Interoperabilità

Perché le app di chat non “comunicano” tra loro e come risolvere

Che assurdità: non basta avere una sola app di chat, bisogna averle tutte perché nessuna comunica con le altre. Ma così si tradisce la natura di internet, che l’ha resa grande. Un problema non tecnico ma economico. Ecco perché e come si sta muovendo la Ue

12 Ago 2020
Vittorio Bertola

Research & Innovation Engineer presso Open-Xchange

facebook-whatsapp-insta-re

Ci siamo abituati a qualcosa che per i principi alla base della nascita di internet sarebbe assurdo. L’instant messaging non funziona come l’email, che ci permette di scambiare i nostri messaggi con chiunque altro nel mondo, anche se il nostro contatto non utilizza il nostro stesso provider o la medesima app.

E quindi com’è noto per comunicare via instant messaging non basta avere una sola app, ma c’è bisogno di averle tutte – Whatsapp, Telegram, Messenger, Skype, Viber e WeChat.

Questione nota, appunto, ma non per questo bisogna considerarla inevitabile. Se le email avessero funzionato così, senza protocolli standard, mica avremmo avuto il boom di internet, probabilmente. O perlomeno internet sarebbe stato molto diversa da quella di ora.

Il problema – email docet – non è tecnico, ma economico. La soluzione esiste, e consiste nel creare i requisiti minimi di interoperabilità perché possa esserci di nuovo una concorrenza efficace, ma non è percorribile se non per imposizione. La Ue ci sta lavorando, ma i risultati non sono assicurati.

Una, dieci, cento app, ma tutte fanno la stessa cosa

Eppure sembrerebbe banale risolvere. Alla fine, tralasciando gli emoji animati o la diversa organizzazione delle finestre, tutte le applicazioni di messaggistica fanno la stessa cosa: prendono il testo inserito dall’utente e lo inviano a un contatto o a un gruppo di persone, ricevono la risposta e la mostrano. Non è affatto una funzionalità complessa, tale da richiedere chissà quale investimento in ricerca, per cui ci si chiede quale sia il motivo per cui bisogna avere tutte queste app, gestendo un account e una lista di contatti su ognuna di esse, e passando il tempo a cercare di ricordarsi se quel messaggio che il tizio aveva mandato la settimana scorsa e di cui ora c’è bisogno era su Skype oppure su Viber.

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L’email, dicevamo, è un esempio lampante di come le cose possano funzionare in maniera molto più efficiente: ognuno di noi si procura un indirizzo e una casella di posta da un qualsiasi gestore, installa una applicazione di posta o accede a una webmail, e in questo modo può scambiare posta elettronica anche se il contatto usa un diverso provider o una diversa app per leggere i messaggi. Perché l’instant messaging non funziona allo stesso modo?

Instant messaging, tradita la vera natura di internet

Ecco perché dicevamo che la causa non è tecnica ma economica. Quando negli anni ’70 fu creata l’email, Internet era ancora uno spazio cooperativo, di ricerca e largamente no profit, per cui venne naturale a tutti stabilire protocolli comuni per scambiarsi messaggi. Anche le prime applicazioni di chat, come Talk, IRC e Jabber, seguirono lo stesso modello.

Trent’anni dopo, quando apparvero gli smartphone, Internet era diventata completamente diversa, un terreno di caccia per startup e venture capital. Le startup di messaggistica su cellulare conclusero che avrebbero fatto molti più soldi se fossero riuscite ad accaparrarsi l’intero mercato prima degli altri e poi se lo fossero tenute ben stretto, cercando di evitare che gli utenti potessero cambiare applicazione. Per questo motivo, le app furono costruite in modo da impedire qualsiasi interazione con i concorrenti.

Questo è un vantaggio competitivo importantissimo per le aziende che creano queste app; innanzi tutto Facebook, che possiede sia Whatsapp che Messenger. Tuttavia, è invece uno svantaggio per tutti gli altri.

Gli utenti devono fare i conti con molte applicazioni simili, conversazioni sparpagliate qua e là, uno spreco di spazio e di risorse sul cellulare, e soprattutto l’impossibilità di scegliere; se vuoi mandare un messaggio a un utente Whatsapp devi per forza installare Whatsapp, indipendentemente dal fatto che ti piaccia o no, che sia un’app sicura e ben fatta o no, che rispetti la tua privacy o che invece tracci tutto quello che fai. Magari preferiresti usare un’altra app che ha una interfaccia più carina, o che ha funzionalità speciali che Whatsapp magari non ha (si pensi per esempio ai disabili che necessitano di interfacce particolari). Ma non puoi scegliere; anzi, il produttore dell’app può praticamente costringerti ad accettare qualsiasi cosa voglia, perché la conseguenza, se ci si rifiuta di usare quell’app, è quella di non poter più parlare con tutti gli amici e i conoscenti che la usano.

La concorrenza impossibile

Questo è un problema anche per l’industria Internet, specialmente quella europea: è praticamente impossibile competere sul mercato della messaggistica, specialmente se non sei già un altro colosso con utenti chiusi in altri giardinetti a cui imporre l’uso di una tua applicazione di chat. Infatti, nessun utente si metterà ad installare l’ennesima nuova app di messaggistica, fosse anche bellissima, se i contatti a cui deve scrivere non la usano; quindi non ci saranno mai utenti.

Per quasi tutto il mondo tranne gli Stati Uniti e la Cina, questo vuole anche dire che l’intera società dipende da servizi stranieri per scambiarsi messaggi, perdendo sia opportunità economiche che controllo e indipendenza.

Il modo di uscire da questa situazione – a parte i metodi poco democratici usati da certe dittature, cioè bloccare le app americane e obbligare tutti a usare un’app nazionale – è quello di creare i requisiti minimi perché possa esserci di nuovo una concorrenza efficace, in modo che gli utenti scelgano l’app migliore e non quella che è stata più brava a radunare gli utenti e chiuderli dentro il proprio orticello.

Tecnicamente, questo non è difficile: esattamente come per l’email, sarebbe sufficiente stabilire protocolli comuni che qualsiasi app e qualsiasi servizio possono utilizzare per scambiare messaggi con gli altri, collegandosi a una interfaccia pubblica standardizzata messa a disposizione da ciascun servizio. Ma poiché questo va contro gli interessi delle aziende che dominano il mercato, che ovviamente non lo faranno mai se non costrette, è necessario imporlo per legge.

Le mosse della Commissione europea

Per fortuna, l’attuale Commissione Europea ha inserito da subito nel proprio programma politico una regolamentazione più stretta delle piattaforme Internet, con lo scopo di ripristinare la concorrenza; e ha iniziato a lavorare al cosiddetto Digital Services Act, un nuovo regolamento europeo che affronterà il tema.

Per questo, un gruppo di entità dell’industria e della società civile – aziende come Open-Xchange e Brave, associazioni di settore come Digital SME Alliance, gruppi tecnici come la Matrix.org Foundation, e organizzazioni per i diritti digitali come EDRi, Article 19 e la EFF – hanno scritto una lettera collettiva alla vicepresidente della Commissione Europea, Margrethe Vestager, chiedendo che il futuro regolamento renda obbligatoria l’interoperabilità tra app concorrenti in servizi come l’instant messaging.

L’interoperabilità è uno dei principi fondamentali su cui è stata costruita Internet, e la sua adozione generalizzata per legge – anche in altri campi, come ad esempio i social network – potrebbe davvero cambiare la situazione, contrastando la progressiva centralizzazione della rete nelle mani di poche enormi aziende su scala globale. Resta da vedere se la Commissione e il Parlamento Europeo riusciranno a farlo accadere.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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