La ricerca scientifica leva di ripartenza: ecco la svolta che serve all’Italia | Agenda Digitale

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La ricerca scientifica leva di ripartenza: ecco la svolta che serve all’Italia

Senza ricerca non sarà possibile trasformare l’Italia in una “società della conoscenza” che sia resiliente, dematerializzata, circolare e parca nell’uso di risorse naturali: tutte condizioni necessarie ad affrontare le nuove sfide che si profilano all’orizzonte. Una proposta di rilancio per costruire il futuro

13 Lug 2020
Federico Ronchetti

ricercatore presso Istituto Nazionale Fisica Nucleare, attualmente responsabile delle operazioni dell'esperimento ALICE al CERN


La carenza di investimenti e la scarsa visione politica spingono il futuro della ricerca italiana in acque molto incerte eppure il momento attuale offre importanti opportunità per un cambio di paradigma che consenta al settore di riappropriarsi, anche nel nostro paese, del ruolo di propulsore dell’innovazione tecnologica.

Va in questa direzione la proposta di rilancio della ricerca del Professor Ugo Amaldi, pubblicata nel contesto di un documento più ampio su “Pandemia e Resilienza”, promosso dalla Consulta Scientifica (fondata dal Card. Gianfranco Ravasi) con prefazione del professor Giuliano Amato.

Il momento attuale, sottolinea Amaldi, sarebbe opportuno per un rilancio del comparto ricerca e sviluppo perché almeno una parte dell’opinione pubblica ha compreso che i risultati della ricerca scientifica sono essenziali non soltanto per far fronte e risolvere situazioni emergenziali (come quella sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19) ma anche per indirizzare le azioni future di istituzioni e decisori politici.

Facciamo il punto.

Lo stato dell’arte della ricerca in Italia e in Europa

Molti studi, come quelli prodotti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) dimostrano che la ricerca scientifica di base è, nel lungo periodo, il motore dell’innovazione tecnologica. Senza ricerca non sarà possibile trasformare l’Italia in una “società della conoscenza” che sia resiliente, dematerializzata, circolare e parca nell’uso di risorse naturali: tutte condizioni necessarie ad affrontare le nuove sfide che si profilano all’orizzonte.

In Italia, il dibattito pubblico tende costantemente a sottostimare il contributo economico della ricerca scientifica. Un esempio concreto in questo senso è il Web: inventato quaranta anni fa (e volutamente non brevettato) al CERN di Ginevra dal fisico Tim Berners Lee. La ricerca già all’epoca era globalizzata e la richiesta di comunicazioni rapide ed efficienti tra scienziati portò allo sviluppo del protocollo http, che rende possibile, all’interno dei browser, l’utilizzo intuitivo e veloce di contenuti ipertestuali e multimediali sfruttando l’infrastruttura fisica della rete internet fino a quel momento utilizzata solo da esperti informatici, accademici e militari. L’iniziale sviluppo, implementazione e supporto fisico (server e apparati di rete) dell’infrastruttura che faceva funzionare il “motore” del Web è stato possibile quasi esclusivamente grazie al finanziamento pubblico prima di diventare economicamente remunerativo per il mercato e per le imprese. In Italia un ruolo di primo piano è stato svolto da enti pubblici come l’Istituto Italiano di Fisica Nucleare (INFN) ed il Gruppo Armonizzazione Reti e Ricerca (GARR). Grazie soprattutto a questi enti di ricerca, il Web si è diffuso capillarmente e oggi rappresenta un intero settore economico: l’output della cosiddetta Web Economy nel PIL italiano ha un valore di 100 miliardi di euro (più dell’agricoltura e il doppio delle costruzioni) e negli ultimi dodici anni ha creato più di un milione di posti di lavoro. Anche in campo umanistico e didattico il Web è ormai un imprescindibile e fondamentale strumento del lavoro della conoscenza. Inoltre, durante la pandemia, Web e telecomunicazioni hanno chiaramente giocato un ruolo decisivo nell’affrontare la crisi rendendo possibili o agevolando le varie forme di telelavoro.

A livello europeo, secondo uno studio del 2019 commissionato dalla European Physical Society [1] si scopre che l’output economico delle industrie che utilizzano le competenze sviluppate nell’ambito della ricerca e sviluppo (Research And Development, R&D) in fisica ammonta al 12% del totale per l’Unione Europea, ossia 1450 miliardi di euro l’anno. È una cifra decisamente superiore a settori ritenuti comunemente molto redditizi come il commercio (4.5%), le costruzioni (5.3%) ed i servizi finanziari (5.3%).

Purtroppo, l’Italia spende in ricerca (di base e applicata) solo lo 0.5% del PIL mentre la Francia lo 0.8%. Danimarca, Finlandia e Germania spendono in media l’1%, il doppio dell’Italia. Differenze altrettanto grandi si riscontrano negli investimenti delle imprese in ricerca e sviluppo, che sono solo lo 0.9% del PIL in Italia contro l’1.4% in Francia e il 2.1% in Germania. Come per la ricerca anche per lo sviluppo la Germania spende il doppio dell’Italia (2.1% invece di 0.9%), ma questo è spiegabile dal tessuto industriale italiano fatto di piccole e medie imprese che poco investono in ricerca e sviluppo.

Il necessario cambio di paradigma

L’evoluzione del sistema delle piccole e medie imprese verso un modello di business orientato all’innovazione necessita di un cambio di paradigma: per costruire il futuro l’azione di Governo dovrebbe compensare i ritardi delle imprese aumentando la frazione di PIL per ricerca da 0.5% a più dell’1% della Germania odierna. La scarsezza di finanziamenti ha gravi conseguenze anche sulla qualità del lavoro: su 1000 lavoratori, i ricercatori pubblici e privati impegnati in progetti di R&D sono 5.6 in Italia contro i 10.9 di Francia e i 9.7 della Germania.

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Che la ricerca italiana navighi in acque incerte traspare dai dati relativi alla partecipazione ai cicli di dottorato.

Negli ultimi 10 anni il numero dei dottorandi di ricerca è diminuito: meno di 9000 completano ogni anno gli studi, mentre in Francia e in Germania sono, rispettivamente, 15000 e 28000. I bassi stipendi fanno sì che molti di questi (pochi) dottori di ricerca spesso si trasferiscano all’estero definitivamente con una grave perdita per il sistema Paese che spende per la loro formazione affinché poi essi vadano ad operare in economie in competizione con la nostra. La cosiddetta “fuga dei cervelli” è una delle cause che rende il sistema industriale italiano poco competitivo, come è risulta quantitativamente dall’indice di competitività del World Economic Forum: Usa 83,7 (max), Germania 81, Francia 78.8, con Italia a metà strada (71.5) tra il fanalino di coda (le Seychelles 59.6) e i grandi del mondo

Il documento di Ugo Amaldi chiarisce immediatamente come la ricerca scientifica di base porti benefici alla società lungo quattro direttrici: nuova conoscenza acquisita, cittadini più preparati ad affrontare i problemi del mondo interconnesso, sviluppo e uso consapevole di nuove tecnologie e di approcci innovativi. Vengono considerate come parte del settore ricerca non soltanto le scienze naturali, la matematica, l’ingegneria, le tecnologie, la medicina ma anche le scienze sociali, le discipline umanistiche e l’arte al fine di portare la società italiana al superamento della vecchia contrapposizione tra cultura umanistica e scientifica sempre più necessario per affrontare la complessità del mondo globalizzato.

Il paradosso italiano

Anche se da alcuni dati risulta un trend positivo dell’alfabetizzazione scientifica degli italiani – tra il 2011 e il 2019 è in crescita dal 68% all’81% la frazione di cittadini che pensano che i benefici della scienza superino i potenziali effetti negativi – troppo spesso il cittadino-elettore rimane indifferente, annoiato o persino sospettoso nei confronti della scienza (come dimostrano le azioni di diversi gruppi anti-sistema) pur rimanendo, paradossalmente, un divoratore di tecnologie derivate quasi sempre dall’applicazione su vasta scala del metodo scientifico.

Questo paradosso porta ad un senso di estraniamento provocato dal vivere e lavorare in un mondo dominato dalla scienza e tecnologia dove la frustrazione legata all’obsolescenza precoce dei manufatti e delle competenze, il flusso continuo di informazioni ed infine l’espansione smisurata dell’orizzonte della conoscenza, dal dominio sub-atomico fino alla scala cosmologica, rappresentano una vera sfida alle capacità cognitive della mente umana. L’applicazione sistematica del metodo scientifico ha, in poco più di due secoli, radicalmente modificato e a volte sconvolto ogni campo del sapere umano, anche oltre il dominio delle cosiddette scienze esatte. Medicina, biologia, scienze sociali, scienze economiche si avvalgono tutte, sebbene in diversa misura di metodologie e/o tecnologie derivate dalla ricerca scientifica.

Con il suo approccio alla realtà, la sua capacità di stabilire, attraverso processi di induzione-deduzione, verità relative che si sostengono vicendevolmente, guadagnando consistenza ad ogni passaggio, la scienza ha consentito all’uomo un controllo crescente dell’ambiente circostante, è stata il principale fattore di aumento del benessere e rappresenta sempre più un elemento chiave di sviluppo per società avanzate. Allo stesso tempo ci troviamo però a dover fronteggiare un tremendo deficit di conoscenza scientifica diffusa che oggi rischia di minare l’esercizio di una democrazia effettiva dato che molte delle scelte poste di fronte ai cittadini-elettori devono essere esercitate nel contesto di un mondo complesso, totalmente interconnesso e plasmato da fattori tecnico-scientifici che quindi necessitano di essere compresi e condivisi dal maggior numero possibile di persone. Nella società attuale, la mancanza di una cultura scientifica di base tende a creare compartimenti stagni in cui il diritto di ognuno a far valere la propria opinione contrasta con la mancanza di strumenti atti a formulare un giudizio maturo.

In Italia, in particolare questa distorsione affonda le radici nell’impostazione del sistema scolastico che relega il sapere tecnico-scientifico nell’ambito della pratica, negandogli una vera valenza umanistica, in una irriducibile distinzione tra scienza (intesa come pratica) e cultura (intesa come erudizione): il sapere umanistico e quello scientifico non sembrano possedere pari dignità. L’assurdità di questa dicotomia è evidente quando lo sviluppo del sapere scientifico viene osservato nella sua prospettiva storica da cui possono essere lette complesse interazioni sociali con tutte le altre forme culturali: filosofia, religione, letteratura, arte, scienze sociali e da cui emerge chiaramente come la complessità del paradigma scientifico abbia preso forma attraverso una profonda interazione con altre discipline ed ambiti culturali.

Le questioni etico-scientifiche sul tavolo per il post-covid

Il paradigma delle “due culture” è portatore di una diffusa tolleranza nei riguardi dell’ignoranza scientifica e fa si che le scienze naturali costituiscano il fanalino di coda dell’istruzione obbligatoria e va quindi contrastata radicalmente. La cultura scientifica deve essere pienamente ricondotta nell’alveo delle espressioni dell’attività intellettuale umana riportando la scienza nell’ambito della cultura e viceversa, pena il diffondersi di una percezione anestetizzata della complessità della realtà e delle problematiche relative ai fattori tecnico-scientifici in azione che investono, e investiranno sempre di più, ogni aspetto della vita quotidiana.

L’elenco delle tematiche completamente assenti dal dibattito culturale e politico è tristemente lungo. Molte questioni come, ad esempio, la strategia adottare per il nostro fabbisogno energetico sono sul tavolo da decenni senza aver mai trovato risposte adeguate. Nel frattempo, nuove sfide si sono palesate a partire dal riscaldamento globale (per ora scomparso dall’agenda) e dall’emersione del virus Sars-Cov-2 che ha scatenato la pandemia di Covid-19 mettendo a dura prova la società Italiana e le sue già fragili infrastrutture. Se e quando supereremo l’emergenza dovuta alla Covid-19 dovremo immediatamente pensare a come fronteggiare questioni formidabili come gli impatti dell’intelligenza artificiale in svariati ambiti, dall’automatizzazione dei sistemi di trasporto, alla elaborazione autonoma di diagnosi mediche fino all’esecuzione di operazioni chirurgiche. Nuove realtà emergono in continuazione: le cripto-valute, svincolate dal controllo di autorità monetarie centrali, promettono di rivoluzionare o almeno di alterare profondamente il nostro modo di effettuare transazioni commerciali e il significato che attribuiamo normalmente al denaro. Le tecniche di manipolazione genetica che intendiamo usare per trovare un vaccino contro la Covid-19, come CRISPR/Cas9, saranno applicate in molti altri campi come la cura dell’AIDS e dei tumori, per il miglioramento dei rendimenti in agricoltura, dei biocarburanti e nella lotta alle zanzare anofeli che causano la malaria. Tuttavia, queste nuove tecnologie porteranno anche uno sconvolgimento etico, inevitabile davanti alle possibilità operative messe a disposizione della manipolazione del materiale genetico umano. Senza una diffusa consapevolezza scientifica di base sarà difficile che queste tematiche possano essere correttamente dibattute e decodificate, sia dal pubblico che dai decisori politici, e immaginare uno scenario in cui la scelta del cittadino possa condizionare in modo positivo i processi decisionali della classe politica.

Lo sviluppo di un’economia capace di crescere nella competizione globale richiede che una parte significativa della popolazione possegga competenze tecnico-scientifiche e quindi l’implementazione urgente dalla proposta Amaldi. Le industre potrebbero quindi orientarsi maggiormente verso la produzione di beni materiali ed immateriali di alto valore aggiunto piuttosto che verso attività a basso del costo del lavoro nella vana speranza di reggere l’impatto con le economie emergenti. Una consistente quota di cittadini con grandi competenze tecnico-scientifiche ed una massa critica di persone acculturate scientificamente è una condizione necessaria per produrre molte più individualità di livello rispetto alle poche che tanto ci inorgogliscono. Tuttavia, per conseguire i risultati per cui vengono celebrati in Patria, adesso queste eccellenze si trovano spesso a vivere e lavorare all’estero.

La diffusione puntuale della cultura scientifica è un fattore chiave anche per consentire ai cittadini un consumo consapevole di prodotti ad elevato contenuto tecnologico orientandone la produzione grazie a scelte consapevoli e selettive. Le tecnologie sviluppate nell’ambito della ricerca di base sono poi passate al mercato consentendo di limitare i fenomeni di esclusione sociale legati ai brevetti, alle rendite di posizione ed allo sfruttamento proprietario. Il caso del Web sopra richiamato è auto-esplicativo e ha catalizzato lo sviluppo e la diffusione di altre tecnologie aperte come Wikipedia o Linux che sono divenute di libero accesso e hanno avuto un enorme impatto sul settore umanistico, modificando profondamente lo stile e l’approccio alla ricerca anche negli ambiti culturali “classici”, rendendo inoltre possibile l’aggiornamento continuo (anzitutto a livello scolastico).

Conclusioni

Il Web, formando anche il substrato che veicola i social network, certamente ha dato anche voce a rumorose minoranze antiscientifiche. In generale, però sia il Web che i social network hanno il potenziale per essere strumenti fondamentali per ridurre il divario comunicativo tra i protagonisti della ricerca e dell’innovazione da un lato e i cittadini dall’altro. I social media permettono di compensare, almeno in parte, la mancanza di disponibilità e di attenzione dei media tradizionali generalmente focalizzati a stimolare una comunicazione scientifica superficiale e spettacolare nella ferrea convinzione che il pubblico ami esclusivamente questo genere di approccio; convinzione che ha contaminato tutti i livelli informativi, dibattito politico incluso.

Abbiamo quindi trasformato il documento Amaldi in un thread su Twitter perché pensiamo che occorra convincere il maggior numero possibile di persone che le sfide future possano essere risolte e vinte solo con una maggiore conoscenza scientifica, capacità tecnologica e con una società più collaborativa, non con ritorni al passato più o meni felici.

Malgrado la lunghezza (più di 50 tweet), il thread ha ottenuto nel suo insieme centinaia di migliaia di visualizzazioni e quindi ho voluto lanciare l’hashtag #PianoAmaldi per continuare a diffondere il contenuto del documento nella speranza che possa essere valutato dai decisori politici.

Infatti, per centrare l’obiettivo posto dal #PianoAmaldi lo Stato deve aggiungere subito 1.5 miliardi di euro al bilancio 2021: un miliardo per la ricerca di base e 0.5 miliardi per quella applicata. L’investimento va quindi aumentato del 14% all’anno in 5 anni. In questo modo, tra 3 anni il rapporto tra le spese in ricerca e il PIL sarà al livello dello 0.8% che la Francia spende già oggi. Relativamente al problema dei dottori di ricerca, nei prossimi sei anni dovranno anche crescere il numero di borse di studio di dottorato, gli organici degli Atenei e degli Enti di Ricerca, privilegiando i gruppi di ricerca scientificamente più produttivi secondo criteri meritocratici. I fondi investiti nella ricerca pubblica saranno ben utilizzati. Infatti, in media, un ricercatore italiano produce più lavori scientifici di alto livello (che ottengono il massimo 10% delle citazioni) rispetto ad un ricercatore tedesco (vantaggio 20%) o francese (vantaggio 30%).

In conclusione, l’implementazione del #PianoAmaldi da parte del Governo sarebbe una mossa strategica con benefici a partire dal breve termine (2021) che consentirebbe poi all’Italia di superare, nel lungo periodo, molte criticità sociali come quelle denunciate da Bauman, gettando le basi per una società più collaborativa e resiliente e per la creazione di nuovi scenari ed attori economici in grado di offrire agli italiani di domani professioni oggi impensabili.

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