notiziabilità 2.0

Giornalismo digitale, così cambia il concetto di notizia

Ridefinizione dei vincoli spazio-temporali, affievolimento della centralità della breaking news, condivisione dei contenuti, autorevolezza delle testate, engagement coi lettori: com’è cambiato il giornalismo col digitale e in che modo web e social hanno modificato il rapporto tra il pubblico e le notizie

12 Dic 2018
Carlo Sorrentino

Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Firenze

Newspapers on the computer keyboard close up

Il digitale modifica significativamente i principi alla base dell’efficacia del racconto giornalistico. Data dal grado di condivisione collettivo delle informazioni, che facilita anche il riconoscimento della rilevanza delle stesse, resa più evidente dalla facile identificazione della struttura del formato che ne definisce la ricorrenza.

I giornalisti sono così obbligati nel digitale a ripensare completamente il proprio rapporto con la dimensione temporale e spaziale, cioè con quei vincoli che – delimitando il formato – di fatto hanno da sempre inciso nella definizione di notiziabilità quale capacità di un evento di diventare significativo in uno specifico arco di tempo. Tutto quello che è cambiato col digitale e in che modo web e social network hanno stravolto il rapporto tra il pubblico e le notizie.

Cos’è e da cosa è data la notiziabilità

Per secoli il giornalismo ha aderito a una convenzione: che fosse implicito il concetto di rilevanza. Tuttavia, gli studiosi di giornalismo sono sempre stati scettici circa questa indicibilità. I criteri di notiziabilità da loro individuati ne sono la risposta. Pur ribadendo il carattere flessibile e fungibile di tali criteri, che peraltro si diversificano a seconda del medium, la letteratura li ritiene utili a individuare come si arriva a una soddisfacente condivisione circa cosa debba essere considerato rilevante, così da formalizzare e consolidare un patto informativo accettato tanto dai produttori quanto dai consumatori di notizie, in modo da poter “routinizzare l’imprevisto”, come con efficace metafora quasi 50 anni fa Jeremy Tunstall ha definito il lavoro giornalistico.

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Analogamente, si è individuato soprattutto nelle 24 ore la ricorrenza temporale su cui basare il vincolo produttivo, sì da prediligere quegli eventi che riescono a raggiungere una propria compiutezza narrativa in tale spazio temporale. Una durata che ha continuato a costituire un riferimento preciso anche quando si sono affermati mezzi di comunicazione più immediati e che realizzano e distribuiscono prodotti a un ritmo più incessante.

Chiaramente, da tale limite temporale si ricava anche quello spaziale, cioè la quantità di informazioni acquisibile in merito a un determinato evento e lo spazio da dedicargli, che individua il rilievo da fornirgli.

La notiziabilità è data, quindi, da queste limitazioni spazio-temporale: tutto ciò che si riesce a sapere fino a quel momento intorno a un evento definisce la sua maggiore o minore centralità; ma poi costituisce anche il punto di partenza da cui quella testata riprenderà l’argomento nelle successive edizioni. Un fatto, un problema sociale, un tema per diventare notiziabile deve diventare significativo, eloquente entro un determinato arco di tempo.

Cosa cambia col digitale

Le tecnologie digitali portano tendenzialmente al superamento della deadline. Da un lato, ciò è dovuto alla possibilità dell’aggiornamento continuo; dall’altro, dalla continua pubblicabilità da parte di tutti i soggetti chiamati in causa. Le fonti sono sempre attive e ora anche il pubblico produce informazioni e commenti.

Bisogna attrezzarsi perché il pubblico possa trovare notizie “fresche” per la sua consultazione 24 ore su 24. In questo modo si ridefiniscono completamente i vincoli temporali. Ogni evento è aggiornato e classificato quando lo si ritiene necessario.

La logica temporale non è più legata dai vincoli distributivi, bensì da decisioni più propriamente giornalistiche. Anzi, è interessante vedere come si scontrino le logiche giornalistiche con le metodiche dei social. Per il giornalista si dovrebbe pubblicare ogni volta che c’è una notizia; per i social media manager, che collaborano con i giornalisti alla presenza delle singole testate sui social network, bisogna rispettare le metodiche proprie dei SN, senza intasare troppo le bacheche degli utenti. Come si può capire è stravolta la logica della ricorrenza, che non risponde più al flusso della pubblicazione – ad esempio le 24 ore del quotidiano – ma nemmeno a quello dell’immediatezza: dare la notizia appena si ha, per non prendere il “buco”. Bisogna adeguarsi a ritmi dettati dalle esigenze e dalle abitudini di consumo del pubblico.

Quanto descritto obbliga i giornalisti a ripensare completamente il proprio rapporto con la dimensione temporale e spaziale, cioè con quei vincoli che – delimitando il formato – di fatto hanno da sempre inciso nella definizione di notiziabilità quale capacità di un evento di diventare significativo in uno specifico arco di tempo.

Dalla breaking news alla curation

La scomparsa della deadline attenua un altro elemento centrale nella definizione della notiziabilità: arrivare per primi. La volontà di non prendere il “buco” ma darlo, cioè avere notizie in esclusive, così come quella di riuscire a bruciare sul tempo nella pubblicazione i concorrenti continuano a costituire elementi caratterizzanti l’attività giornalistica e fattori di vanto nelle strategie di posizionamento e di promozione di ogni testata; tuttavia perde rilevanza a vantaggio dell’accuratezza con cui si riesce a informare su un evento o fenomeno sociale. Si definisce così una progressiva separazione fra breaking news e approfondimenti. Ovviamente, nessuno si tira indietro rispetto al compito di “dare la notizia”; tuttavia, la costruzione o il mantenimento della reputazione si gioca sempre più sulla capacità d’approfondimento.

Il principale motivo di questo relativo affievolimento della centralità della breaking news è l’enorme addensamento del campo giornalistico. Un addensamento di attori che entrano nel circuito: basti pensare come con i social network – lo abbiamo già ricordato – ciascuno di noi – e ovviamente con maggior successo quanto più il proprio ruolo pubblico è rilevante – possa dare notizie oppure fornire punti di vista peculiari, peraltro rendendo la distinzione fra fatti e opinioni sempre più sottile.

Il doppio flusso comunicativo

Oltre al normale, classico flusso informativo dalle fonti al pubblico attraverso la mediazione giornalistica che seleziona, gerarchizza e presenta, bisogna considerare il gioco sempre più attivo – perché enormemente semplice da realizzare – delle ri-mediazioni dei contenuti, sviluppabile da ogni nodo della rete, sia esso una testata, una fonte o un singolo cittadino. Ogni contenuto pubblicato inizia un nuovo percorso definito dalla sua fortuna in rete.

La ricorrenza assume un’altra significativa dimensione: la sua replicabilità nello spazio e nel tempo, che ovviamente poi incide sulla rilevanza della notizia, ma soprattutto agisce sulla costruzione della reputazione di chi ha messo a punto quell’informazione. La frequenza con la quale un fatto o un commento è ripreso, accentua la sua importanza, e garantisce affidabilità e credibilità a chi fornisce la fornisce.

L’incidenza sulla rilevanza di una notizia

La rilevanza non è più esclusiva competenza del processo produttivo giornalistico, ma anche delle moltiplicate logiche distributive e del conseguente successo nelle forme di consumo. Esce dalle redazioni, cioè le organizzazioni deputate alla trasformazione dei fatti in notizia, per andare a popolare l’intera filiera di una notizia: produzione-distribuzione-consumo. Si sposta dalla produzione del contenuto al sistema relazionale che quel contenuto determina.

L’autorevolezza di una testata non è data più soltanto dal suo nome, dalla sua storia, dalla sua tradizione, dal prestigio del professionista che ne parla o ne scrive, ma anche dall’efficacia – e talvolta dalla fortuna – del percorso di diffusione di una notizia, che condurrà verso forme diverse di negoziazione, basate sulla capacità di gestire la relazione e l’interazione permessa dalla rete.

Questa nuova consapevolezza non appare ancora sfruttata adeguatamente attraverso la capacità di assecondare meglio la logica dialogica propria dei social network. Continua a essere minoritario un engagement che tratti il pubblico quale interlocutore e lo chiami a tutto titolo dentro la relazione informativa, realizzando quella trasformazione del patto comunicativo da verticale – top-down – a maggiormente orizzontale, come è possibile in una logica di rete. Ma è presumibile che su questi sviluppi saranno molti a concentrarsi nei prossimi anni.

Nuove forme di condivisione

Le testate non sono le uniche porte d’ingresso alla notiziabilità, piuttosto uno fra i contenitori attraverso cui acquisiamo le informazioni; ad esse se ne aggiungono tanti altri, che modificano i modi attraverso cui le singole testate costruiscono reputazione e tutelano il loro brand.

La progressiva quanto profonda modificazione dei contesti di accesso alle informazioni giornalistiche e alla loro fruizione provoca una dislocazione dei processi distributivi, che incide sulle modalità di produzione nelle redazioni.

Fino a quando la notiziabilità era definita anche da un bilanciamento fra le varie notizie tese a realizzare un contenitore variegato, in cui fosse assicurato un certo equilibrio fra temi ed eventi differenti, usualmente organizzate per grandi categorie tematiche – la politica, l’economia, lo sport, la cultura – l’organizzazione redazionale rispettava queste “pesature”. Se la porta d’accesso alla fruizione dei contenuti prodotti dalla redazione diventa esterna – le bacheche dei social attraverso cui non soltanto le testate con i loro profili social ma anche tutti i nostri “amici” e contatti possono segnalarci eventi e/o servizi giornalistici – il lavoro giornalistico si indirizza progressivamente verso la produzione di singoli contenuti giornalistici, che devono “dialogare” meno con tutti gli altri contenuti impaginati sul sito o nella scaletta del TG, ma piuttosto assicurare un interesse intrinseco, che consenta a tali contenuti di viaggiare attraverso i propri profili social; ma ben sapendo che la velocità e l’intensità di tale viaggio dipendono soltanto relativamente da quanto stabilito in redazione. Inoltre, la possibilità di conoscere in tempo reale il successo di tali contenuti nella diffusione e condivisione da parte del pubblico incide sulle modalità di trattazione e sull’impegno dedicato all’evento specifico.

Dunque, un altro motivo per cui la curation diventa molto importante è perché garantisce meglio la verticalità nella produzione di un contenuto, che dovrà avere fortuna diffondendosi fra contenitori molto mobili, abitare le interazioni fra le bacheche dei profili Facebook o Twitter.

Insomma, il prodotto giornalistico diventa un “bene” molto differente e più condiviso rispetto a quello creato finora, che aveva una sua evidenza nella relativa rigidità e stabilità dell’impaginazione – sia cartacea che elettronica – alla quale il lettore-spettatore-ascoltatore non poteva sfuggire.

Questo processo sta delineando una significativa ridefinizione del concetto di condivisione delle notizie. Al concetto di condivisione possono essere attribuiti due distinti significati. Da un lato, vi è una condivisione latente, la progressiva consapevolezza circa l’esistenza di un’istituzione – il giornalismo – specificamente preposta a stabilire cosa sia d’interesse pubblico. A questo primo livello di condivisione dobbiamo aggiungerne un secondo, molto più situato, su cui si fonda la credibilità e la reputazione delle singole testate e parzialmente differente a seconda dei vari modelli di giornalismo. Stiamo parlando di ciò che solitamente è definita linea editoriale e che nel giornalismo italiano ha avuto tradizionalmente due specifici punti di forza: la prossimità politico-ideologica e la prossimità geografica.

Il pubblico condivide i contenuti e le valutazioni di una determinata testata soprattutto per la vicinanza alle idee politiche che esprime oppure perché risiede nelle zone in cui la testata è pubblicata.

La prossimità culturale

Il web e i social network conducono verso una condivisione orientata dalla prossimità culturale. Beninteso, le altre forme di condivisione non scompaiono; ma a esse si affianca l’esigenza di andare a intercettare quella miriade di comunità virtuali che vanno ben conosciute e alle quali offrire possibilità di confronto.

Se si differenziano e si segmentano i percorsi compiuti da ogni singola notizia, analogamente segmentata deve essere la capacità di collocazione di tali notizie da parte delle emittenti. Per ogni notizia deve essere pensato l’ambito di diffusione e di discussione. La “fortuna” di una notizia non è data soltanto o principalmente dalla sua collocazione all’interno del contenitore giornalistico, quanto piuttosto da come è accolta, apprezzata e rimessa in circolo dalle varie comunità presenti in rete. Questo processo modifica la concezione di pubblico ideale che deve avere in mente un giornalista o una testata, perché di fatto tale immagine si frammenta nei tanti pubblici possibili che corrispondono a questa varietà di comunità, alle quali possono essere fornite informazioni parzialmente differenti, perché connotate da approfondimenti e angolature narrative che tengono conto degli interessi specifici. Nasce proprio da tali evoluzioni la fortuna che stanno conoscendo termini come community journalism oppure engagement journalism; anche se – per adesso – abitano più le teorizzazioni degli addetti ai lavori che la pratica quotidiana, specialmente per quanto concerne il contesto italiano.

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