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la riflessione

L’anti-social del social: amicizie vere vs legami deboli

Alcuni studi recenti hanno messo in luce come le attuali relazioni online, per il numero e la frequenza, non sarebbero comparabili ai legami forti che una volta la parola amicizia sigillava. Ma i social stanno danneggiando l’amicizia vera? E c’è comunque valore nei legami deboli? Quesiti per una riflessione sociologica

22 Giu 2018

Nicola Strizzolo

università di Udine


“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò”.

Inizia così “L’Anno che verrà”, canzone che fa parte dell’album “Lucio Dalla” (1979) di Lucio Dalla. In questo caso, musicale e se vogliamo letterario, la distanza diventa pretesto di forza nel messaggio.

A quasi 40 anni di distanza, nell’attuale pratica sociale online denotata dalla parola amicizia (“amici su fb” per intenderci), dove intensità di distanza e di numero coesistono, a essere messa in discussione è invece la forza dell’amicizia stessa.

Un recente articolo del New York Times ha messo in luce come le attuali relazioni online, per il numero e la frequenza, non sarebbero comparabili ai legami forti che una volta la parola amicizia sigillava. Alcuni studi lo dimostrano: le relazioni di persona hanno un impatto psico fisico molto più forte rispetto alle interazioni online.

La questione però è se i due mondi sono complementari o se in conflitto tra loro. Se insomma il tempo speso online è tutto a discapito di quello di persona (posto che la giornata ha un numero di ore finito). Oppure se le due cose possono andare d’accordo. Altri studi, citati nell’articolo, notano come la frequentazione social può tenere in vita più a lungo rapporti con persone che non riusciamo più a frequentare di persona. Ma ancora – nota il giornale americano – così non si toglie tempo a rapporti con persone più care, per restare ancora contatto con chi non ci è tanto caro o non lo è più?

Amicizia, una questione di qualità o di quantità?

Di base ci si sposta da un aspetto qualitativo ad uno quantitativo, verso una così nutrita cerchia di contatti, in costante evoluzione sostitutiva, sulla base del numero massimo di Dunbar: superato il massimo di 150, un nuovo contatto non può che sostituirne uno vecchio e lo stesso vale per le cerchie concentriche di maggiore intensità amicale. Nelle relazioni online non si attiverebbe quello scambio endorfinico, emozionale, che culturalmente veniva incanalato nel tradizionale sentimento di amicizia e tanto meno ora in presenza, quando le persone vengono costantemente spostate altrove in altre comunicazioni attraverso i loro dispositivi ormai innestati nel nostro sfondo come le informazioni che pervengono – cinematograficamente – dal sistema visivo dei cyborg.

Un popolo di “like-dipendenti”

Le endorfine, secondo altri autori, verrebbero invece prodotte dalla frequenza di like, commenti e messaggi che riceviamo, producendo insieme assuefazione e insoddisfazione, in una sola parola, dipendenza.

L’articolo sopra menzionato, seppur muovendosi tra luoghi comuni – bisogna ricordare che è di un quotidiano, non di rivista accademico scientifico – offre comunque degli spunti per delle riflessioni.

Nel processare i social media (e ogni nuovo media o ogni nuova tecnologia) e i relativi effetti (in questo caso l’amicizia) sulla base di un sentire precedente, la condanna di inautenticità, rispetto a ciò che c’era prima, non può che essere scontata.

Amicizia e comunicazione

L’amicizia, nelle sue diverse forme e considerata nell’analisi sociale, per altro poco sistematiche  è pur sempre il risultato di un’interazione fra persone, ovvero conseguenza e processo di comunicazione.

E utilizzando le parole di Armand Mattelart: “Ogni epoca storica e ogni tipo di società hanno la configurazione di comunicazione che meritano. Una configurazione che, con i suoi diversi livelli (di carattere economico, sociale, tecnico o mentale) e le sue varie scale (di ordine locale, nazionale, regionale o internazionale), produce un concetto di comunicazione egemonico”.

La citazione proviene dal volume “L’invenzione della comunicazione. Le vie delle idee” (Armand Mattelart), sicuramente datato (1994) e per impostazione non dissimile ad un altro testo – “Storia sociale dei media. Da Gutenberg a Internet” (Asa Briggs e Peter Burke) – pubblicato 15 anni dopo il primo (2009) ma le cui tesi portanti sono le stesse:

  • Il mutamento del sistema dei media e così del concetto stesso di comunicazione è in relazione con i cambiamenti del sistema dei trasporti, del movimento delle merci e delle persone nello spazio, pertanto la tecnologia, la cultura (che racchiude anche i programmi per la definizione di quello che percepiamo fuori e dentro di noi) e l’economia sono inseparabili;
  • I nuovi media non soppiantano i vecchi ma li integrano. Entrambi gli autori riportano esempi analoghi: la canalizzazione della Francia, le conoscenze sul corpo umano e degli animali, i tentativi di armonizzazione dei rapporti e degli scambi dentro lo Stato e la fisiocrazia economica andavano di pari passo; l’Inghilterra era povera di legname per alimentare la forza del vapore, l’utilizzo del carbone pose le premesse tecnologiche sia per le moderne ferrovie (contributi tecnologici del trasporto minerario) che per la supremazia industriale; l’elettricità applicata a sistemi di comunicazione telegrafica, anche utilizzando i binari, rese possibile l’organizzazione dei traffici dei treni ad “alta” velocità, realizzati a sua volta utilizzando la caldaia tubolare; questa è frutto delle ricerche per accelerare la cadenza di tiro delle armi, che ha portato alla pistola a tamburo; arma a sua volta modello per il revolver fotografico e per il fucile cronofotografico, ideato da Étienne-Jules Marey, per riprendere la corsa del cavallo (strumento di trasporto che con il suo asservimento tecnologico aveva già cambiato a sua volta gli orizzonti geografici, la cultura e gli assetti di potere precedenti); il fucile cronofotografico fu importante per la nascita del cinema…

E tutto questo prima dei social (3 miliardi e 196 milioni utenti a gennaio 2018; dati hootsuite.com) e ancor prima di Internet (4 miliardi e 21 milioni a gennaio 2018) che rappresenta un innervamento quasi planetario. In un mondo a sua volta in rapidissimo cambiamento, anche grazie al web, va pur sempre considerato che i cambiamenti non avvengono solo dentro il web, ma attraverso di questo riverberano nel globo: vengono influenzate così le nostre relazioni e le definizioni che vi diamo, il valori che vi poniamo, aspetti culturali strettamente legati a queste evoluzioni talmente interconnesse e globali da potere essere considerate, in molti casi, fenomeni tendenzialmente omogeneizzanti (se non omogenei).

Basti citare che «se una certa organizzazione sociale è caratterizzata da una forte competitività, da un’elevata mobilità e da un’articolata divisione del lavoro, la formazione di rapporti di amicizia tende a essere scoraggiata. Se, al contrario, vengono enfatizzati i valori comunitari, l’appartenenza all’istituzione è più stabile e la divisione del lavoro non oltrepassa un certo limite, la formazione delle amicizie diventa più probabile» per comprendere come l’amicizia oggi possa essere vissuta, nella nostra società, in modo diverso a quella del secolo scorso (da cui prende avvio il pezzo del New York Times).

Il senso dei legami deboli

Non va sottovalutata però l’importanza dei legami deboli che ne conseguono (Granovetter): è proprio dai rapporti meno frequenti che otteniamo le informazioni che non avremmo dagli amici migliori, dove per amico migliore si intende alta frequenza degli scambi, alto investimento nella relazione, reciprocità e alte aspettative.

Forse questo tipo di amicizia oggi, attivabile per qualsiasi battaglia o scontro, è difficile, ancora di più se mediata dai social: ma sarebbe pur sempre un’amicizia molto rigida, che imprigiona e chiude molti orizzonti, anche etici e può indebolire l’organizzazione e il sistema all’interno della quale nasce, perché verrebbe prima del resto e potrebbe comportare perfino derive criminali  – considerato poi il parallelismo del romantico patto di sangue tra amici e quello per entrare in altre organizzazioni -.

Mi ricordo le discussioni con uno studente di un Paese dell’ex blocco sovietico a Francoforte, dove ero in Erasmus prima del 2000: secondo la sua tradizione si era amici se ci si dava una mano a rapire una ragazza e arrivare così al matrimonio riparatore.

Evidentemente nella web society (orizzonte culturale e mentale risultante dalla fusione comunicativo-pragmatica del web con tutti gli altri fattori prima citati: economia, tecnologia, lavoro…) non vi sarebbero molti buoni amici, se quello dello studente straniero menzionato fosse un parametro attuale di buona amicizia, ma esistono forme di contatto meno intense qualitativamente ma quantitativamente significative per aumentare il capitale sociale (il numero di persone pronte a darti informazioni utili, se non una mano) e si sarebbero anche ridotti i 6 gradi di separazione di Milgram (quante persone ti dividono da uno sconosciuto) a 4 e mezzo. In questo caso la forza non sta quindi nella qualità, bensì nella quantità. Lo stesso si può dire per la portata, potenzialmente virale, della riproduzione di un’informazione.

Non sono forse amici amici tutti i contatti, ma certo rappresentano una forma di tutela e forza che può, se non reagire, diffondere a cascata informazioni e notizie di soprusi (le fake news ovviamente sono l’altra faccia della medaglia e indebolimento di questo panottico capovolto). Infine, a fronte della grande solitudine che possono dischiudere i moderni assetti sociali, estensioni del dominio della lotta (per dirla alla Houellebecq), anche i retrostimoli di queste cerchie sociali online, possono essere un flebile conforto, come il grooming tra i primati, di una cantilena senza significato negli antichi ominidi e del linguaggio infine (insieme allo sviluppo della neocorteccia dell’homo sapiens sapiens), che ha esteso le cerchie possibili di relazioni fino a 150 (Dunbar).

Cari amici vi scrivo, così mi gratifico un po’, e siccome siete in molti, più like riceverò.

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