Intelligenza artificiale

IA e crisi del lavoro: il reddito universale di base è la risposta? Ecco le sfide



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L’avvento dell’Intelligenza Artificiale minaccia i lavori altamente qualificati, soprattutto in Europa. Questa rivoluzione richiede nuove soluzioni, come il Reddito di Base Universale (UBI), per mitigare l’impatto socio-economico. L’UBI potrebbe essere finanziato tramite tasse sull’IA, ma richiede consenso politico e riforme significative

Pubblicato il 11 mar 2024

Eleonora Poli

Head of Economic Analysis, Centro politiche europee – Roma (CEP)



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L’Intelligenza Artificiale sta trasformando radicalmente il panorama del mercato del lavoro, fornendo nuove opportunità ma sollevando anche importanti interrogativi e, soprattutto, riportando in auge il dibattito sul reddito base universale, un concetto che trova sostenitori e detrattori in tutta Europa.

L’esperimento finlandese sul reddito garantito offre preziose indicazioni sui possibili risultati e ostacoli politici di questa proposta. Tuttavia, la questione fondamentale rimane: come finanziare un progetto così ambizioso?

L’impatto dell’IA sui lavori creativi e altamente qualificati

Storicamente, ogni rivoluzione industriale ha avuto impatti radicali sul mercato del lavoro e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA) non dovrebbe quindi essere differente. Tuttavia, diversamente dalle precedenti, questa rivoluzione è più pericolosa delle altre perché può sostituire il lavoro umano di tipo cognitivo.

In altre parole, l’IA impatterà soprattutto i lavori creativi e altamente qualificati, che in passato erano stati  protetti dalla disoccupazione causata dall’avanzamento industriale.

Secondo i dati riportati dal Centres for European Policy Network (CEP), la possibilità che macchine non assistite superino gli esseri umani in ogni possibile compito è stata stimata al 10% entro il 2027 e al 50% entro il 2047. Nei paesi sviluppati circa il 60% dei posti di lavoro sarà suscettibile all’IA e tra questi, circa la metà (33%) potrebbe subirne gli effetti negativi. Sebbene una maggiore crescita economica potrebbe potenzialmente compensare i problemi derivanti dalla sostituzione di alcuni compiti lavorativi da parte dell’IA, in media, almeno il 10% dei posti di lavoro potrebbe essere completamente surrogato, particolarmente nelle regioni ad alto reddito come l’Europa dove circa 20 milioni di individui potrebbero perdere la propria occupazione.

Il ruolo dell’IA nel settore tecnologico e nelle lingue

Già oggi, l’impatto dell’IA sul mercato del lavoro si fa sentire. Ad esempio, i dati del settore tecnologico segnalano un significativo aumento dei licenziamenti di dipendenti nel 2023. In settori come la vendita di pubblicità, la capacità dell’IA di automatizzare alcuni compiti sembra aver giocato un ruolo significativo nella decisione di ridurre il numero di dipendenti. Allo stesso modo, molte piattaforme di apprendimento delle lingue, come “Duolingo”, hanno ridotto la propria forza lavoro fino al 10%, grazie alle “efficienze” create dall’utilizzo dell’IA nella creazione di contenuti. Tuttavia, è anche bene ricordare che, in Unione europea caratterizzata da un invecchiamento della popolazione e dove il 75% delle aziende  ha difficoltà a trovare lavoratori professionisti con le competenze necessarie, l’IA potrebbe anche essere considerata una risorsa. Inoltre, sebbene l’IA possa sostituire gli essere umani in quanto lavoratori, ha bisogno di quest’ultimi come generatori, anche inconsapevoli, di dati di cui la stessa si alimenta.

Il concetto di ‘data worker’ e l’idea del reddito base universale

Proprio in questo frangente, l’idea di considerare ogni essere umano come “data worker” ossia generatore di dati ed informazioni necessarie all’IA per rimanere funzionante, potrebbe giustificare lo sviluppo di modelli di reddito base universale come misura protettiva contro la volatilità socioeconomica ma anche come forma di upskilling e reskilling dei lavoratori.

Il reddito universale base (universal basic income o UBI) non dovrebbe però essere interpretato come una forma di assistenzialismo, che può generare azzardi morali, ma come un modello per affrontare la transizione generate dall’IA che dipende da vaste quantità di dati di cui gli esseri umani sono generatori. Si tratterebbe quindi di una compensazione equa e transitoria.

L’evoluzione del dibattito sul reddito universale base in Europa

La creazione di un UBI in Europa ha guadagnato terreno negli ultimi anni, specialmente dopo l’insorgere della crisi dell’eurozona nei primi anni 2010 e nuovamente a seguito alla pandemia da Covid-19, quando numerosi cittadini europei hanno dovuto fra fronte a trend economici incerti. Già durante la Conferenza sul Futuro dell’Europa, l’UBI era uno dei temi discussi dai cittadini per costruire un’Unione Europea più equa, ed una petizione lanciata in merito è stata firmata da quasi 300 mila persone, non raggiungendo però la soglia necessaria per essere considerata dalla Commissione.

Chi ha paura del reddito universale base e perché

I detrattori di UBI sostengono che potrebbe non solo avere effetti negativi sugli incentivi al lavoro, ma che fornire ai cittadini maggior potere d’acquisto potrebbe portare a un aumento dell’inflazione e dei costi di produzione. Ciò comporterebbe salari reali più bassi che ridurrebbero complessivamente lo standard di vita.

UBI, l’esperimento finlandese

Tuttavia, un importante risultato empirico è rappresentato dall’esperimento in Finlandia sul reddito garantito condotto nel 2017, che, secondo l’analisi del CEP, non ha ridotto gli incentivi dei cittadini al lavoro; al contrario, ha avuto un impatto positivo sull’occupazione. In particolare, l’UBI ha portato ad un maggior benessere dei cittadini in molteplici dimensioni, a partire dalla salute fino alla fiducia nelle istituzioni nazionali, aumentando la solidarietà sociale e riducendo lo stigma della povertà. L’esperimento in Finlandia non ha portato ad una sua adozione a livello nazionale per ragioni soprattutto politiche. Tuttavia, non per questo motivo l’UBI non deve essere considerato come possibile strumento per affrontare un momento di transizione. Rimane però il problema di come finanziarlo.

Come si finanzia UBI e altri ostacoli

L’analisi dei costi di uno schema di UBI su scala europea rivela che potrebbe ammontare a circa il 17% del PIL della zona euro. Per essere finanziariamente sostenibile, Ubi andrebbe a sostituire i regimi di politica sociale esistenti oppure necessiterebbe una nuova fonte di finanziamento. Una possibile via potrebbe essere una tassa sull’IA, una tassa tecnologica più ampia a livello dell’UE oppure un’imposta globale sulla ricchezza.

Tuttavia, al di là del finanziamento, l’implementazione di UBI a livello dell’UE richiederebbe riforme dei trattati e un consenso politico significativo che al momento è inesistente e dovrebbe essere basata su nuovi modelli empirici per sperimentarne gli effetti su larga scala.

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