un nuovo paradigma di sapere

La formazione scolastica nell’era 4.0: ecco come vincere la sfida della cultura digitale

Anche nell’era 4.0, è l’intelligenza emotiva la strategia più adatta a gestire le informazioni e interconnettere processi tecnologici e dinamiche relazionali. Il mindset vincente, che permetterà di schivare foschi scenari, sta in un mix tra competenze tradizionali e strumenti digitali. Ecco come vincere la sfida

21 Feb 2020
Giovanni Perani

consulente in digital transformation


Mettere in atto politiche sistemiche in grado di aggiornare le metodologie di formazione e di conseguenza investire sulla formazione stessa è l’unico modo per accompagnare l’impetuosa trasformazione in atto dell’intelligenza collettiva e plasmare un nuovo paradigma di sapere, altrimenti frammentato e vuoto di principi democratici e umanistici. Per farlo, serve un’azione sinergica tra autorità, industria e accademia o, almeno, senza strappi irrecuperabili tra questi tre fondamentali agenti. La parola chiave è “governare”.

Dalla macchina a vapore a Industria 4.0

Prima di addentrarci nel nostro ragionamento, è opportuno scandire le tappe delle rivoluzioni industriali attraverso gli elementi incontrovertibili che delimitano quattro periodi.

A grandi linee: nella seconda metà del Settecento la macchina a vapore apre la strada alla meccanizzazione, che viene incrementata un secolo dopo dall’utilizzo dell’energia elettrica e poi dal petrolio, risorse che rendono possibile un prepotente aumento di produzione.

A distanza di altri cento anni – era il Settanta – con l’applicazione dell’ICT di prima generazione le industrie migliorano il livello organizzativo e cresce il loro grado di automazione.

Le trasformazioni si fanno sempre più rapide, tanto che il quarto step – il 4.0 – arriva già agli inizi della seconda decade di questo secolo, con quella progrediente ma magmatica convivenza di informazione, connessione e automazione che sommariamente risponde al concetto di “bimodale”,[1] perché in essa si ritrovano imprescindibilmente legati il fisico e il virtuale, la tradizione tecnologica e l’innovazione.

Oltre alla trasformazione dei paradigmi produttivi, lo stadio 4.0 trascina letteralmente con sé anche un cambiamento culturale e di costumi.

Si è dunque invertito il senso di marcia, un tempo dalla formazione all’applicazione, ora dall’applicazione alla formazione? La risposta non è univoca, come non sono unitari né la direzione presa né i traguardi raggiunti. Certo è che, nel quadro di un superamento dello stadio di pura digitalizzazione del dato tradizionale[2] e di una sempre maggiore rarefazione del confine tra ambiente fisico e ambiente digitale, si è imposta la necessità di un sostanziale ripensamento dell’interazione uomo-informazione e di un metodo per identificare e governare la già presente cultura digitale.

Il dibattito sull’EdTech e i diversi modelli di istruzione

Se agli inizi del secondo millennio il rischio è stato l’accentramento del “potere” in seno al sistema finanziario – pur sempre un sistema con meccanismi comprensibili e codificati – attualmente quel potere sta passando nelle mani di chi maneggia lo strumento tecnologico in modo più avanzato e spregiudicato, cioè al di fuori di qualsiasi sistema, lasciando indietro non solo i più, incapaci di cogliere questo processo, ma anche gli osservatori competenti, privi dei mezzi di contrasto.

A livello internazionale il dibattito è accesissimo. Si moltiplicano i forum dedicati alla EdTech rivolti agli operatori di ogni grado e agli sviluppatori di nuovi programmi di insegnamento e apprendimento, però siamo lontani dall’aver concepito una rinnovata architettura didattica che sia solida e coerente.[3] Pur tuttavia, nell’urgenza del momento, vengono introdotti numerosi modelli di istruzione non validi in assoluto bensì più o meno preferibili in relazione ai diversi milieux.

Una delle formule che si sta diffondendo nella maniera più veloce è l’eLearning, corsi aperti e destinati a un elevato numero di utenti, che permettono una formazione continua, che sia personale, professionale, universitaria o post-universitaria.[4] I contesti scolastici secondari, invece, si concentrano maggiormente sul Blended Learning, ovvero percorsi di apprendimento ibrido che coniugano insegnamento tradizionale frontale e ricorso allo strumento tecnologico.[5] Al fine di una pratica inclusiva ed efficiente al massimo grado, inoltre, si sta sbarcando sulla riva dell’apprendimento adattivo, basato sull’intelligenza artificiale e modulato sulle esigenze peculiari di ciascuno studente, in termini di contenuto, di forma e di ritmi. Ancora: è ormai ampliamente utilizzato l’apprendimento immersivo, un approccio costruttivista che ricorre alla realtà virtuale per riprodurre una situazione reale creando scenari finalizzati al compimento di esercitazioni particolarmente complesse, destinato perlopiù alla formazione di professionisti altamente qualificati. Risulta chiaro, in buona sostanza, che ci troviamo ancora in una fase di ordine sparso.

La tecnologia che voleva diventare cultura

In un tale panorama, incapaci di pensare che l’uomo possa essere reso obsoleto di fronte a una tecnologia che vuole diventare cultura – come ebbe a dire nel lontano 1992 lo studioso Neil Postman nel suo saggio Technopoly: The Surrender of Culture to Technology[6] – e per non cedere irresponsabilmente le armi di fronte alla concreta possibilità di una tecnocrazia totalitaria, ci inseriamo tra le fila dei sostenitori di quell’Umanesimo tecnologico che propugna la centralità del simbolismo di cui sono capaci letteratura, filosofia e arte nell’atto interpretativo e rielaborativo del presente.

Ancora oggi è l’intelligenza emotiva dell’uomo la strategia più adatta a riconoscere e gestire le informazioni e di conseguenza interconnettere i processi tecnologici con le dinamiche relazionali, e sta nella multidisciplinarietà, ovvero in un mix tra competenze tradizionali e strumenti digitali, il mindset vincente. Quel mindset che potrà scongiurare la cupa previsione di Randy Kluver (Texas A&M University) secondo il quale nel 2025 la tecnologia supererà l’umanità.[7]

Pensiero speculativo e sviluppo ragionato dell’istituto educativo faranno la differenza e potranno vincere la sfida della cultura digitale, che forse è tra le sfide più vertiginose dell’umanità. «La vera promessa della seconda civiltà delle macchine è che contribuirà a scatenare il potere dell’ingegno umano»,[8] ce lo auspichiamo sinceramente.

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  1. La definizione di IT bimodale è stata sviluppata nel 2015 da Gartner, multinazionale che si occupa di tecnologia dell’informazione e consulenza strategica. Illuminante la metafora usata dalla stessa società per rendere facilmente comprensibile il bimodale: è una dimensione che ha in sé le capacità atletiche del maratoneta e quelle del velocista.
  2. «[…] fin dal principio, alcuni settori disciplinari umanistici hanno mostrato grande interesse nei confronti dell’innovazione digitale. In particolare, le conoscenze biblioteconomiche e archivistiche, linguistico letterarie e archeologiche si sono subito confrontate con i nuovi scenari della rivoluzione digitale. Sono state sviluppate esperienze di ricerca e didattica pionieristiche, ma basate per lo più sull’uso strumentale delle nuove istanze del data science e del digitale […]» (N. Barbuti, F. Ciotti, G. De Felice, Diogene alla ricerca dell’uomo contemporaneo: le Digital Humanities “lucerna” per riconoscere il Digital Cultural Heritage, in Atti del Congresso AIUCD 2019, p. 110).
  3. Il nostro Paese registra una situazione ulteriormente complicata dalla sua posizione arretrata, rispetto agli altri membri UE, nel processo verso una società e un’economia digital. L’Italia, su cui pesa un livello ancora insufficiente di connettività e di competenze – per quanto in lieve crescita nell’ultimo anno – è infatti al 24° posto su 28 secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) del 2019. Cfr. egov.formez.it › sites › all › files › indice_desi_2019
  4. Ci riferiamo ai MOOC (Massive Online Open Courses), piattaforme facilmente accessibili per la formazione a distanza.
  5. Uno degli ambienti informatici più diffusi per la gestione del Blended Learning è Moodle (Modular Object-Oriented Dynamic Learning Environment, ovvero ambiente di apprendimento dinamico, modulare, orientato ad oggetti). Permette al docente di pubblicare il materiale didattico relativo alle lezioni, le informazioni sul corso e sulle lezioni, di somministrare i compiti o le esercitazioni ecc.
  6. Trad. it. Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
  7. La domanda su come sarà la vita nel 2025 è stata posta ad alcuni studiosi e scienziati dal Pew Research Center di Washington nel 2014. Qui le riposte e le previsioni: https://www.pewresearch.org/internet/2014/03/11/digital-life-in-2025/
  8. E. Brynjolfsson, A. McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine, Feltrinelli, Milano 2015.

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