Scenari

Dalla scuola all’impresa: come la metodologia flipped può trasformare le aziende

Lezioni frontali in video, compiti in classe in presenza: la flipped classroom sta rivoluzionando l’università di Berkeley. Cosa fare online e cosa in presenza? Dal recruiting alle catene di approvvigionamento, dai flussi di gestione interna all’organizzazione degli spazi, esempi di applicazioni in azienda

24 Feb 2021
Alberto Mattiello

Business Futurist

Carlo Robiglio

Presidente Piccola Industria Confindustria

piano scuola 4.0

Da alcuni mesi l’Università di Berkeley in California ha messo in sperimentazione un concetto formativo chiamato flipped classroom, “aula rovesciata”, che è una ottima rivisitazione applicata a questo periodo storico e alle opportunità che si sono create con la pandemia.

La pandemia ha infatti costretto al più grande e rapido esperimento di apprendimento da remoto della Storia. Alla riapertura delle scuole e dei campus universitari, la narrativa è stata monopolizzata da tematiche legate alla sicurezza, ma sono rimaste molto sottosoglia le riflessioni su come sfruttare il fatto che una buona parte degli studenti e del corpo docenti aveva imparato (o stava imparando) a utilizzare le modalità della formazione a distanza.

Cosa è la flipped classroom e come a Berkeley sta rivoluzionando l’apprendimento

La flipped classroom è un concetto che arriva da lontano: Salman Khan, giovane analista residente a Boston, nel 2009 aveva iniziato a utilizzare YouTube per condividere video in cui dava ripetizioni ai suoi cugini che vivevano a New Orleans. Nel giro di un paio di anni ne avrebbe raccolti diverse centinaia (dando vita al sito KhanAcademy) e sarebbe salito sul palco delle TED Talks raccontando come questa modalità di interazione avesse ispirato una nuova filosofia di apprendimento che lui definì appunto “flipped”.

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Video: Salman Khan alla Ted Talk 2011 (italiano)

In sintesi, significa che le lezioni frontali che tipicamente si fanno in aula con un docente, si svolgono a casa tramite video, mentre i compiti per casa, che tipicamente si fanno in solitaria, vengono svolti in classe con l’aiuto di un docente. L’assimilazione ne guadagna in personalizzazione: ognuno può prendersi i propri tempi, rivedere le spiegazioni tutte le volte che serve, fare approfondimento a propria discrezione, quindi tarare su di sé i propri tempi e modi dell’apprendimento.

Nel 2011 YouTube è stata la piattaforma che ha dato l’impulso a questo diverso modo di immaginare l’insegnamento e oggi, dieci anni e una pandemia più tardi, Berkeley rilancia questo concetto e lo applica ai suoi sistemi di insegnamento.

Se ci pensate lo studente di oggi appartiene alla generazione Z, la generazione nativa digitale più connessa. Uno studio condotto da Pearson e The Harris Poll ha evidenziato, senza essere particolarmente sorprendente, come quasi il 60% della generazione Z preferisca l’apprendimento su YouTube all’apprendimento tramite libri di testo o attività di gruppo.

Un altro studio, condotto da Ipsos, ha dimostrato che l’80% degli adolescenti afferma come YouTube li abbia aiutati a diventare più informati e quasi il 68% afferma che abbia aiutati ad acquisire competenze che saranno una risorsa per il loro futuro.

Anche prima del lockdown i video “study with me” erano un trend in crescita. Sono video che di solito mostrano studenti che studiano per un certo periodo di tempo: gli utenti lo riproducono mentre svolgono i compiti e questo li aiuta a rimanere concentrati e a non sentirsi così soli quando studiano. La generazione di cui sopra si sta abituando a queste e altre nuove dinamiche di apprendimento e molto presto si aspetterà di trovarle anche negli ambienti di lavoro.

Sulla base di queste dinamiche emergenti Berkeley sta quindi re-immaginando non solo le modalità, ma anche gli spazi nei campus universitari: sta infatti allestendo diverse sale per la registrazione di video e per teleconferenze evolute che permetteranno ai migliori docenti di non essere esposti solo a decine di studenti in luoghi fisici, ma a migliaia di studenti connessi nel mondo digitale.

E allo stesso tempo sta rivedendo gli spazi dedicati alla didattica in presenza, modificando le aule costruite per ospitare centinaia di studenti in ambienti limitati che permettano a piccoli gruppi, supervisionati da mentori, di trovare la giusta intimità per la concentrazione e l’interazione che la co-creazione e il lavoro di gruppo necessitano.

Durante la pandemia, c’è chi ha iniziato ad allenarsi al gioco degli scacchi con una intelligenza artificiale: si chiama Dr Wolf e quando ci giochi da avversario supporta in ogni passaggio, aiutando a costruire un approccio strategico alla partita con una metodologia di mentorship simile a quello che si avrebbe da un maestro. Anche Berkeley, forte di uno dei migliori dipartimenti di ricerca sull’intelligenza artificiale, sta infatti sperimentando diverse tipologie di mentori digitali nella fase di lavoro di gruppo.

E non sono gli unici. L’International Business School del Politecnico di Milano, in collaborazione con Microsoft, ha sviluppato FLEXA, un mentore personale basato su intelligenza artificiale progettato per adattare a ogni singolo studente le dinamiche di apprendimento e i materiali a disposizione. L’idea alla base di FLEXA è sviluppare un sistema che aiuti gli studenti a essere molto più selettivi in termini di ricerca delle informazioni. Il tutoraggio infatti include raccomandazioni sui contenuti dell’apprendimento. Ma non si parla solo di video, ma anche di eventi a cui assistere e di attività a cui partecipare.

FLEXA: what can you do with your Digital Mentor?

 Video: Cosa è Flexa (Inglese)

Questo approccio ha un impatto importante sul futuro dell’educazione. La scuola si sta evolvendo dal luogo in cui si trova la conoscenza al luogo in cui qualcuno sa dove trovare quello che gli serve.

Questa nuova fase di sperimentazione nel mondo dell’educazione scolastica porta con sé una domanda fondamentale: alla luce delle trasformazioni tecnologiche e culturali in atto, cosa avrà senso far succedere nel mondo reale e cosa nel mondo digitale?

Il quesito impatta praticamente tutte le aree non produttive delle aziende: che tipo di lavoro ha senso fare in ufficio e cosa in remoto, utilizzando le piattaforme digitali?

Come la metodologia flipped cambia recruiting e catene di approvvigionamento nelle aziende: il caso Bonobos

Una riflessione flipped riguarda per esempio il recruiting versus le catene di approvvigionamento. Se prima del Covid-19 il recruiting avveniva principalmente in vicinanza agli headquarter di un’azienda, oggi con molto lavoro svolto in remoto le imprese stanno scoprendo la possibilità di utilizzare forza-lavoro dislocata anche a migliaia di chilometri di distanza dall’azienda stessa. Al contrario, se negli anni passati, per una logica di ottimizzazione dei costi, i sistemi produttivi hanno dislocato anche molto lontano parti o la totalità delle produzioni, oggi si trovano a invertire il processo, costretti a catene più corte dai rischi di frontiere chiuse e parziali lockdown.

Da quando infatti esiste la possibilità di far passare nel digitale transazioni e comunicazioni, molte aziende hanno imparato ad adottare mix diversi, in cui la filosofia flipped ha rivoluzionato in modo radicale il settore di riferimento. Un caso che ha fatto scuola nel mondo retail, per esempio, si chiama Bonobos: brand di abbigliamento maschile americano nato come pure digital player, quando ha deciso di aprire dei punti vendita fisici, invece di replicare modelli esistenti, ha avuto il coraggio di riorganizzare la propria esperienza di acquisto esattamente come Berkeley sta facendo con l’educazione.

Bonobos infatti ha deciso che il suo store fisico sarebbe stato il primo in cui non si sarebbe potuto comprare nulla: l’acquisto sarebbe stato relegato esclusivamente al portale online. Ha creato quindi un format di negozio in cui fosse possibile trovare il prodotto, in ogni taglia e colore disponibile, e dove si potesse provare tutto, toccare tutto, vedere tutto. Ma l’acquisto era gestito online con il prodotto spedito direttamente a casa. Questa rivalutazione delle attività tra online e offline ha rivoluzionato la logistica di quella che oggi è diventata una rete di centinaia di negozi in tutti gli Stati Uniti.

Come realizzare una riorganizzazione interna delle pratiche: il caso Amazon

Il concetto di flipping lo possiamo immaginare anche applicato alla riorganizzazione interna delle pratiche tipiche delle aziende. Amazon, per esempio, da sempre opera un approccio simile nell’organizzazione delle riunioni: ai meeting non si assiste ad alcuna presentazione. È infatti proibito “sprecare” il tempo di tutti per condividere delle informazioni: alla riunione partecipano solamente persone informate e l’incontro viene utilizzato esclusivamente per discutere e confrontarsi. Una sorta di riunione flipped insomma.

Il 2020 ci ha reso noto che riunire un gruppo di persone in una fascia oraria fissa in una stessa località è diventato costoso e impegnativo. Ha senso cercare di identificare il lavoro che può essere affrontato in modo asincrono, come gli aggiornamenti sulle riunioni dei clienti e gli aggiornamenti dei prodotti. Quando le persone si uniscono in modo sincrono, dovranno valorizzare questo tempo e arrivare preparate.

E, in fondo, anche il macrotema dello smartworking nasconde esattamente la stessa questione: cosa ha senso fare, in termini di pratiche organizzative, online, e cosa ha senso fare in location specifiche, in presenza. Ovviamente non è un quesito nuovo. Da anni le persone si battono per una maggiore flessibilità sul lavoro, alla ricerca dell’equilibrio vita-lavoro: dal 2020 siamo stati tutti catapultati in questa modalità senza alcun preavviso. Il concetto di conciliazione vita-lavoro si è trasformato in collisione vita-lavoro e molti paradigmi sono tuttora sotto scacco.

Come cambieranno gli uffici con la metodologia flipped?

Cosa potrebbero diventare nella logica flipped gli uffici? Forse non saranno più un posto dove andare lavorare. Una volta sdoganato da questi ultimi mesi di telelavoro il fatto che molte pratiche non devono forzatamente essere svolte da persone in un posto specifico, si potrebbe immaginare un futuro in cui gli headquarter di una organizzazione dedicano solo una parte minoritaria dei loro luoghi per permettere alle persone che non hanno un posto dove lavorare di potersi appoggiare. Tutti gli altri spazi potrebbero essere concepiti per consentire alle persone di conoscersi, parlare, contaminare le proprie esperienze e ricordarsi perché stanno facendo quello che stanno facendo.

E anche se ci sembra che nel tempo la domanda sottesa al modello flipped in fondo non sia cambiata, quello che cambia è il contesto culturale e tecnologico in cui oggi si inserisce. Flipped Innovation, Flipped Marketing, Formazione Flipped e Flipped Recruiting sono solo alcuni ambiti in cui questo paradigma dovrebbe essere sviluppato.

Se avremo il coraggio di rispondere con sincerità a questo quesito ci renderemo conto che molte delle pratiche attuali dovranno essere messe in discussione.

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Testo tratto da “Doppia accelerazione. Strategie scelte dal MIT per il nuovo scenario competitivo” , a cura di Alberto Mattiello e Carlo Robiglio (GueriniNext, 2021)

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