intelligenza artificiale

L’algoritmo come nuovo datore di lavoro: impatti e prospettive

Robot dotati di intelligenza artificiale potrebbero presto fare il loro ingresso in Cda, segnando un passaggio storico nell’utilizzo dell’AI: dalla dimensione applicativo-esecutiva, a quella decisionale. Diventa pertanto urgente adeguare il diritto del lavoro, per dare risposte coerenti alle pressanti domande di tutela

14 Mag 2018
Stefano Bini

Assegnista di ricerca in Diritto del lavoro Università LUISS Guido Carli di Roma

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L’inarrestabile diffusione dell’Intelligenza Artificiale (AI) viene generalmente considerata, da un punto di vista del lavoro, con quasi esclusivo riferimento alla possibilità che essa possa o meno costituire un fattore di distruzione di impiego.

L’Intelligenza Artificiale toglie lavoro all’uomo?

Sul punto, a fronte delle tesi più “ottimistiche”, che rispondono negativamente alla domanda, si ricorda quanto evidenziato da uno dei più grandi studiosi di AI, Jerry Kaplan, che ha evidenziato: “è la pura verità che l’automazione rimpiazzerà i lavoratori, eliminando i loro impieghi” (Jerry Kaplan, Le persone non servono, LUISS University Press, 2016, pag. 123).

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Diversamente, un profilo che – allo stato attuale del dibattito – non sembra ancora incontrare la dovuta attenzione, riguarda la possibile incidenza dell’AI sulla formazione delle decisioni aziendali.

In altri termini, se la questione viene comunemente considerata dall’angolatura del lavoratore (a tratti considerato quale soggetto in via di possibile “estinzione” dal processo produttivo), la prospettiva attorno alla quale si sollecita un dibattito – qui solo brevemente proposta – è quella che si concentra sulla figura del datore di lavoro.

L’AI in Consiglio di amministrazione

Al riguardo, interessanti spunti di riflessione si rinvengono nel Survey Report intitolato “Deep Shift – Technology Tipping Points and Societal Impact”, elaborato nel 2015 dal Global Agenda Council on the Future of Software and Society, del World Economic Forum.

L’indagine ha coinvolto circa 800 manager, chiamati a pronosticare l’impatto che le tecnologie innovative potranno produrre, in termini di cambiamento per le persone, le organizzazioni e la società.

Tra i profili di indagine esplorati nel report, quello dell’AI ha portato ad un risultato che sollecita alcune riflessioni. Circa il 45% degli intervistati ha affermato che, entro il 2025, potrà concretizzarsi uno scenario allo stato impensabile per i più: l’ingresso in un Consiglio di Amministrazione – come membro dello stesso – di una macchina dotata di Intelligenza Artificiale.

L’AI diventerà (o, più prudentemente, diventerebbe) cioè parte integrante dell’organo deputato alla formazione delle più alte decisioni aziendali.

L’AI nella dimensione decisionale

Si tratta, com’è evidente, di uno scenario estremamente disruptive, che segnerebbe un passaggio storico nell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale: dalla dimensione applicativo-esecutiva, a quella decisionale.

Si attuerebbe così quello scenario ipotizzato nei termini che seguono: “Oltre a essere impiegata per i veicoli autonomi, l’intelligenza artificiale può trarre le informazioni necessarie da situazioni già avvenute per automatizzare processi decisionali complessi, in modo da facilitarli, velocizzarli e permettere di giungere a soluzioni concrete basate su dati ed esperienze precedenti” (Klaus Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Franco Angeli, 2016, pag. 180).

Proprio il contributo dell’AI nella formazione delle decisioni aziendali o, più correttamente, datoriali, merita di essere considerato con attenzione, scaturendo da esso numerosi interrogativi circa l’efficacia e l’adeguatezza del Diritto del lavoro attualmente vigente.

La questione coinvolge com’è evidente il grande tema dell’estensione e dell’intensità dei poteri del datore di lavoro che, proprio attraverso il sistematico ricorso all’AI, possono divenire particolarmente pervasivi.

A conferma di ciò, lo Special Report presentato nel numero del The Economist del 31 marzo 2018 offre un contributo di particolare interesse, focalizzando una speciale attenzione sul potere di controllo e sollecitando la riflessione sulla necessità di individuare un trade-off, in quella che viene definita come la marcia dell’AI nei luoghi di lavoro.

Il Diritto del lavoro va riformato

Ebbene, di fronte ad una simile realtà, il Diritto del lavoro contemporaneo può ancora ritenersi strumento efficace di tutela del lavoro?

La risposta a tale interrogativo pare a tratti pleonastica.

Ci si trova, infatti, di fronte ad un sistema di regole desuete, che non pare sufficientemente idoneo a garantire l’efficace realizzazione della finalità ultima delle stesse: tutelare l’uomo che lavora, nel segno di un equilibrato bilanciamento tra gli interessi dell’impresa e quelli del lavoro.

Del resto, la gran parte dell’ordinamento in vigore è stata concepita con riferimento ad un modello di organizzazione della produzione ormai fortemente superato, secondo i paradigmi del fordismo e, in parte, del post-fordismo.

Che fare, dunque, di fronte all’avanzata affermazione della quarta rivoluzione industriale?

Non è certamente questa la sede per presentare un’organica piattaforma programmatica, che possa ambire ad interpretare il cambiamento dell’ordinamento lavoristico.

Ad ogni modo, pare incontestabile la necessità di avviare un iter riformatore, che renda il sistema normativo capace di dare risposte coerenti alle pressanti domande di tutela, poste dall’utilizzo di tecnologie innovative di ultimissima generazione.

In un’impresa il cui Consiglio di Amministrazione sarà composto anche da macchine dotate di AI, anche il potere direttivo del datore di lavoro conoscerà nuove forme di esercizio.

Potere direttivo e algoritmi, le novità già in essere

In realtà, il potere datoriale di impartire disposizioni per l’esecuzione del lavoro (si pensi in primo luogo alla materia delle mansioni e dell’orario di lavoro), è stato già da tempo interessato da significative novità.

Si pensi, ad esempio, all’utilizzo di algoritmi per la determinazione della turnistica di lavoro. Notevole è stato il clamore mediatico suscitato dalla vicenda della lavoratrice licenziata da una multinazionale dell’arredamento, per non aver ripetutamente osservato l’orario di lavoro fissato da un software.

Al di là della fattispecie concreta, che non risulta in questa sede di interesse, è significativo notare che l’utilizzo sistematico di un algoritmo per la determinazione dei turni di lavoro dei dipendenti rappresenta oggi una realtà già ampiamente diffusa nel tessuto produttivo.

Essa comporta, com’è evidente, un incremento dell’efficienza organizzativa dell’impresa, richiedendo però al contempo una necessaria riflessione sul ruolo effettivamente decisionale dell’AI e sulle possibili conseguenze giuridiche che da ciò possano derivare.

Occorre in altri termini domandarsi: è l’Intelligenza Artificiale ad assumere realmente le decisioni circa l’orario di lavoro, esercitando con ciò il potere datoriale direttivo, o essa si limita piuttosto a predisporre mere ipotesi di turnistica, sottoposte all’approvazione finale del datore di lavoro?

Se al giorno d’oggi pare prevalere questa seconda opzione, è la prima che sembra prospettarsi nell’orizzonte dello scenario prossimo venturo.

Ebbene, l’impatto che simili mutamenti organizzativi possono produrre è davvero epocale. Da ciò deriva dunque l’improcrastinabilità di una verifica circa l’adeguatezza e la tenuta del sistema di norme che regolano il rapporto di lavoro e, in particolare, l’esercizio del potere direttivo del datore di lavoro, al fine di garantire l’auspicata efficacia del Diritto del lavoro.

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