la promessa tradita

La libertà in rete era un’illusione: la sfida è costruirne una vera



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Internet nasceva come promessa universale di libertà e connessione. Quarant’anni dopo, monopoli tecnologici, sorveglianza algoritmica e accelerazionismo digitale minacciano le democrazie. L’Europa cerca risposte tra sovranismo tecnologico, regolamentazione e costruzione di un autentico umanesimo digitale

Pubblicato il 12 giu 2026

Michele Censi

esperto di lavoro digitale

Emiliano Mandrone

Primo ricercatore Inapp



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Il web dà, il web toglie. Dopo l’epopea dell’espansione tecnologica ci troviamo ad affrontare una dimensione digitale in cui emergono, oltre alle opportunità, le insidie, oltre ai guadagni, i costi, oltre ai vantaggi, i pericoli. Su tutti i fronti. Impreparati culturalmente, viviamo in un mondo a più dimensioni in cui ci muoviamo con difficoltà, in cui le istituzioni tradizionali sono impreparate, in cui le relazioni sociali entrano in crisi e il set valoriale di riferimento è tutto da ripensare.

Dal sogno della rete globale all’euforia digitale

A pensarci bene, quarant’anni fa – all’inizio dell’era digitale – i segni delle divisioni geopolitiche erano ben presenti nella vita delle persone e, quando si è iniziato a demolire i muri, ad abbattere i tiranni, a eliminare le barriere, a liberare gli individui dalla sorveglianza, a socializzare le risorse, c’era tanta euforia e tanta speranza. Di fronte alla prospettiva che la tecnologia potesse garantire una vita migliore a tutti, ci siamo avviati – ingenui e speranzosi – verso un mondo seducente: accessibile, libero, a portata di clic.

I creatori di Internet volevano mettere in contatto tutti gli abitanti del pianeta. Già l’acronimo www (World Wide Web) suggeriva l’idea di un’unica rete, un piano digitale infinito, oltre i confini degli Stati e sopra gli ordinamenti, con regole proprie, semplici e uguali per tutti.

Ciò è frutto dell’ideologia californiana (Barbrook e Cameron, 1995) diffusasi dalla Silicon Valley, basata sull’idea che la tecnologia fosse il principale motore del progresso umano. Univa lo spirito hippy “antisistema” e l’anima yuppie “turbocapitalista”, rilanciando le suggestioni che portarono alla “Conquista del West”: spazio immenso, infinite possibilità, poca legge e qualche rischio. Un American dream cibernetico.


Internet mantiene la promessa (in parte)

In effetti, Internet ha mantenuto in larga parte la promessa: ha ampliato enormemente l’accesso all’informazione, ha dato servizi a basso costo, interconnesso i sistemi, sviluppato la logistica, creato app per ogni bisogno o vizio. La comunità scientifica, i territori, le mobilitazioni civiche hanno beneficiato enormemente della connettività globale.

Sì, qualcuno si è innamorato di un chatbot, qualcuno esagera con la PlayStation, c’è preoccupazione per la disoccupazione tecnologica … ma il saldo complessivo resta largamente positivo.

Disponiamo di applicazioni e tecnologie che consentono soluzioni un tempo inimmaginabili: affinché strumenti così potenti siano usati nel migliore dei modi e restino serventi alle persone, è importante che ci siano un’ampia elaborazione culturale e un’educazione al digitale adeguata.


Il vuoto normativo e l’egemonia statunitense

L’assenza di regole nei primi anni dell’espansione digitale ha prodotto un vuoto di potere difficilmente recuperabile. Ciò ha reso possibili monopoli, posizioni dominanti e scarsa concorrenza: eccessi di un capitalismo rapace a cui le leggi antitrust – volute proprio da americani che credevano nella concorrenza – avevano posto limiti quasi un secolo fa. Amnesia? Distrazione?

Il piano digitale è profondamente condizionato dall’egemonia statunitense: sia perché lo Stato USA ha finanziato gran parte delle innovazioni (Mazzuccato, 2023), sia perché il sistema nervoso del Web – protocolli, standard, domini, cavi, server e cloud – ha radici americane ed è quasi interamente soggetto alle leggi statunitensi, in particolare a quelle assai compiacenti del Delaware. Questo assetto impone valori culturali statunitensi al resto del mondo, in una sorta di colonialismo digitale.


La posta in gioco: chi governa la tecnologia nelle nostre democrazie

Forte della sua posizione dominante, osserva De Stefano (2026), Elon Musk – dopo le misure adottate contro X – ha chiesto l’abolizione dell’Unione Europea, definita da Trump “antidemocratica” (“dovremmo aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria”). Lasciando intravvedere la vera posta in gioco: il diritto di governare l’implementazione della tecnologia nelle nostre società.

Ma come intendono “correggere” gli ideali democratici europei?

In primis, riprendendo De Stefano, essere costantemente monitorati dalle app, valutati dalle piattaforme, classificati secondo parametri non trasparenti e privati di una reale partecipazione alla definizione delle regole cui si deve sottostare significa svolgere un apprendistato all’autoritarismo. Le abitudini coltivate nel lavoro e nei social plasmano le aspettative che le persone portano in cabina elettorale.


Accelerazionismo, sorveglianza e indebolimento del pensiero critico

Inoltre, la convergenza e l’innovazione tecnologica hanno prodotto un enorme moltiplicatore di sviluppo che ha sostenuto un approccio accelerazionista: una fiducia cieca nel progresso, pronta a sacrificare conquiste sociali e istituzioni democratiche. Simile, per certi aspetti, al Futurismo del primo ‘900 nella violenza con cui si è imposto; si spera non negli esiti finali.

Infine, se l’ideologia californiana prometteva un vento di libertà capace di abbattere ogni barriera, oggi ci accorgiamo di vivere in un capitalismo della sorveglianza (Zuboff, 2019). I servizi che usiamo ci profilano, orientano l’informazione, prevedono i comportamenti. La tecnologia ha messo nelle nostre tasche un collaboratore comodo ma infido, utile ma pettegolo. La disintermediazione non ci ha resi più liberi; ci ha lasciati soli. La moderazione algoritmica ci rinchiude in stanze dell’eco che alimentano il conformismo, indebolendo il pensiero critico e creativo: l’anima stessa del progresso.

Tutto ciò alimenta un progressivo discredito della democrazia, percepita come lenta e macchinosa, a vantaggio di leadership forti e veloci. È il fascino delle risposte semplici a problemi complessi.


La sindrome di Stoccolma digitale e il baratto dei dati

Il sogno ha iniziato a incrinarsi quando ci siamo accorti che la gratuità era un baratto: dati in cambio di servizi. Progressivamente abbiamo preferito sottostare a politiche aziendali piuttosto che a leggi nazionali, abbiamo accettato la sostituzione del potere democratico con quello dei tiranni digitali (Mandrone, 2022). Ma, anche quando questi meccanismi sono stati svelati, si è sviluppata una sorta di sindrome di Stoccolma per cui non esiste un sentimento diffuso di apprensione verso le Big Tech.


Le risposte europee: sovranismo tecnologico e regolazione

Esistono movimenti – per la verità marginali – che vorrebbero rifondare Internet secondo valori democratici. Iniziative come Project Liberty mirano a restituire agli utenti il controllo dei propri dati, sottraendolo alle Big Tech. O la tecno-regolamentazione: Digital Services Act, AI Act, GAIA-X o l’European Chips Act che provano a introdurre le prerogative democratiche ed etiche nei codici.

Campione di questa reazione è la Francia – che ama le rivoluzioni – la quale rivendica il sovranismo tecnologico: non è accettabile che singole imprese arrivino a etero-governare Stati sovrani. Si pensi ai casi di interdizione all’uso delle carte di credito sul territorio europeo a persone sgradite agli Usa.

Autonomia tecnologica europea: una sfida strutturale

Ma non basta difendere i principi europei. Serve una tecnologia proprietaria, etica, alternativa e performante. Servono investimenti, brevetti, scuole, imprese, infrastrutture, chip e politiche per costruire una comunità europea tecnologicamente autonoma. Ci saranno costi da sostenere: meno servizi, più spese. Non è pensabile spegnere AI, motori di ricerca o social; servono alternative.

Si rischia di passare dalla padella del capitalismo della sorveglianza statunitense alla brace del tecno-controllo statale cinese, oppure di spegnere il fuoco con l’iper-regolazione europea. Trovare un equilibrio – tra apertura e regolazione, possibilità e tutele – sarà una sfida lunga e complessa.


Verso un umanesimo digitale: l’uomo al centro

Anelando a una comunità universale, ci siamo ritrovati in un centro commerciale. Internet, da promessa emancipatrice, è degenerato in un’infrastruttura di controllo. La sfida ora è costruire un vero Umanesimo Digitale, con l’uomo al centro e la tecnologia al suo servizio.

Per farlo bisogna demolire i muri (algoritmici), abbattere i tiranni (digitali), eliminare le barriere (tecnologiche), liberare le persone dalla sorveglianza, socializzare i codici…

A pensarci bene, proprio come quarant’anni fa.

Riferimenti

R. Barbrook e A. Cameron, The Californian Ideology, Science as Culture, 1995.

V. De Stefano, L’antidemocrazia della Silicon Valley inizia sul posto di lavoro, Etica&Economia, 2026

E. Mandrone, Sentimenti e società al tempo del web: perché serve un cambiamento culturale, Agenda Digitale, 2022.

S. Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, 2019.

Regolamento UE 2022/2065, Digital Services Act.

Regolamento UE 2024/1689, Artificial Intelligence Act.

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