Gli studi

Automazione, gli impatti sui lavoratori e le urgenze sociali da affrontare

Molti studi concordano che nei prossimi anni la trasformazione digitale, l’intelligenza artificiale creeranno più lavori di quelli che distruggeranno. Ma c’è il rischio di forti squilibri se non si adotteranno politiche di formazione e welfare a vantaggio della platea di lavoratori le cui funzioni sono automatizzate

30 Nov 2020
Stefano Scarpetta

Directorate for Employment, Labour and Social Affairs, Oecd (Ocse)

robotica

La ripresa dell’Occidente dalla pandemia si inserisce in un contesto di profonde trasformazioni nelle nostre economie, che offrono opportunità per accelerare la ripartenza, ma impongono anche forti criticità. Alcune di queste sono connesse all’accelerazione dell’automazione industriale e del lavoro.

L’automazione dell’industria e robot

La rivoluzione digitale, la sempre crescente interconnessione delle economie nazionali lungo le catene globali del valore, i cambiamenti demografici con l’invecchiamento della popolazione nei paesi più avanzati, stanno avendo da anni impatti profondi sulle nostre vite, culture e società.

Questi ‘megatrends’ stanno cambiando rapidamente il modo in cui interagiamo (si pensi ad esempio all’uso massiccio del tele-lavoro durante la crisi del Covid-19), l’operato delle imprese ed i prodotti e servizi che consumiamo.[2]

Basti pensare al cambiamento nei processi produttivi: secondo il Business Consulting Group, gli ordini di robots industriali a livello globale sono cresciuti in maniera esponenziale: dai 83 mila del 2003, ai 400 mila del 2016 agli oltre 600 mila previsti per il prossimo anno.[3]  Il loro costo per l’acquisto e l’utilizzo già ora è tra i 10 e i 20 dollari l’ora negli Stati Uniti, ben al di sotto del costo orario di un operaio specializzato del manifatturiero.

Nuovi lavori e perdita di lavori

Il progresso tecnologico e la globalizzazione, l’intelligenza artificiale, stanno creando e creeranno nel futuro nuove opportunità di lavoro qualificato, ma allo stesso tempo stanno generando perdite occupazionali in settori in declino.

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Manifatturiero/Produzione

L’occupazione nel manifatturiero si è ridotta del 20% nei paesi OCSE negli ultimi due decenni, mentre l’occupazione nei servizi è cresciuta del 27%.[4] Ciò ha contribuito ad una forte polarizzazione dell’occupazione con un aumento dei lavori altamente qualificati ma anche di quelli scarsamente qualificati[5] (specialmente in Italia) e una perdita di occupazione nei lavori a competenze intermedie. La polarizzazione ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze nei redditi da lavoro e messo le classi medie sotto pressione.

Se guardiamo al futuro, nonostante una preoccupazione diffusa che questi cambiamenti possano distruggere molti posti di lavoro, lo scenario di una disoccupazione tecnologica di massa, già evocato da John Maynard Keynes nel 1931, è fortemente improbabile.

Molti nuovi lavori saranno creati, mentre altri potrebbero scomparire: secondo l’OCSE, il 15% dei posti di lavoro attuali è ad alto rischio di automazione in Italia nei prossimi 15 anni (il 14% media tra i paesi OCSE). Ma un altro 35,5% potrebbe subire sostanziali cambiamenti nel modo in cui vengono svolti (32% media Ocse); questi posti di lavoro rimarranno ma con mansioni molto diverse da quelle attuali.[6]

Il lavoro del futuro, dopo il covid: le previsioni World Economic Forum

Le politiche sul lavoro che servono

Insomma, la transizione non sarà facile per molti lavoratori e senza politiche d’intervento mirate, le disparità nel mercato del lavoro rischiano di aumentare, dato che alcuni lavoratori – tra cui quelli a bassa qualifica – dovranno affrontare rischi maggiori di altri.

Come scrive il Mit, “il problema è come migliorare la qualità dei posti di lavoro, in particolare per i lavoratori a salario medio e basso, e garantire che vi sia una maggiore prosperità condivisa di quella che gli Stati Uniti hanno visto negli ultimi decenni”.

“Il cielo non sta cadendo, ma si sta lentamente abbassando”, afferma David Autor, professore di economia Ford al MIT, capo associato del Dipartimento di economia del MIT e co-presidente della task force. “Dobbiamo rispondere. Il mondo sta cambiando gradualmente in modi molto importanti, e se continuiamo ad andare nella direzione in cui stiamo andando, produrrà risultati negativi”.

In questo contesto, offrire formazione professionale a tutti i lavoratori e un welfare adeguato alle esigenze di un mondo del lavoro in cui i lavoratori si sposteranno più frequentemente da un lavoro all’altro e da una professione ad un’altra nell’arco della vita professionale sono elementi cruciali per evitare ulteriori diseguaglianze tra lavoratori e famiglie e garantire la sostenibilità economica e sociale.[7] La crisi del Covid ha rafforzato ulteriormente questa urgenza.

Alcuni settori – trasporto aereo ma probabilmente anche turismo – dovranno affrontare ristrutturazioni profonde a seguito della crisi con la necessita di riallocare molti lavoratori e adeguarne le loro competenze.

Formazione continua, Italia in ritardo

L’apprendimento durante tutta la vita lavorativa sarà sempre più importante per permettere ai lavoratori di adeguare le proprie competenze alle esigenze di un mercato del lavoro in mutazione continua.

Tuttavia, la maggior parte dei sistemi di formazione continua per adulti non è ben equipaggiata per questa sfida. Questo è vero in particolare per il sistema italiano di formazione degli adulti in cui solo il 20% partecipa a programmi di formazione professionale. Inoltre, solo il 60% delle imprese (con almeno 10 dipendenti) offre formazione continua ai propri dipendenti, contro una media europea del 75,2%. Inoltre, vi è un grande divario (circa 38 punti percentuali) nell’accesso alla formazione professionale tra lavoratori ad alta e bassa qualifica, questi ultimi a maggior rischio di perdere il lavoro a causa dell’automazione.[8]

Protezione sociale dei lavoratori

I sistemi di protezione sociale dovranno svolgere ancor più di oggi il ruolo essenziale di stabilizzazione dei redditi, in un contesto caratterizzato da maggiori incertezze e rapidi cambiamenti sul mercato del lavoro. Una delle sfide principali è offrire adeguato supporto ai lavoratori con contratti di lavoro atipico.[9]

In molti paesi, tra cui l’Italia, la funzione assicurativa della protezione sociale funziona relativamente bene per i lavoratori dipendenti con contratti stabili. Ma per gli altri lavoratori dipendenti, anche se i diritti sono gli stessi, le condizioni di accesso sono spesso più difficili, ad esempio per i lavoratori part-time o con storie lavorative instabili o brevi.

Allo stesso tempo, la funzione di assistenza dei sistemi di protezione sociale (come il reddito di cittadinanza) – fornendo prestazioni di reddito minimo di ultima istanza per chi ha poche risorse – sono frammentati in Italia e non offrono un adeguato safety net, come rivelato durante la crisi del Covid-19.

L’Italia ha infatti un sistema di welfare fortemente “sbilanciato” verso la previdenza (le pensioni): tra i paesi dell’Eurozona, l’Italia è quello con la maggiore spesa previdenziale in percentuale al Prodotto Interno Lordo (16,3%), mentre è sotto la media per la componente sanitaria con l’8,1% e quella in politiche sociali al 6,6%.[10]

Un sostegno al reddito

In particolare, in Italia, secondo le stime OCSE, la probabilità di ricevere un sostegno al reddito è solo del 10% per un lavoratore autonomo senza attività che fa parte di un nucleo familiare a basso reddito composto da due adulti e senza figli e che aveva in precedenza un reddito mediano. Per un lavoratore dipendente con un contratto a tempo indeterminato nella stessa situazione socio-economica la probabilità è più del 50%.[11]

Durante la crisi sono state messe in campo misure emergenziali per tamponare le falle nei sistemi di protezione sociale. La sfida ora è costruire su queste iniziative, e trasformare queste misure temporanee in riforme strutturali.

I sistemi di welfare devono poter offrire un supporto adeguato ad una platea di beneficiari con esigenze diverse e mutevoli nel tempo, assicurando la portabilità dei diritti acquisiti da un contratto di lavoro ad un altro, e garantendo una forte connessione con le politiche attive del lavoro. In parte, l’accesso alla protezione sociale per i lavoratori atipici può essere garantita attraverso una corretta classificazione del rapporto di lavoro.

Alcuni lavoratori hanno contratti di lavoro impropriamente classificati come lavoro autonomo, in genere per ridurre gli oneri fiscali e contributivi dell’impresa per cui svolgono il loro attività. Alcuni lavoratori, però, rischiano di rimanere nella zona grigia tra lavoro dipendente e indipendente: potranno ad esempio avere ampia autonomia rispetto all’organizzazione del lavoro ma mantenere una forte dipendenza economica da una sola impresa.

Se la zona grigia deve essere circoscritta a casi ben definiti, rimane pur sempre la necessità di ridurre se non eliminare il gap nell’accesso alle varie prestazioni sociali per i lavoratori nella zona grigia, così come il loro accesso alle politiche attive del lavoro. Occorre anche rafforzare strumenti di integrazione e supporto al reddito per le famiglie a rischio povertà legandoli ove possibile a politiche attive per promuovere la reintegrazione nel mercato del lavoro.

Ad oggi gli strumenti di supporto di reddito sono frammentati in misure una tantum e bonus poco efficaci e occorrerebbe consolidarli, così come avviene in molti paesi, in un’unica misura che riunisca la componente assistenzialistica del reddito di cittadinanza, del reddito di emergenza e dell’assegno unico per i figli.

Offrire opportunità di formazione per tutti e migliorare la copertura dei sistemi di welfare richiederà ingenti risorse pubbliche.

I piani di rilancio, con le massicce risorse messe a disposizione anche dall’Unione Europea per l’emergenza e la ripartenza dal Covid-19, offrono un’opportunità unica per poter mettere in atto le riforme strutturali necessarie. Occorre quindi valutare attentamente le priorità per sostenere coloro i quali hanno subito più duramente la crisi ma anche mettere le basi per un mercato del lavoro più inclusivo e resiliente.

Lavori a rischio automazione dopo la crisi Covid-19: il punto

In conclusione

Se la fine della crisi sanitaria è possibile nella seconda parte del prossimo anno, le sue conseguenze economiche e sociale resteranno con noi per un periodo ben più lungo: ci aspetterà un lungo periodo di ricostruzione in cui dovremo affrontare alti livelli di disoccupazione, i fallimenti di tante imprese colpite dalla crisi e molto probabilmente un ulteriore aumento delle diseguaglianze.

I piani di rilancio senza precedenti che i paesi avanzati si preparano a mettere in campo potranno permettere di far ripartire le nostre economie e condurle verso un sentiero di crescita più sostenuto, ma soprattutto più sostenibile ed inclusivo.

Viste le risorse messe in campo e in conseguente impatto sulla finanza pubblica, non c’è margine d’errore: occorre indirizzare le risorse su programmi coerenti articolati intorno i grandi temi del digitale transizione verde, inclusività e resilienza, eseguirli con determinazione e valutarli nei loro risultati. Altrimenti resteranno solo debiti pubblici enormi che peseranno sulle generazioni a venire per molto tempo.[1]

NOTE

  1. Scarpetta (2020).
  2. Si veda e.g. : OECD (2019); Brynjolfsson, e McAfee (2014); MIT (2020); Acemoglu, e Restrepo (2017); ILO(2018).
  3. The Boston Consulting Group (2015).
  4. OECD (2019).
  5. Si veda e.g. OECD (2019); Autor, Katz e Kearney (2006).
  6. Nedelkoska, e Quintini (2018); Frey, e Osborne (2017).
  7. Si veda e.g. Acemoglu, e Restrepo (2017); OECD (2019);
  8. OECD (2019).
  9. OECD (2019).
  10. Welfare Italia (2020).
  11. OECD (2019).

BIBLIOGRAFIA

 

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