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arte e AI

Il quadro fatto dall’algoritmo vale mezzo milione: che cambia per l’arte e per tutti noi

Nella società digitale i limiti della tecnologia sono i nostri limiti. Non resta quindi che studiare, sperimentare e migliorare. Anche nell’arte, e il processo riguarda tutti noi. Ecco cosa possiamo imparare dalla vendita del primo quadro realizzato da un’intelligenza artificiale

05 Nov 2018

Riccardo Zanardelli

Ingegnere | MBA

“Portrait of Edmond De Belamy”, 2018

Cosa rimane dopo la vendita del “Ritratto di Edmond De Belamy”, realizzato da un algoritmo di intelligenza artificiale, oltre ai 432.000 dollari nelle casse di Christie’s? Di sicuro una certezza: l’arte si intreccia con le nuove tecnologie perché entrambe sono espressione dell’uomo. Ma anche un interrogativo: stiamo veramente creando intelligenza attraverso la tecnologia? Proviamo ad analizzare questo fatto in uno scenario più ampio con una consapevolezza: il mondo dell’arte è imprevedibile e cercare di decodificarlo con un approccio razionale non è solo impossibile, ma anche intrinsecamente sbagliato.

Il prezzo è sinonimo di qualità?

Lo scorso 25 ottobre Christie’s ha battuto all’asta un quadro molto speciale, perché realizzato da un algoritmo di intelligenza artificiale. Inizialmente pensato per una vendita attorno ai 10.000 dollari, il quadro del collettivo francese Obvious intitolato “Portrait of Edmond De Belamy” è stato aggiudicato per una cifra ben maggiore: 432.000 dollari. Cosa significa tutto questo?

La tecnologia trasforma gli elementi che conosciamo e li ricombina con modalità che trascendono le capacità umane. In questo caso sono la quantità e velocità di informazioni elaborate a rendere la cosa interessante, insieme alle curiose modalità con cui questo quadro (in realtà è una stampa) è stato creato e piazzato nel complesso mondo dell’arte.

Il prezzo è sinonimo di qualità? Difficile da giudicare, la qualità nell’arte è soggettiva. La cosa che rende affascinante la tecnologia ai fini artistici è il percorso che fa, che è diverso da quello umano.

Cos’è il GAN e chi è il pittore

Il processo creativo artificiale messo a punto da Obvious si basa su una tecnica che i ricercatori in ambito Artificial Intelligence conoscono molto bene: il GAN (Generative Adversarial Network).

Due algoritmi, un “generatore” ed un ”discriminatore”, si fronteggiano nel tentativo di prevalere l’uno sull’altro. Al generatore il compito di creare un’opera artificiale a partire da un database di 15.000 immagini di opere vere. Al discriminatore il ruolo di giudice, di decidere di volta in volta se la nuova opera sia reale o artificiale. L’opera è conclusa nel momento in cui il discriminatore non riesce a riconoscere se ciò che le viene proposto dal generatore sia artificiale o reale.

Chi è quindi il pittore? Il generatore? Il discriminatore? L’autore del codice? Gli autori delle 15.000 immagini che hanno nutrito gli algoritmi? Tutti e nessuno, in un certo senso. Oppure -e questa è la mia visione personale- l’authorship è nell’esecuzione stessa del codice da parte della specifica macchina. Il codice definisce un processo che ha una sua componente di originalità, ma che non produce nulla finché non viene eseguito.

L’esecuzione determina una delle infinite possibili istanze di un modello e quindi realizza lo scopo del codice. Il risultato finale è quindi il prodotto inscindibile di uomo e macchina, di idea e di esecuzione. Questo è un concetto che ritorna spesso quando si analizza l’intelligenza artificiale.

Valore del codice e valore dell’opera

C’è chi dice che il codice utilizzato da Obvious non abbia grandi caratteristiche di originalità e che il vero autore di tale codice non abbia ricevuto la corretta attribuzione del proprio lavoro. Al di là delle diatribe (comprensibili) in tema di innovazione e proprietà intellettuale, l’opera ha comunque fatto la sua strada. Qualcuno le ha attribuito una forma tangibile di valore: l’ha pagata.

La discussione sul valore innovativo intrinseco dell’algoritmo ha quindi senso, ma questa discussione non è rilevante sotto il profilo artistico.

L’unica cosa che importa per l’arte è l’oggetto in relazione al processo creativo che lo ha reso possibile. L’acquirente, come anche chi semplicemente il quadro lo guarda su Internet, vede qualcosa che aspetta di essere elaborato.

In questo senso l’arte è codice ed il codice è arte.

Code is poetry. Code is Law. Code is everything.

Uno, nessuno, centomila pittori-codice

Ecco, quanti pittori-codice arriveranno ora? Dopo il primo che ha successo di solito ne arrivano altri, in una specie di corsa all’oro che in realtà è già finita. Chi ha pagato 432.000 dollari per una stampa creata da un algoritmo l’ha fatto in base ad un criterio di unicità e privilegio, in nome di un primato di riconoscimento e possesso che non si può ripetere

Il processo che ha dato vita a “Ritratto di Edmond De Belamy” ora continua la propria vita digitale proseguendo nella creazione di una serie di ritratti familiari, come per descrivere l’albero genealogico artificiale di qualcuno che come sappiamo non è mai esistito.

La “famiglia” De Belamy

È chiaro però che insieme al percorso che sta facendo con questo algoritmo, Obvious deve ora alzare l’asticella e guardare avanti. Il rischio è fare la fine di chi ha fatto un ottimo album di esordio e poi è scomparso nella propria ombra. In bocca al lupo Obvious.

L’arte nell’era delle API

Ricombinazione. Elaborazione. L’arte è sempre stata territorio di confronto su valori relativi, qualcuno la interpreta come esplorazione, altri come introspezione. Va bene tutto, a patto di creare qualcosa che valga la pena di essere guardato, sentito, toccato e discusso.

Nel suo rapporto con le tecnologie dell’intelligenza artificiale, l’arte sta costruendo un “tubo” tutto nuovo, nel quale incanalare alcuni valori verso destinazioni imprevedibili.

Poco importa l’interpretazione del pubblico, o meglio, c’è posto per qualsiasi interpretazione. All’incrocio tra tecnologia ed arte c’è soprattutto l’esigenza di sperimentare e indagare le sfumature fra l’ottimismo ed il pessimismo tecnologico. Provocare, contestare, ribaltare e stupire con il linguaggio del codice è una delle componenti che la società deve sviluppare per arrivare ad una maturità digitale.

“Boil the Ocean, Cool the Books”, Carlo Zanni, 2018

Per esempio, Carlo Zanni, un bravissimo artista italiano, ha creato un’opera-coin sulla blockchain di Ethereum facendo ciò che la maggior parte delle aziende ha finora lasciato scritto solo in qualche powerpoint: studiare, applicare, imparare e passare oltre.

Conclusione (sbagliata?)

Come è stato scritto anche nel Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale, l’arte (come il design e le discipline umanistiche) ha un ruolo chiave nella messa a punto della tecnologia, nella presa di coscienza del suo potenziale e dei suoi limiti.

Non si tratta di un percorso unicamente tecnologico, anche perchè nella società digitale i limiti della tecnologia sono i nostri limiti. Al tempo stesso la tecnologia, in particolare l’Intelligenza Artificiale, eredita velocemente i nostri difetti trasformandoli in bias. Non resta quindi che, sperimentare e migliorare. Anche nell’arte. È un processo che riguarda tutti, non solo un manipolo di ingegneri ben pagati.

Stiamo veramente creando intelligenza attraverso la tecnologia? Qualcuno preferisce chiamarla “Razionalità Artificiale” oppure “Intelligenza Aumentata”. Quale sia il suo nome, questa è una forma della nostra capacità di esprimere un avanzamento, un passo creativo in una direzione precisa. Il futuro è espressione di “cosa” e “come” avanziamo.

Edmond De Belamy è una creazione del presente che parla di futuro con una forma ispirata al passato. Nei suoi tratti si intravede una figura umana, distorta come nell’interpretazione dell’Innocenzo X di Francis Bacon, ma meno paurosa.

Dentro Edmond De Belamy c’è una possibilità per tutti: prendere ciò che c’è e creare qualcosa di nuovo, anche se artificiale.

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