il dibattito

Hate speech vs libertà d’espressione sui social: come uscire dall’impasse?

E’ di questi giorni l’istituzione della Commissione Straordinaria promossa da Liliana Segre a riprova della necessità di creare un organo per la tutela dei diritti umani e del fatto che, ad oggi, non esiste ancora una definizione normativa di hate speech. Proposte sul tavolo e possibili soluzioni

04 Nov 2019
Federica Maria Rita Livelli

Business Continuity & Risk Management Consultant

discussione online - conflitto online - argomentare bene

L’acceso dibattito politico di questi giorni sulla istituzione di una Commissione Straordinaria su razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio, che si impegna contro la diffusione dell’hate speech online, ha riportato ancora una volta l’attenzione su un tema molto polarizzante e sul quale non sembrano esistere, al momento, soluzioni convincenti.

Sul tavolo le proposte sono diverse, sia a livello nazionale, che europeo e internazionale, ma sullo sfondo resta prevalente il ruolo dei social media, considerando le posizioni di Facebook e Twitter, e l’incapacità degli Stati anche solo a trovare una definizione normativa di hate speech.

Prevenire e contrastare l’incitamento agli odi

La “No Hate Parliamentary Alliance” è stata recentemente costituita dal Consiglio d’Europa con lo scopo di prevenire e contrastare l’incitamento agli odi ed impegnarsi a livello nazionale ed internazionale contro l’odio in tutte le sue forme e in particolare contro l’hate speech che pervade i vari mezzi di comunicazione e in particolare il web.

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Il fenomeno dell’hate speech è, purtroppo, in crescita in tutte le società più avanzate e la comunità internazionale da anni sta cercando delle strategie di contenimento e di contrasto.

In linea con quanto stabilito dal Consiglio d’Europa è di questi giorni l’istituzione della Commissione Straordinaria promossa dalla senatrice a vita Liliana Segre a riprova della necessità di creare un organo per la tutela dei diritti umani e del fatto che, ad oggi, non esiste ancora una definizione normativa di hate speech, il che rende difficile perseguire sul piano penale forme di incitamento all’odio di questo tipo.

La Commissione Straordinaria, costituita da 25 componenti, avrà il compito di osservare, studiare e proporre iniziative riguardo al controllo dei fenomeni di intolleranza, razzismo, istigazione all’odio e violenza basati su etnia, religione, provenienza, orientamento sessuale o identità di genere, oltre a quello di controllare ed indirizzare la concreta attuazione delle convenzioni e degli accordi sovranazionali e internazionali e della legislazione nazionale. La Commissione, nella sua funzione propositiva, avrà come obiettivo finale l’elaborazione di una normativa adeguata.

Secondo Frank La Rue, rapporteur delle Nazioni Unite in materia di libertà d’espressione, anche quei comportamenti e termini che possono risultare offensivi, ma che non sono perseguibili penalmente dai singoli Stati, causano comunque preoccupazione in materia di tolleranza e convivenza civile e costituiscono un pericolo per la democrazia.

Ma se da un lato è doveroso contrastare condotte moralmente censurabili e lesive della dignità di persone e gruppi sociali – in quanto rappresentano un ostacolo alla convivenza della comunità sociale – dall’altro occorre evitare che sanzionando l’hate speech si incorra, di fatto, in una limitazione del principio della libera manifestazione del pensiero e di confronto delle opinioni fuori e dentro il web.

Per evitare questo pericolo, occorrono criteri oggettivi e simmetrici – argomento fatto oggetto di dibattito quanto mai vivo negli ultimi mesi – soprattutto per quanto riguarda la posizione dei social media in materia, che evidenzia sempre più la necessità di far ricorso al corpus normativo internazionale in materia di diritti umani, come riferimento base dei criteri di moderazione dei contenuti online.

Speech police: come contrastare l’hate speech in rete

David Kaye, Special Rapporteur ONU per la libertà di espressione, nel suo report pubblicato lo scorso 9 ottobre, si domanda quali misure dovrebbero adottare governi e organizzazioni per contrastare l’hate speech online, fornendo alcune linee guida in materia ed evidenziando quanto siano necessarie normative atte a cogliere l’essenza del web, come spazio fluido trasnazionale e senza confini, non regolabile efficacemente solo in base alle scelte di un singolo.

David Kaye suggerisce che siano coinvolti tutti gli attori principali – nazionali e internazionali – che governano internet, al fine di proporre una policy uniforme di rimozione dei contenuti contrari agli standard prescelti.

Nel report David Kaye sottolinea ancora l’urgenza di gestire al meglio la problematica dell’hate speech e libertà d’espressione facendo rimando agli standard stabiliti dal Human Rights Committee e dal 2013 Rabat Plan of Action, che costituiscono un framework fondamentale per la protezione, per il rispetto dei diritti umani e per il contrasto all’odio e ad espressioni “pericolose o inopportune” sulla rete.

L’ambiguità di definizione dell’hate speech può essere utilizzata, afferma David Kaye, per “consentire violazioni su un’ampia gamma di forme espressive lecite” e, al tempo stesso consentire a “molti governi di utilizzare l’hate speech come fake news per attaccare nemici politici, dissidenti, non credenti o chi si dimostra critico”. L’opposto inconveniente dovuto alla suddetta ambiguità è che essa non consente a governi ed organismi virtuosi di individuare misure efficaci di gestione del problema.

E’ necessaria, dunque, una media res, una mediazione che attui misure e controlli severi pur salvaguardando da una parte il dibattito democratico e dall’altra la protezione delle minoranze o di chiunque sia destinatario di forme di hate speech, senza compromettere i diritti umani e civici fondamentali.

Il ruolo dei social media

Facebook ha deciso di considerare lecite le inserzioni pubblicitarie che utilizzano messaggi politici contenenti notizie false; mentre è proprio di questi giorni l’annuncio da parte di Twitter di “bloccare tutte le inserzioni pubblicitarie politiche a livello globale”.  La decisione di Twitter è stata determinata dal fatto che “la pubblicità su internet è molto potente ed efficace – come affermato dal amministratore delegato Jack Dorsey – ma comporta significativi rischi politici laddove può essere usata per influenzare voti”. “Questo – precisa Jack Dorsey – non ha nulla a che fare con la libertà di espressione. Ha a che fare con il pagare” per raggiungere il pubblico più ampio possibile e “…questo ha significative ramificazioni che l’architettura democratica di oggi potrebbe non essere in grado di gestire”.

Per quanto concerne la rimozione di pagine online di hate speech, la questione, secondo David Kayle, potrebbe essere risolta facendo rimando alla Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, secondo cui i governi sarebbero obbligati a dichiarare illegali o addirittura a proibire quelle organizzazioni che esprimano o facciano propaganda di atti discriminatori. In questo modo non solo verrebbero eliminate le loro pagine sui social, ma anche la loro esistenza politica, per opera dello Stato, deciso preservare i diritti fondamentali dei cittadini in democrazia.

Per David Kayle non deve essere rimosso ciò che non risulta non piacere, bensì ciò che può danneggiare i diritti umani, la democrazia o l’incolumità dei cittadini, sia online che offline in modo tale da attuare leggi che mirino a proteggere la libertà di parola e non a limitarla.

Quali soluzioni

Partendo dal presupposto che gli Stati non possono chiedere alle Big Tech di rimuovere ciò che loro non possono rimuovere, in quanto la materia tocca i diritti umani, gli stessi Stati devono prima di tutto definire cosa si intende per hate speech e quali siano i requisiti normativi necessari per gestire al meglio il problema. Inoltre i filtri, i fact check implementati dai social media non funzionano, non sono efficaci in quanto non sono in grado di capire se si tratta di hate speech o di conversazione normale e definire il contesto e le “sfumature” del linguaggio utilizzato. Ne deriva la necessità di un coinvolgimento ultimo da parte di un individuo nell’analizzare il risultato dell’algoritmo dei filtri dei contenuti.

Indubbiamente sarebbe auspicabile che i social media adottassero sempre più politiche di gestione dell’hate speech, politiche ossequiose delle normative internazionali in materia di diritti umani, oltre ad effettuare periodici monitoraggi della loro attività in materia, rendendo trasparenti i risultati: a tale proposito esiste una normativa internazionale da rispettare. Forse l’introduzione di sanzioni efficaci e “gravose” per il non rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione potrebbe servire per rendere più efficace l’implementazione dei principi espressi dagli standard internazionali in essere.

Non dobbiamo, comunque, dimenticare che il contrasto all’hate speech, per risultare efficace, dovrebbe essere effettuato non solo a livello normativo, ma anche attraverso politiche che promuovano la riduzione del disagio sociale, l’educazione e la responsabilizzazione di tutti i cittadini in termini di utilizzo consapevole delle nuove tecnologie.

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