intelligenza artificiale

Come sopravvivere all’automazione con il lavoro e l’anima intatti

Numerosi studi hanno cercato di determinare l’impatto delle innovazioni e sul lavoro. Sebbene non vi sia ancora un consenso diffuso, emergono alcune tendenze generali e prospettive con scenari contrastanti. Sullo sfondo, la cognizione che nulla può essere più progettato senza visione ampia e cultura della responsabilità

06 Apr 2021
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

Carlo Stagnaro

Direttore ricerche e studi Istituto Bruno Leoni

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Ai nostri occhi e nell’immaginario collettivo, la diffusione delle tecnologie dell’automazione e digitalizzazione è percepita sia come un’opportunità sia come una minaccia al lavoro umano e all’organizzazione del lavoro all’interno delle imprese.

La maggior parte degli studi sull’impatto dell’intelligenza artificiale afferma che le macchine sapranno fare più cose degli umani, una dichiarazione che sicuramente contribuisce ad aumentare l’ambiguità della loro immagine e che spaventa, se espressa in questi termini.

Se da un lato persiste il timore di chi ritiene che i robot possano sostituirsi all’uomo determinando un potenziale problema occupazionale, dall’altro queste nuove tecnologie permettono di ripensare la collaborazione tra uomo e macchina aprendo a una serie di potenzialità fino a oggi impensabili, perché l’intelligenza artificiale e quella umana non sono sostitutive, bensì complementari.

Il più delle volte, tuttavia, si guarda con timore all’evoluzione dell’IA, scaricando sulle macchine colpe di disoccupazione, disuguaglianze, guerre, sfiducia nella democrazia, e altri effetti distopici. Le macchine, in realtà, esistono proprio per consentire agli esseri umani di ottenere di più, più in fretta, in modo più sicuro e con meno lavoro. Forse il problema sta altrove, cioè nell’esigenza di rendere la nostra economia più dinamica e favorire una migliore allocazione delle risorse (capitale e lavoro), anche alla luce dell’esigenza di mitigare gli impatti ambientali e sociali delle nostre attività.

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Impatto sul lavoro delle nuove tecnologie

In letteratura gli studi sugli impatti della digitalizzazione e automazione sull’intensità e stabilità dell’occupazione sono molti. In generale, si osserva che esistono due correnti di opinioni discordanti tra loro, entrambe da considerare con cautela visto che la questione è ancora aperta.

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  • La prima è che aumenterà la disoccupazione perché le macchine svolgeranno le nostre attività. In particolare, c’è chi argomenta che l’automazione e la digitalizzazione dei processi produttivi tenderanno a sostituire la forza lavoro impiegata in professioni mediamente qualificate, caratterizzate da mansioni e attività ripetitive e rigidamente codificate nell’organizzazione produttiva. Contemporaneamente, la tecnologia favorisce l’occupazione in professioni altamente qualificate, connotate da mansioni cognitive, complesse e non ripetitive, ovvero la domanda di lavoro in professioni dequalificate, con attività di tipo manuale e non ripetitivo (Autor, Levy e Murname, 2003; Autor e Acemoglu, 2011). In questa prospettiva le nuove tecnologie si accompagnerebbero non solo a una progressiva polarizzazione della struttura dei salari e dell’occupazione, ma esporrebbero le economie dei paesi avanzati a un rischio di disoccupazione tecnologica strutturale con impatti enormi sulle disuguaglianze.
  • La seconda è che la tecnologia, sia quando ha l’effetto di sostituire il lavoro sia quando ne amplifica il potenziale, consentirà di migliorare l’efficienza nell’utilizzo degli input produttivi e in tal modo creerà occupazione e benessere (come, d’altronde, è sempre accaduto nella storia umana).

In un articolo dal titolo “The Risk of Automation for Jobs in OECD Countries: A Comparative Analysis” (Arntz, Gregory e Zierahn 2016) la minaccia sull’occupazione derivante dai progressi tecnologici sembra molto meno pronunciata. Gli autori si concentrano sui singoli compiti e concludono, utilizzando le informazioni sul contenuto delle attività dei posti di lavoro a livello individuale, che solo il 9% dei posti di lavoro negli Stati Uniti sono potenzialmente automatizzabili.

Già nel 2016 McKinsey pubblica un rapporto dal titolo “Where machines could replace humans—and where they can’t (yet)” in cui viene analizzato il potenziale di automazione di compiti per molte attività lavorative negli Stati Uniti. A differenza degli studi e delle survey precedenti, l’analisi di Mckinsey mette in luce che pochissimi lavori possono essere automatizzati totalmente. Però ogni attività presenta diverse percentuali di lavoro automatizzabile. Per fare un esempio il lavoro del settore alberghiero e ristorazione presenta diversi compiti con percentuali variabili di automazione possibile. Il risultato è che possiamo lavorare di meno. Questo può portare a maggiore disoccupazione o a un aumento del tempo libero e alla diminuzione degli orari di lavoro. L’articolo arriva alla conclusione che l’automazione potrebbe trasformare il posto di lavoro per tutti, compreso il senior management.

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A rischio anche i laureati

Il fenomeno sta però accelerando e anche mutando qualitativamente.

Recenti studi (2021) condotti da ricercatori della Stanford University e della Brookings Institution hanno scoperto una nuova tendenza in atto: che i gruppi con la maggiore esposizione all’intelligenza artificiale sono diventati quei lavoratori meglio pagati e meglio istruiti in ruoli tecnici e di supervisione (lavoratore maschio, bianco e asiatico-americano, professionista a metà carriera). I lavoratori laureati sono quattro volte più a rischio di intelligenza artificiale rispetto a quelli con solo un diploma di scuola superiore, e i residenti di città high-tech come Seattle e Salt Lake City sono più vulnerabili dei lavoratori che vivono in centri più piccoli o in comunità rurali.

“Un sacco di lavoro professionale combina alcuni elementi dell’elaborazione delle informazioni di routine con un elemento di giudizio e discrezione”, ha affermato David Autor, un economista del MIT che studia gli effetti sul lavoro dell’automazione. “E’ qui che il software è sempre stato inferiore, ma con l’intelligenza artificiale quel tipo di lavoro si trova ormai nel percorso di uccisione. Molti di quei lavoratori vulnerabili non lo vedono arrivare. Sui loro siti web, le aziende di RPA (Robotic Process Automation) il più delle volte promuovono testimonianze brillanti dei loro clienti, spesso ignorando o sorvolando sulle parti che coinvolgono gli esseri umani reali”.

A ottobre del 2020 il World Economic Forum ha pubblicato il rapporto The Future of the job, secondo cui la domanda di competenze umane non è in declino. C’è una prospettiva netta positiva per i posti di lavoro nonostante la significativa interruzione del lavoro e le competenze umane, così come i lavori con tratti distintamente umani, sono ancora richiesti. Secondo il rapporto, 85 milioni di posti di lavoro attuali saranno sostituiti dal cambiamento nella divisione del lavoro tra esseri umani, macchine e algoritmi, ma verranno creati anche 97 milioni di nuovi posti di lavoro.

These 5 charts show the jobs of tomorrow and the skills you need | World Economic Forum

Anche una serie di lavori condotti dal team di Ed Phelps, premio Nobel per l’Economia, e raccolti nel volume collettaneo Dynamism vanno in questa direzione. Gli studiosi distinguono tra le tecnologie di intelligenza artificiale che sostituiscono il lavoro umano e quelle che lo amplificano. Se esistessero solo le prime, allora avrebbero ragione i pessimisti. Ma le seconde cambiano totalmente lo scenario, e il loro effetto atteso è quello di far crescere nel lungo termine non solo l’occupazione ma anche i salari reali. Anzi: l’intelligenza artificiale può ridurre i prezzi relativi delle macchine, contribuendo a stimolare nuovi investimenti in innovazione.

Come si vede le ragioni dell’ottimismo superano ampiamente quelle di segno contrario. Tuttavia, resta centrale la necessità di un forte reskilling dei lavoratori, un tema sempre vero durante le transizioni tecnologiche e ancor più cruciale nel mondo post-pandemico. Il coronavirus ha, infatti, accelerato le trasformazioni strutturali in atto, più che indurne di nuove: proprio per questo, in Europa, diventa cruciale la capacità degli Stati di impiegare in modo adeguato le risorse di Next Generation EU. Il nostro paese, purtroppo, ha davanti una strada tutta in salita.

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Se da un lato osserviamo un certo entusiasmo nei confronti dell’automazione intelligente, dall’altro non si può ignorare che siamo molto indietro rispetto ai paesi leader, come USA e UK. L’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, che sta per rilasciare una nuova indagine sul tema, offre una buona fotografia del problema. Da una loro indagine emerge che le aziende credono di sapere cosa sia l’intelligenza artificiale, ma in realtà non lo sanno.

Un altro aspetto è la visione limitata che riguarda solo gli assistenti vocali e i robot in ambito industriale. Il Politecnico ha uno sguardo molto ottimista sulla potenzialità di queste tecnologie di creare nuovi posti di lavoro.

Il XXI Rapporto sul mercato del lavoro del CNEL propone uno studio sulla relazione che lega il fenomeno della routinizzazione delle mansioni e la dinamica dell’occupazione esaminata a livello di settore e professione, riferita a un contesto informativo molto dettagliato in grado di tenere conto di aspetti legati sia alla specializzazione e alla performance del tessuto produttivo che alla composizione della forza lavoro.

I risultati supportano l’ipotesi che “le professioni connotate dalla prevalenza di attività di routine tendono a essere penalizzate da un punto di vista delle prospettive occupazionali, rispetto a quelle associate a un minore grado di ripetitività e codificazione nel processo produttivo (siano esse cognitive o manuali). Le implicazioni del cambiamento tecnologico task biased sul mercato del lavoro italiano appaiono inoltre crescenti nel tempo, manifestandosi con una significatività statistica e un valore assoluto più elevati negli anni 2011-2016 piuttosto che nel periodo precedente, 2005-2010”.

Lo studio mette in evidenza anche un altro elemento centrale che viene chiamato in causa dalla transizione tecnologica: la necessità di investire continuamente in nuove competenze professionali ovvero nell’aggiornamento di quelle già esistenti, come leva strategica per migliorare l’efficienza dei processi produttivi e la competitività.

Insomma “in un quadro di complessità che rende difficile prevedere l’esito dell’introduzione di nuove macchine sull’evoluzione del mercato del lavoro italiano”, gli impatti negativi sull’occupazione sarebbero mitigati dalle scelte di investimento del management in innovazione e in politiche del personale. D’altronde “le nuove tecnologie esplicano i loro effetti non solo sulla quantità e qualità dell’occupazione, ma anche un profondo mutamento della gestione delle risorse umane, dei fabbisogni professionali e degli stessi modelli di competizione”.

Automazione, gli impatti sui lavoratori e le urgenze sociali da affrontare

Secondo un’indagine dal titolo “Le prospettive future dell’Intelligent Automation, secondo le aziende italiane” condotta da Deloitte, l’85% del campione dichiara di non aver ancora calcolato quanti dipendenti dovranno essere riqualificati nel prossimo triennio per via dell’impatto dell’Intelligent Automation.

Le aziende italiane manifestano una discreta preoccupazione circa l’effettiva disponibilità interna di competenze a supporto dell’implementazione delle tecnologie di Intelligent Automation (40%). Spesso, le aziende decidono di avviare iniziative di Intelligent Automation senza fare un accurato assessment delle competenze lungo tutto il ciclo di vita dei progetti di automazione. Quasi un’azienda su due (45%) indica la resistenza al cambiamento come ulteriore fattore di criticità. L’adozione delle soluzioni di Intelligent Automation viene infatti percepita come una minaccia da parte dei dipendenti che, basando le proprie mansioni su specifiche routine, temono sia la rottura dello status quo che la possibile loro sostituzione: aspetti tanto più critici per un’organizzazione, quanto più alto è il numero dei lavoratori coinvolti.

Tendenze e prospettive future

Gli studi citati sono solo alcuni esempi di numerosi lavori che hanno cercato di determinare l’impatto delle innovazioni e in particolare dell’intelligenza artificiale sul lavoro. Sebbene non vi sia ancora un consenso diffuso, emergono alcune tendenze generali e il delinearsi di prospettive con scenari contrastanti.

Le survey a cui hanno partecipato CEO e responsabili delle risorse umane di moltissime aziende nel mondo mettono in luce le seguenti tendenze:

  • Si prevede che il ritmo di adozione della tecnologia rimarrà costante e potrebbe accelerare in alcuni settori. L’adozione del cloud computing, dei big data e dell’e-commerce rimane una priorità elevata per i capi azienda, seguendo una tendenza stabilita negli anni precedenti. Tuttavia, c’è stato anche un significativo aumento dell’interesse per la crittografia, i robot non umanoidi e l’intelligenza artificiale.
  • L’automazione, in concomitanza con la recessione del COVID-19, sta creando uno scenario di “doppia disgregazione” per i lavoratori. Oltre all’attuale interruzione dei blocchi indotti dalle pandemie e dalla contrazione economica, l’adozione tecnologica da parte delle aziende trasformerà compiti, posti di lavoro e competenze entro il 2025. Una quota significativa delle aziende prevede inoltre di apportare modifiche alle sedi, alle loro catene del valore e alle dimensioni della loro forza lavoro a causa di fattori che vanno oltre la tecnologia nei prossimi cinque anni.
  • Anche se il numero di posti di lavoro distrutti sarà superato dal numero di “lavori di domani”, la creazione di posti di lavoro sta rallentando mentre la distruzione dei posti di lavoro accelera. Naturalmente questo dipende anche da molti altri fattori che poco hanno a che fare col cambio tecnologico, ma obbliga a disegnare politiche che tengano conto dell’esigenza di dare ai lavoratori competenze adeguate e in continuo aggiornamento, per non finire ai margini del mercato.
  • Le lacune di competenze rimangono elevate, in quanto le competenze in domanda nei posti di lavoro cambiano continuamente. Le migliori competenze e gruppi di competenze che i datori di lavoro pensano saranno necessarie nei prossimi cinque anni includono skill come il pensiero critico e l’analisi, nonché la risoluzione dei problemi e le competenze nell’auto-gestione come l’apprendimento attivo, la resilienza, la tolleranza allo stress e la flessibilità.
  • Il futuro del lavoro è già arrivato per la grande maggioranza della forza lavoro dei colletti bianchi online. L’84% dei datori di lavoro è destinato a digitalizzare rapidamente i processi di lavoro, inclusa una significativa espansione del lavoro a distanza, con la possibilità di spostare il 44% della propria forza lavoro per operare in remoto. Per affrontare le preoccupazioni in termini di produttività e benessere, circa un terzo di tutti i datori di lavoro si aspetta di adottare misure anche per creare un senso di comunità, connessione e appartenenza tra i dipendenti attraverso strumenti digitali e per affrontare le sfide di benessere poste dal passaggio al lavoro remoto.
  • In assenza di sforzi proattivi, la disuguaglianza rischia di essere esacerbata dal duplice impatto della tecnologia e dalla recessione pandemica. Nella prima fase della contrazione economica, le lavoratrici e i lavoratori più giovani hanno avuto un impatto più profondo sui posti di lavoro dei lavoratori a basso salario, anche a causa del blocco dei licenziamenti che ha fatto scaricate tutti gli aggiustamenti sui lavoratori precari. Confrontando l’impatto della crisi finanziaria globale del 2008 sugli individui con livelli di istruzione più bassi e l’impatto della crisi COVID-19, l’impatto odierno è molto più significativo e più probabile che renda più profonde le disuguaglianze esistenti.
  • Nonostante l’attuale recessione economica, la grande maggioranza dei datori di lavoro riconosce il valore degli investimenti di capitale umano. Una media del 66% dei datori di lavoro intervistati prevede di ottenere un ritorno sull’investimento in upskilling e reskilling entro un anno.
  • Il settore pubblico deve fornire un sostegno più forte per il reskilling e l’upskilling per i lavoratori a rischio o sfollati. Attualmente, solo il 21% delle imprese segnala di essere in grado di utilizzare fondi pubblici per sostenere i propri dipendenti attraverso il reskilling e l’upskilling. Il settore pubblico dovrà creare incentivi per gli investimenti sui mercati e sull’occupazione di domani; fornire reti di sicurezza più solide per i lavoratori sfollati nel bel mezzo delle transizioni professionali; e affrontare con decisione i miglioramenti a lungo ritardati dei sistemi di istruzione e formazione. In sintesi, occorre riempire rapidamente il gap di politiche attive che tradizionalmente caratterizza il nostro paese.
  • Emerge un’esigenza di avere un coordinamento nazionale sulle politiche per il lavoro, per superare i limiti delle differenze territoriali in termini di capacità amministrativa. Le misure progettate negli ultimi anni (come il reddito di cittadinanza con l’assegno di ricollocazione) arrancano proprio per la mancanza di servizi accessibili da remoto, per la mancanza di banche dati e servizi interconnessi e l’assenza di personale qualificato nel settore pubblico, oltre che per il mancato coinvolgimento dei centri privati. Sarebbe perciò il momento di attivare il fascicolo elettronico del lavoratore, necessario sia per favore mobilità e ricollocazione sia per responsabilizzare imprese e lavoratori sul diritto/dovere alla formazione e all’aggiornamento.

Conclusioni

Allo scenario dei pessimisti della “disoccupazione tecnologica”, secondo cui l’intelligenza artificiale produce effetti deleteri per l’occupazione, si contrappone lo scenario degli ottimisti, convinti invece che anche se la tecnologia deprime l’occupazione per alcuni tipi di lavoro, può creare nuove esigenze e nuove opportunità attraverso la “distruzione creativa”. Ci sarebbe poi un terzo scenario, unificante, che riconosce che l’impatto dell’Intelligenza Artificiale è dipendente dal contesto socioeconomico in cui si colloca. In questo caso la prospettiva cambia a seconda del pilastro su cui basare la società del futuro.

La tecnologia e l’innovazione non sono dei silos, ma una nuova possibilità fluida e trasversale per riscrivere il futuro. Prima dei tecnicismi, degli algoritmi e dei calcoli, arriva la visione, che non è altro che la capacità di immaginare un nuovo paradigma attraverso cui ripensare il mondo. Nulla oggi può essere progettato senza una visione ampia e una cultura della responsabilità che ci mantiene connessi con ogni aspetto della vita.

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Ecosistema territoriale sostenibile: l’Emilia Romagna tra FESR e PNRR
Il Piano
Innovazione, il Mise “centra” gli obiettivi Pnrr: attivati 17,5 miliardi
Analisi
PNRR: raggiunti gli obiettivi per il primo semestre 2022. Il punto e qualche riflessione
Analisi
PNRR: dal dialogo tra PA e società civile passa il corretto monitoraggio dei risultati, tra collaborazione e identità dei luoghi
Webinar
Comuni e PNRR: un focus sui bandi attivi o in pubblicazione
Analisi
Formazione 4.0: cos’è e come funziona il credito d’imposta
PA e Sicurezza
PA e sicurezza informatica: il ruolo dei territori di fronte alle sfide della digitalizzazione
PA e sicurezza
PNRR e servizi pubblici digitali: sfide e opportunità per Comuni e Città metropolitane
Water management
Water management in Italia: verso una transizione “smart” e “circular” 
LE RISORSE
Transizione digitale, Simest apre i fondi Pnrr alle medie imprese
Prospettive
Turismo, cultura e digital: come spendere bene le risorse del PNRR
Analisi
Smart City: quale contributo alla transizione ecologica
Decarbonizzazione
Idrogeno verde, 450 milioni € di investimenti PNRR, Cingolani firma
Unioncamere
PNRR, imprese in ritardo: ecco come le Camere di commercio possono aiutare
I fondi
Industria 4.0: solo un’impresa su tre pronta a salire sul treno Pnrr

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