C’è un’espressione di Dieter Rams (noto designer del secolo scorso) che adoriamo e che è spesso fonte di ispirazione all’interno del nostro gruppo di lavoro. Potrebbe sembrare lontana dal mondo del diritto, ma invece lo riguarda da vicino: “weniger, aber besser”.
In italiano: “Meno, ma meglio”.
Non è un invito alla povertà delle forme, piuttosto una disciplina di ricerca della qualità. Significa togliere ciò che non serve, non per impoverire, ma per rendere più chiaro, più utile e – in questi tempi è bene evidenziarlo – più umano ciò che resta.
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Intelligenza artificiale e diritto davanti alla complessità normativa
Come noto, lo Stato moderno ha prodotto una crescita continua di norme e regolamenti. Il fenomeno è evidente in Europa, dove alla stratificazione nazionale si aggiunge quella sovranazionale. È ancora più evidente in Paesi come l’Italia, dove il cittadino, l’impresa, il professionista e la pubblica amministrazione si muovono dentro un sistema composto non solo da leggi, ma da regolamenti, decreti attuativi, linee guida, circolari, prassi, interpretazioni, FAQ, provvedimenti delle autorità indipendenti e discipline settoriali sempre più specialistiche.
Non vorremmo venire accusati di negare la complessità della società contemporanea. Non siamo così ingenui. Diritti individuali, mercati digitali, intelligenza artificiale, ambiente, finanza, sicurezza, salute pubblica, lavoro e concorrenza sono ambiti che richiedono regole sofisticate. Una società complessa, per certi versi globalizzata e per altri sempre più isolata, non potrebbe essere efficacemente governata da poche e generiche regole.
Quando la legge diventa una montagna da scalare
Il problema, però, nasce quando la complessità del reale diventa l’alibi per la complessità del diritto. Quando il sistema normativo non si limita a regolare fenomeni difficili, ma diventa esso stesso uno di quei fenomeni difficili. Quando la legge non è più soltanto lo strumento che ordina la vita economica e sociale, ma una montagna che cittadini e imprese devono saper scalare prima ancora di poter agire. Quanto manca al punto di non ritorno?
Imprese, cittadini e professionisti nel groviglio delle regole
Per le imprese, anche le più virtuose, non si tratta solo di operare secondo le regole che tutelano la società civile, ma districarsi in un groviglio di dettagli e soggetti a vario titolo deputati ad interpretarli ed applicarli, con buona pace della certezza del diritto (ne abbiamo tanto, ma non è sempre chiaro).
Per i cittadini, il rapporto con lo Stato assume spesso la forma di una prova di resistenza. Moduli, portali, allegati, adempimenti, soglie, eccezioni, requisiti, autocertificazioni, scadenze. Interminabili file allo sportello.
Anche le professioni giuridiche e consulenziali si sono trasformate da questo scenario. L’ipertrofia normativa produce specializzazione, e la specializzazione è necessaria. Ma quando diventa eccessiva, rischia di ridurre la capacità di visione. Il professionista conosce una porzione sempre più verticale del sistema, ma fatica a cogliere il disegno complessivo. Il diritto, che dovrebbe essere anche architettura, rischia di diventare una somma di stanze chiuse. Quando succede, l’ingranaggio si scolla dal meccanismo e questo non funziona più come dovrebbe.
AI e diritto: promessa concreta o nuova scusante?
E poi, in questo contesto già piuttosto stabilito, arriva un deus ex machina: l’intelligenza artificiale. L’AI abbassa le barriere di ingresso alla conoscenza e può aiutarci a rendere più accessibile un patrimonio normativo sempre più complesso e stratificato.
Per cittadini, imprese, amministrazioni e professionisti, questa è una promessa concreta. Un assistente intelligente può aiutare a capire quali obblighi si applicano a un’attività, quali documenti servono per una procedura, quali rischi regolatori emergono da una decisione, quali interpretazioni sono plausibili. Può ridurre asimmetrie informative e rendere meno opaco il rapporto tra persona e ordinamento.
Dobbiamo quindi assolutamente abbracciare l’intelligenza artificiale, ma quale uso ne faremo? Dove la indirizzeremo?
Il punto è questo: se l’intelligenza artificiale diventa lo strumento che ci consente di sopportare qualsiasi livello di complessità normativa, allora potrebbe finire per legittimare proprio quella complessità che appare oggi non necessaria, più utile a rallentarci come società che a sospingerci con successo verso il futuro. Quello che intendiamo dire è che tanto più i sistemi di intelligenza artificiali saranno capaci di districarsi tra le norme, tanto meno forte sarà l’incentivo politico e istituzionale a scrivere norme che siano comprensibili.
Il rischio di un diritto comprensibile solo dalle macchine
La nostra paura è che l’AI possa rendere accettabile un diritto che gli esseri umani non riescono più a comprendere senza l’AI.
Se il legislatore continuerà imperterrito sulla strada già intrapresa, si trasformerà in un programmatore della società civile, secondo gli schemi dell’informatica tradizionale: se accade questo, allora si applica quello; se il soggetto rientra in questa categoria, salvo che ricorra quell’eccezione, allora opera quel regime; se interviene questa condizione, ma non quell’altra, allora si attiva una disciplina ulteriore. Una logica if/then applicata alle regole del vivere sociale.
Il diritto ha sempre contenuto condizioni, distinzioni, fattispecie. Non è questo il problema. Il problema nasce quando l’ordinamento viene pensato come un software stratificato, aggiornato per patch successive, senza che nessuno si assuma davvero la responsabilità di riprogettarne l’architettura complessiva.
A quel punto l’intelligenza artificiale, aiutandoci a semplificare il disordine, rischierà di diventarne la scusante.
Il diritto è linguaggio pubblico, il mezzo con cui una comunità esprime ciò che considera lecito, illecito, giusto, ingiusto, possibile, vietato, desiderabile. È anche un esercizio collettivo di logica, misura, proporzione, responsabilità.
Se il diritto diventa un labirinto navigabile solo attraverso sistemi artificiali, rischiamo di perdere qualcosa che non riguarda soltanto l’efficienza amministrativa. Rischiamo di indebolire il rapporto tra cittadino e norma, tra libertà e responsabilità, tra parola giuridica e comprensione comune.
Anche il ruolo dei giuristi cambierà. In parte sta già cambiando. Avvocati, magistrati, notai, consulenti, funzionari pubblici e compliance officer useranno strumenti capaci di cercare, sintetizzare e argomentare. Molte attività ripetitive saranno automatizzate. Il valore non sarà più nella mera capacità di trovare la norma, ma nella capacità di formulare la domanda giusta, valutare la risposta, coglierne i limiti, inserirla in un contesto, assumersi la responsabilità di un giudizio. Di nuovo, torna la capacità di avere visione.
La differenza non è tecnologica. È culturale.
La qualità normativa come nuova frontiera dell’intelligenza artificiale
Per questo la domanda decisiva non è: come useremo l’AI per orientarci nel diritto esistente? La domanda è: vogliamo cogliere l’occasione dell’AI anche per migliorare il modo in cui il diritto viene prodotto?
Qui si apre la possibilità di un vero cambio di paradigma.
L’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata non soltanto a valle, per interpretare norme già scritte, ma a monte, per misurare la qualità endogena della legge.
L’AI, in altre parole, potrebbe diventare uno strumento non per giustificare la complessità, ma per renderla visibile. E quindi, poi auspicabilmente, per ridurla.
Un diritto più leggero, progettato e capace di innovare
Invochiamo un diritto migliore. Un diritto più leggero non perché meno ambizioso, ma perché più progettato. Più chiaro, perché più responsabile. Più flessibile, perché fondato su principi robusti e non su una proliferazione infinita di casi particolari. Più capace di adattarsi ai mutamenti tecnologici, perché non costretto a inseguirli ogni volta aggiungendo un nuovo strato regolatorio. Un diritto che, togliendo peso, possa correre veloce.
Edmund Phelps, in Mass Flourishing, legava la capacità di una società di innovare non solo alla disponibilità di capitale o tecnologia, ma a un contesto istituzionale e culturale tale da consentire alle persone di sperimentare, intraprendere, creare, assumersi rischi senza paura (eccessiva) di fallire. Un ordinamento che protegge i diritti fondamentali, la proprietà, i contratti e la legalità è essenziale. Ma quando la regolazione diventa una gabbia troppo fitta, può soffocare proprio quella vitalità diffusa da cui nasce la crescita.
Europa, regolazione e rischio di soffocare la crescita
Questa riflessione è particolarmente importante per l’Europa. Il continente che più di altri ha costruito la propria identità contemporanea sulla forza regolatoria rischia oggi una contraddizione: voler guidare l’innovazione attraverso la norma, ma produrre un ambiente in cui l’innovazione fatica a respirare. La risposta non può essere deregolare per principio. Sarebbe una semplificazione rozza. Ma non può essere nemmeno continuare ad aggiungere complessità confidando nel fatto che strumenti sempre più intelligenti ci aiuteranno a gestirla.
La vera sfida è un’altra: usare l’intelligenza artificiale per inaugurare una nuova stagione di qualità normativa.
New Codex: leggi leggibili nell’era dell’AI
Un New Codex, nuove leggi il cui primo obiettivo è che siano leggibili.
Un impegno a produrre norme che possano essere comprese, applicate e discusse da persone reali. Un diritto che l’AI può aiutare a interpretare, ma che non ha bisogno dell’AI. Un diritto che usa la tecnologia per diventare più trasparente, non per nascondere la propria opacità dietro un’interfaccia conversazionale.
Meno, ma meglio: anche nella legge
Se useremo l’AI come fosse un anestetico, per rendere sopportabile l’insostenibile, avremo perso un’occasione. Se la useremo per vedere meglio dove il sistema si è bloccato, allora potremo forse fare meglio con meno.
Il diritto non deve diventare semplice nel senso ingenuo del termine. Deve diventare migliore.
E migliore, oggi, significa anche più umano.
La sfida non è costruire macchine capaci di comprendere norme che gli uomini non comprendono più. La sfida è usare quelle macchine per ricordare al legislatore che il diritto, prima di essere computabile, deve restare intelligibile.
Auspichiamo un meno, ma meglio. Anche nella legge.













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