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Giovani ricercatori, l’Italia li forma ma non sa valorizzarli


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L’Italia forma ricercatori di qualità, con tassi di occupazione elevati, ma contratti precari, carriere incerte e competenze sottoutilizzate ne limitano l’impatto. Università, imprese e istituzioni devono trasformare il dottorato in innovazione, responsabilità professionale e sviluppo dei territori per il Paese

Pubblicato il 24 set 2026

Mirta Michilli

direttrice generale della Fondazione Mondo Digitale



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I dottori di ricerca raggiungono livelli di occupazione molto elevati, ma incontrano ancora precarietà, carriere incerte e difficoltà nel vedere pienamente riconosciute le proprie competenze. Le esperienze del Research Award della RomeCup mostrano la qualità di una nuova generazione di scienziati e indicano una priorità per il Paese: trasformare il talento in innovazione, impresa e valore sociale.

Quando Paolo Dario, professore emerito alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e fondatore dell’Istituto di BioRobotica, definisce “spettacolare” la qualità dei giovani ricercatori italiani, non pronuncia un elogio di circostanza. Parla da scienziato che ha attraversato decenni di trasformazioni nella robotica e nella bioingegneria, ha lavorato con generazioni di studenti e ricercatori e conosce da vicino i principali ecosistemi internazionali dell’innovazione [leggi Il futuro dell’Italia al Research Award].

All’ultima edizione della RomeCup ha formulato una considerazione volutamente controcorrente: il sistema educativo italiano continua a formare persone di straordinaria qualità. Il suo valore si misura anche nei risultati di studentesse, studenti, laureati e dottori di ricerca, apprezzati nei laboratori, nelle università e nelle imprese di tutto il mondo. Una formazione ampia, capace di tenere insieme cultura scientifica e umanistica, specializzazione e visione d’insieme, metodo e creatività. Quella tensione verso “virtute e conoscenza” che, nella lettura di Dario, può ancora rappresentare un tratto distintivo del nostro Paese. Questa valutazione positiva non nasconde le fragilità del sistema e rende più evidente il paradosso italiano: possediamo un capitale umano di qualità molto elevata, ma non sempre riusciamo a riconoscerlo, sostenerlo e inserirlo in percorsi professionali adeguati [leggi Virtute e conoscenza e guarda Paolo Dario: “I giovani studenti italiani hanno una grande potenzialità“].

Occupati, ma non sempre valorizzati

Il rapporto Istat sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca restituisce una fotografia con luci e ombre. A quattro-sei anni dal conseguimento del titolo lavora il 96,1 per cento dei dottori di ricerca. Per l’84,2 per cento il dottorato è stato utile per ottenere il lavoro e quasi tre su quattro continuano a svolgere attività di ricerca e sviluppo. I numeri smentiscono l’idea del dottorato come percorso inevitabilmente privo di sbocchi. Ma il tasso di occupazione, da solo, non basta a descrivere la qualità del lavoro trovato.

Il 34,4 per cento dei dipendenti ha un contratto a tempo determinato. Soltanto per il 39,9 per cento degli occupati il dottorato costituisce un requisito obbligatorio per accedere alla posizione ricoperta. Quasi la metà si dichiara poco o per nulla soddisfatta delle prospettive di carriera e più di un terzo, potendo scegliere di nuovo, non rifarebbe il percorso o non è sicuro che lo rifarebbe.

Non è una bocciatura della formazione ricevuta. I giudizi sulla competenza dei docenti, sulla collaborazione scientifica e sull’esperienza di ricerca restano positivi. Il problema riguarda ciò che avviene dopo: stabilità, riconoscimento professionale e possibilità di utilizzare pienamente le competenze acquisite.

La mobilità deve essere una possibilità, non una necessità

Il 10,4 per cento di chi ha conseguito laurea e dottorato in Italia lavora all’estero. La mobilità internazionale appartiene alla natura della ricerca ed è una risorsa: più della metà dei dottori intervistati ha trascorso un periodo di formazione fuori dal Paese. La criticità emerge quando partire diventa il modo più efficace per trovare un’attività coerente con la propria preparazione.

Tra chi lavora all’estero, quasi sei persone su dieci svolgono una professione per la quale è richiesto il dottorato; in Italia la quota scende a meno di quattro su dieci. Le ragioni principali del trasferimento sono infatti la possibilità di trovare un lavoro più adeguato alla propria professionalità e una retribuzione migliore.

Anche la mobilità interna segnala forti squilibri. Quasi la metà dei dottori provenienti dal Mezzogiorno vive successivamente in un’altra regione o all’estero. Non si spostano soltanto singole persone: i territori perdono competenze, capacità di innovazione e possibilità di attrarre nuovi investimenti. L’obiettivo non può essere trattenere tutti. La circolazione delle persone e delle idee fa crescere la scienza. Occorre però creare condizioni che consentano anche di restare, tornare o scegliere l’Italia come destinazione.

Un patrimonio ancora troppo limitato

Le difficoltà assumono un peso ancora maggiore perché l’Italia non forma troppi dottori di ricerca. Al contrario, nel 2021 rappresentavano appena lo 0,4 per cento della popolazione, contro una media europea doppia. Il nostro Paese si collocava al ventiduesimo posto nell’Unione europea.

Nelle due coorti analizzate dall’Istat hanno conseguito il titolo poco più di 16.000 persone, circa 8.000 all’anno. Più della metà proviene da percorsi Stem, ma la ricerca riguarda anche medicina, scienze sociali, economia, diritto, educazione e discipline umanistiche.

È un aspetto decisivo. Intelligenza artificiale, salute, sostenibilità, transizione industriale e cambiamento demografico non sono problemi esclusivamente tecnologici. Richiedono l’incontro tra competenze scientifiche, conoscenza dei contesti, sensibilità etica e capacità di valutare gli effetti sociali delle soluzioni.

Torna qui l’intuizione di Paolo Dario: la specializzazione è indispensabile, ma produce pienamente valore quando dialoga con altre discipline e con i bisogni della società.

La giovane ricerca italiana vista da vicino

Ogni anno il Research Award della RomeCup permette di osservare questa ricchezza attraverso le persone e i loro progetti. Il premio Most Promising Researcher in Robotics and Artificial Intelligence valorizza giovani ricercatrici e ricercatori impegnati in ambiti di frontiera, riconoscendo insieme rigore scientifico, creatività, perseveranza e impatto sociale. L’edizione 2026 ha raccolto 265 candidature. Tredici finalisti, selezionati con il contributo di oltre sessanta esperti, hanno presentato ricerche sulla robotica riabilitativa, le protesi bioniche, la chirurgia di precisione, i robot sociali, l’intelligenza artificiale affidabile, i sistemi autonomi e il monitoraggio ambientale. Colpisce la capacità di questi giovani di tenere insieme avanzamento scientifico e problemi concreti. Le tecnologie vengono progettate per restituire autonomia alle persone, migliorare le cure, rendere più sicure le infrastrutture, proteggere gli ecosistemi e sviluppare nuove forme di collaborazione tra esseri umani e macchine.

La ricerca appare così per quello che è realmente: un processo che parte da una domanda, attraversa tentativi ed errori, costruisce relazioni e trasforma conoscenze avanzate in possibilità nuove. Richiede tempo, continuità e ambienti nei quali sia possibile confrontarsi oltre i confini della propria disciplina.

Il Research Award contribuisce a rendere visibile questo processo. Il premio economico è importante, ma lo è altrettanto la possibilità di raccontare la ricerca fuori dagli spazi accademici, incontrare imprese e istituzioni, dialogare con le scuole e offrire alle nuove generazioni modelli professionali ancora poco presenti nel racconto pubblico.

Dal premio a una strategia per il Paese

La quinta edizione del premio, promossa dalla Fondazione Mondo Digitale in collaborazione con l’Università Campus Bio-Medico di Roma, è già aperta. Possono candidarsi dottorandi, dottori di ricerca e ricercatori fino a 34 anni che svolgono attività in Italia nei campi della robotica e dell’intelligenza artificiale. Le domande devono essere presentate entro il 28 febbraio 2027. La persona vincitrice riceverà 20.000 euro e sarà proclamata il 15 aprile, durante la RomeCup 2027.

Un premio non può risolvere le criticità strutturali della ricerca italiana. Può però contribuire a cambiare lo sguardo, rendendo riconoscibili persone e percorsi che spesso restano confinati nelle comunità specialistiche. Può inoltre mostrare alle imprese che il dottorato non prepara soltanto alla carriera accademica: forma persone capaci di affrontare problemi complessi, lavorare nell’incertezza, formulare ipotesi e costruire soluzioni originali. Oggi poco più di un terzo dei dottori di ricerca lavora nel settore privato. La percentuale cresce nelle discipline Stem e soprattutto nei dottorati industriali, mostrando il valore di una collaborazione avviata già durante il percorso formativo. Ma la ricerca non può essere valutata soltanto in base alla rapidità con cui genera un prodotto commerciabile.

La ricerca di base, la sperimentazione e le discipline umanistiche e sociali fanno parte della stessa infrastruttura della conoscenza. Anche le applicazioni più innovative poggiano spesso su scoperte e intuizioni maturate molti anni prima, lontano dal mercato.

Valorizzare i giovani ricercatori richiede quindi una responsabilità condivisa. Le università devono offrire percorsi di qualità e prospettive trasparenti. Le istituzioni devono garantire continuità agli investimenti e condizioni professionali dignitose. Le imprese devono imparare a riconoscere le competenze maturate con il dottorato. La società civile può collegare la ricerca ai bisogni delle persone e dei territori. Anche la comunicazione ha un compito: raccontare la scienza attraverso i processi e le persone, non soltanto attraverso le scoperte finali.

Dare al talento la possibilità di diventare futuro

I dati Istat consegnano due verità da tenere insieme. Il dottorato è un investimento formativo efficace: chi lo consegue lavora quasi sempre e porta nel sistema competenze di alto profilo. Allo stesso tempo, una parte consistente di questo capitale umano incontra instabilità, prospettive incerte e ruoli che non ne valorizzano pienamente la preparazione. L’Italia non deve imparare a produrre talento, perché lo fa già. Deve diventare più capace di accompagnarlo, connetterlo e affidargli responsabilità.

Quando un giovane ricercatore trova le condizioni per sviluppare un’idea, non cresce soltanto la sua carriera. Crescono le competenze di un gruppo, le possibilità di un’impresa, l’attrattività di un territorio e la capacità del Paese di affrontare problemi complessi. La ricerca diventa così un bene comune: un investimento nel futuro che comincia dal riconoscimento delle persone che quel futuro stanno già costruendo.

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