di un comunismo senza comunità (ognuno di noi è una monade che si relaziona al resto del mondo tramite il web), ma tuttavia di un comunismo.

Fine dell’alienazione

Il fatto più importante e meno contestabile, per quello che ci riguarda, è il venir meno dell’alienazione considerata come una stigmata certa di capitalismo. La società capitalista, spiega Marx, preleva una parte dell’essere umano totale e lo costringe a una attività ripetitiva, per gran parte del giorno e per tutta la vita. Ci sono trasformazioni nel bene e nel male (varietà dei compiti, prevalere dell’aspetto relazionale), ma che in nessun modo possono essere lette come una semplice prosecuzione della alienazione. Da una parte, sembra realizzarsi la mobilitazione totale per cui non c’è momento della vita del lavoratore che non sia alienata, con una colonizzazione che sembra per l’appunto realizzare, sia pure in modo soffice, il sogno di un lavoro esteso sull’arco di tutta la giornata (banalmente, in qualunque momento è virtualmente possibile che qualcuno ci richieda di rispondere a una mail). Dall’altra, però, e in forma vistosamente contraddittoria, sembra non esserci traccia di alienazione, giacché, come si è detto, la varietà dei compiti e la mancanza di orari fa del lavoratore (di colui che continuiamo a chiamare così, con un vecchio nome che si adotta in mancanza di meglio) la piena – sebbene ironica – realizzazione del lavoro nella società comunista. Resta, ovviamente, che il frutto della mobilitazione, i dati che produce, rimangono alienati, e che questo è un punto centrale di rivendicazione politica su cui tornerò alla fine di queste pagine. Ma non si può non considerare come un evento positivo la scomparsa, per la stragrande maggioranza dei lavori, della fatica e della ripetitività; mentre la stessa noia non sembra più far parte del nostro arredo spirituale di mobilitati.

Società senza classi

Un secondo sintomo di comunismo. Sopravvivono le fasce di reddito, ma scompaiono le classi in quando catalizzatrici di idee, consuetudini, forme di pensiero e di comportamento. Quella documediale non è solo una trasformazione del lavoro, ma anche un passaggio di poteri, che colpisce e prende in contropiede le élite non meno che le masse, confermando quanto inadeguata sia la convinzione che abbiamo a che fare con una ristrutturazione del capitale. È piuttosto una destrutturazione con carattere rivoluzionario. Il passaggio dalle merci ai documenti è intrinsecamente rivoluzionario e comporta un passaggio di mano della documentalità diventata documediale. La TV è scavalcata da YouTube, il giornale dal Blog, l’impresa dal mercato, la banca dal bitcoin. Nel momento in cui lo stesso terminale, una tastiera, centralizza le funzioni intellettuali e quelle manuali, le possibilità di accesso al sapere divengono in linea di principio le stesse indipendentemente dal ceto o dal reddito. Questo permette una estrema diversificazione, ossia porta in primo piano la singolarità rispetto alla genericità e allo standard. Ma se l’individualizzazione, a livello produttivo, rende inutile quel compromesso esecutivo che era lo standard, la taglia degli abiti, il numero delle scarpe, a livello sociale crea qualcosa di infinitamente più significativo: non è più necessaria quella approssimazione ai gusti, alle inclinazioni politiche, alle credenze religiose e alle tendenze sessuali che era la classe. Andiamo incontro a una società iperdiversa, circostanza che certo crea dei problemi, ma che difficilmente può non essere considerata come un progresso sociale.

Comunismo senza comunità

Abbiamo a che fare con un comunismo senza comunità. Il tessuto sociale contemporaneo non è una moltitudine coesa, bensì uno sciame di monadi, ognuna radicalmente diversa dalle altre. Ciò non è necessariamente un male, visto che la disuguaglianza ha delle virtù, e la comunità è tutt’altro che un sogno di per sé desiderabile. Però in ogni caso è importante saperlo, non per deprecare o festeggiare, ma per non continuare a incolpare il capitale dei nostri mali, e per farci carico delle nostre responsabilità senza invocare il fantasma di un comunismo passato che, al tempo stesso, dovrebbe essere un comunismo a venire, un sogno messianico che ci esenta dall’agire nel presente. Forse non siamo più nel capitalismo, forse siamo nel comunismo realizzato, e non ce ne siamo ancora accorti. Tuttavia, perché non siamo felici? A questo interrogativo si può rispondere in tanti modi, il meno insensato dei quali sarebbe un’altra domanda: dove sta scritto che dobbiamo essere felici? Resta che la risposta più frequente, da un paio di secoli, suona pressappoco così: perché siamo sfruttati dal capitale. Ma, come abbiamo visto, le cose non stanno esattamente così. Perciò vale la pena di proporre una provocazione che può, insieme, offrire una soluzione alla evidente ingiustizia insita nella mobilitazione, il fatto cioè che sia lavoro, ma non percepito come tale.

Comunismo nei paesi avanzati

Quella che si produce, di nuovo in accordo con la visione marxiana, è una società senza stato che richiama la dimensione “rizomatica” – policentrica e non gerarchica – che negli anni Settanta del secolo scorso era stata considerata come la migliore risposta allo statalismo che malgrado tutto caratterizzava il comunismo reale. I movimenti populistici che hanno preso la ribalta della politica, del resto, rappresentano la realizzazione della “dittatura del proletariato” che Marx aveva posto come termine intermedio nel passaggio dal capitalismo al comunismo. Si aggiunga che il prevalere dei servizi riduce la convenienza della proprietà privata: le auto a guida automatica difficilmente saranno di proprietà, e soprattutto nella sfera del possesso dei dati la nozione di “proprietà privata” appare completamente venuta meno. Oltre che a una società senza stato, assisteremmo alla fine della proprietà privata, il tutto nel quadro di quella “nuova internazionale” che è a tutti gli effetti la globalizzazione, cui non a caso si oppongono movimenti sovranisti che sono di destra, non di sinistra. Sembrerebbe insomma che la rivoluzione documediale sia una condizione essenziale per la realizzazione del comunismo (che si attua in Cina solo dopo un avanzamento tecnologico che di fatto le permette l’uso e la ridistribuzione dei big data: cosa che si dovrebbe fare anche in Europa). In altri termini, e d’accordo con le previsioni di Marx, il comunismo si è realizzato nei paesi avanzati. Il comunismo, in altri termini, viene realizzato dal capitalismo, che ci ha resi sensibili anche a temi cui Marx era sordo per ragioni storiche: femminismo, ambientalismo, diritti degli animali, diritti delle minoranze sessuali. Tutti elementi che solo con una enorme dose di malafede possono essere considerati negativi. Ciò non è minimamente in contraddizione con l’idea di comunismo in Marx, che non rappresenta un ideale o un nucleo dottrinario, bensì il movimento reale che abolisce il presente stato di cose, ossia la decostruzione. Ora, non c’è stato un movimento più decostruttivo del capitalismo, e la rivoluzione documediale è a sua volta una impresa diretta al capovolgimento dello stato di cose attuali. Un capovolgimento che ha avuto luogo, e che deve essere compreso e governato, e nel cui quadro si colloca la proposta politica con cui vorrei chiudere queste riflessioni.

Il salario di mobilitazione (affrontato nel dettaglio in un nuovo articolo).

Ferraris: “Salario di mobilitazione: un’idea per i nuovi poveri dell’era digitale”

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