“Lauree” alla Google University? Ma ciò che serve è una vera cultura digitale | Agenda Digitale

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“Lauree” alla Google University? Ma ciò che serve è una vera cultura digitale

Al digitale servono competenze sempre più veloci da acquisire e l’università ha il dovere di fornirle, ma ridurre il tema della formazione alla mera produttività del lavoro è parte del problema, non la soluzione. Bisogna investire sulle persone. Se non si comprende questo abbiamo un problema, e non è la Google University

17 Set 2020
Daria Grimaldi

docente di psicologia sociale delle comunicazioni di massa, Università di Napoli Federico II

google

La notizia che Google University ha realizzato dei corsi con certificazione finale del titolo in analista di dati, gestore di progetti e progettista dell’esperienza utente (UX), che si potranno ottenere in soli sei mesi di studio per 300 dollari e che nei criteri di recruiting saranno del tutto equiparabili al diploma di laurea in Scienze dell’Informazione, Ingegneria Informatica o Ingegneria gestionale si presta a diversi livelli di lettura. Di certo, però, l’analisi non può esaurirsi nel sistematico svilimento della formazione accademica o nella convinzione che l’Università sia “spacciata” di fronte al digitale, perché incapace di formare i giovani al lavoro.

Il discorso, molto complesso, richiede necessariamente una riflessione sistematica ampia, non solo dell’università, ma della politica, dell’economia, più in generale di chi ha interesse a salvaguardare la cosa pubblica; qualcosa che aggiri le resistenze degli intellettuali a indignarsi per chi ha successo senza laurea, così come le arroganze degli analfabeti funzionali che realmente pensano si possa licenziare la cultura come qualcosa “fuori moda”.

La notizia: certificati Google equiparati a laurea quadriennale

Partiamo dalla notizia, spesso fraintesa dai media, che hanno parlato di “laurea”. “Nelle nostre assunzioni, ora tratteremo questi nuovi certificati di carriera come l’equivalente di una laurea quadriennale per ruoli correlati”. Questo l’annuncio comparso su Twitter il 13 luglio scorso da parte di Kent Walker, vice-presidente senior degli affari aziendali di Google.

Devo confessarlo: la prima reazione appena ho letto la notizia dell’Università di Google è stata storcere il naso ed abbracciare con nichilismo apocalittico l’idea di essere giunti alla fine della formazione di alto livello, associando in un irrazionale link mentale la caduta culturale mondiale ad un perfetto esito di un anno bisestile con pandemia annessa.

Per quanto sia consapevole che la resistenza al cambiamento sia innata nell’essere umano, so anche che quando si parla di tecnologie è più utile essere disponibili ed aperti, così sono andata oltre le inferenze immediate.

Consumazione immediata vs capacità critica

In un’età in cui la consumazione immediata, personale, diretta e tangibile è all’ordine del giorno, lavorare con la cultura, immateriale, complicata e “sociale” (in un’accezione che oggi si fa quasi fatica a comprendere), è qualcosa di realmente complesso. Si fa sempre più difficile il ruolo di chi deve confrontarsi con studenti della triennale, magari in discipline digitali chiedendo loro impegno, esercitazioni, molte letture, tanto confronto e capacità critica, tutte cose per cui serve necessariamente tempo, senza che il voto di uno dei tanti esami che devono sostenere possa essere direttamente spendibile.

Un problema di comunicazione

A mio parere la questione nasce da un errore di fondo ed è un errore di comunicazione: il termine università associato ai corsi di Google ed il paragone della formazione offerta dai certificati con quella accademica, necessaria per conseguire il diploma di laurea.

Partiamo da un presupposto: la Google University con l’Università non c’entra nulla, sia perché il titolo non ha attualmente valore legale, sia perché è la cosa più lontana dalla formazione accademica che ci sia. Se cerchiamo su Google la definizione della Google University (GU) troviamo: è stato ideato per i partner di tutto il mondo che desiderano imparare a commercializzare, vendere, ordinare, implementare e supportare in modo efficace i prodotti business.”

Una meravigliosa attività di employer branding che al contempo aumenta il ruolo monopolistico della Big G.

Si tratta quindi dell’uso letterale del termine università [dalla Treccani, dal lat. universĭtas -atis, propr. «totalità, universalità», der. di universus (v. universo1); dal sign. mediev. di «corporazione, insieme di persone associate»] un’aggregazione di tutti coloro che lavorano attorno a Google, finalizzata a creare competenze utili a supportare la vendita dei prodotti dell’Azienda stessa. In sostanza, una straordinaria dimostrazione di potere e lungimiranza. Una comunità di persone che viene formata per lavorare affinché l’azienda stessa cresca e si sviluppi. Chapeau.

La grande azienda, come sempre, ha letto la realtà ed ha colto un’esigenza urgente della società americana (e non solo) soprattutto a fronte dell’emergenza sanitaria e relativa crisi economica ed ha risposto con rapidità offrendo sul mercato americano un prodotto che sembra rispondere esattamente all’unica cosa che si possa desiderare in un momento di grande crisi economica: una soluzione facile, economica e (quasi) sicura per trovare lavoro.

Sembra di trovarci tra le pagine del romanzo fantascientifico distopico del 2013 di Dave Eggers “Il Cerchio”[1] e mi rendo conto sia complesso mantenere la lucidità.

Competenze disponibili e conoscenze multidisciplinari

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Non mancano, nel commentare la notizia dei corsi universitari ristretti proposti da Google, giornali che invocano la necessità dell’università di chinare la testa dinnanzi a queste nuove tendenze ed accettare la necessità di corsi più “easy” (l’inglese è del tutto voluto) orientati all’occupabilità degli studenti. Si avverte una diffusa urgenza ad evitare che i giovani “perdano tempo” con le conoscenze non usabili immediatamente nel mondo del lavoro, soprattutto se molte grandi aziende (tra cui nomi quali Tesla, Spotify e Google ovviamente) assicurano che il diploma di laurea non serve. Dopo sei mesi di formazione super specialistica, sei assumibile[2].

Il vecchio apprendistato, per capirci, ma che non limitandosi a guardare i corsi professionalizzanti, vuole occupare lo spazio della formazione accademica.

La crisi economica e sociale ci fa guardare ancora con più preoccupazione al mondo della formazione superiore, soprattutto leggendo gli ultimi dati emersi dal Desi Index 2020 sull’Italia, in cui risultiamo ultimi in termini di capitale umano.[3]

La scarsa fiducia nel potere dell’accademia di accompagnare gli studenti nel mondo del lavoro è parte del problema del pregiudizio che rischia di rendere il discorso tra certificati (o corsi brevissimi) e diplomi universitari dicotomico e non dialogico. Guardando in casa, secondo i dati Eurostat, la performance del nostro Paese in materia di istruzione universitaria paragonata a quelle europee non è tra le migliori: solo il 27,6% delle persone tra i 30 e i 34 anni ha portato a termine il proprio percorso universitario. Arriviamo penultimi, grazie alla Romania che resta in coda. Si aggiunga a questo che nel report pubblicato annualmente dall’Unione Europea per aggiornare il conto dei posti di lavoro disponibili nel settore digitali, continuano ad essere disponibili milioni di ruoli, non coperti per mancanza sia di candidati che di competenze[4].

Il digitale ha bisogno sicuramente di competenze, sempre più veloci da acquisire e l’università come istituzione ha il dovere di rispondere a questa necessità, ma suo compito è anche e soprattutto garantire che alla crescita della technè corrisponda un altrettanto valido sviluppo dell’episteme. Per quest’ultima ci vuole tempo.

Se non si comprende questo abbiamo un problema, senza dubbio, ma non è la Google University.

Abbiamo il problema della “scomparsa del pensiero”, quella che Bencivenga [5] chiama “catastrofe gentile”, silenziosa e devastante: lo sviluppo digitale e il sempre maggior proliferare degli strumenti di comunicazione connessi pervasivamente in ogni aspetto della nostra esistenza, senza che di pari passo si siano create le condizioni per comprenderne gli effetti.

Il loro dominare ogni forma di informazione e comunicazione attraverso l’apologia della velocità e della potenza connettiva, contrasta con il tempo lento e faticoso del pensiero logico e della riflessione.

Quindi alle nuove generazioni per le quali l’uso del digitale non è una novità, precisamente, cosa stiamo offrendo in termini di sviluppo culturale? Il rischio è ridurre il digitale ad un problema tecnologico, ignorando del tutto le implicazioni psico-sociali del suo utilizzo.

Una riflessione che torna quanto mai attuale, nell’analisi che in tempi non sospetti Galimberti ha riservato all’antropologia della tecnica[6], sottolineando come la cultura delle cose abbia superato quella degli individui, che non dominano più le tecnologie ma ne sono dominati.

La rivoluzione silenziosa

Con il digitale ci siamo resi conto che la velocità del progresso tecnologico è tale che la nostra cognizione, di per sé resistente al cambiamento, non riesca a stare al passo. Utilizziamo prodotti anche senza conoscerli bene, il sottoutilizzo delle tecnologie è la norma ed ancora più complesso è, troppo spesso, comprendere le implicazioni del loro utilizzo.

Come durante la Rivoluzione Industriale è stato necessario creare nuove figure professionali, gli operai specializzati, ed aumentare il livello globale di alfabetizzazione, così ad oggi, con la Rivoluzione Digitale da una parte servono delle figure, tecnicamente specializzate, che sappiano gestire i tecnicismi dietro alle app ed ai supporti che permettono la diffusione efficace della comunicazione digitale, dall’altra si devono diffondere nella società le basi per un uso consapevole degli strumenti, diffondendo un’alfabetizzazione digitale che vada oltre i rudimenti meramente informatici.

C’è una netta distinzione però tra acquisire tecniche e maturare conoscenze.

Il digitale, per quanto nei fatti sia tutt’altro che un tema recente, nell’ottica dello sviluppo delle comunicazioni di massa è una rivoluzione di paradigma relativamente nuova. Non ha cambiato solo una disciplina, ma ha cambiato il mondo, nel bene e nel male, il nostro modo di viverlo e di concepirlo, e come ci ha insegnato Thomas Khun, davanti ai salti di paradigma restare legati ai vecchi modelli di pensiero può essere dannoso o addirittura distruttivo.

Senza dubbio, è stato scritto e detto tanto, ma nei fatti c’è ancora resistenza ad usare nuove visioni e nuove pratiche che vadano oltre le mode create dai monopolisti della rete, che guidano a tutti gli effetti le pratiche di massa.

Se lo inserissimo nel calendario cosmico di Sagan – giusto per fare un esempio – sarebbe a pochi millesimi di secondo prima del 31 dicembre.

Nel world Economic Forum, lo scorso gennaio, si parlava di “reskilling emergency[7] come necessità della rivoluzione 4.0 – prevedendo entro il 2030 il coinvolgimento di almeno un miliardo di persone in un processo tutto orientato al digitale. Un colpo di acceleratore a questa esigenza è stato dato dall’emergenza sanitaria e la relativa crisi economica e sociale che stiamo vivendo, che hanno fatto sì che il mondo avesse gli occhi puntati sul digitale e sulle sue potenzialità, molto più di prima.

Nei mesi di lockdown la tecnologia digitale è stato un vero e proprio Deus ex machina, oltre a garantire la connettività e la socialità nonostante il virus, ha permesso a molti di continuare a lavorare e alle università di non interrompere del tutto la propria formazione, riabilitandosi nell’immaginario collettivo, tra vari odi et amo, come la condizione essenziale per lo sviluppo economico e sociale dei prossimi tempi. Di fatto lo era già prima, ma doveva lottare con un approccio naif – soprattutto in Italia – che ne procrastinava lo sviluppo in vari modi.

Gli esperti di smart working hanno rabbrividito a sentir usare questo nome per le forme di lavoro domiciliare nato in emergenza, così come gli esperti di elearning hanno storto il naso dinanzi ad una formazione a distanza improvvisata nei mesi scorsi: tutte forme maldestre di uso del digitale che guardano alla tecnologia invece che ai processi.

Ci si è resi conto una volta per tutte che lo sviluppo di una cultura digitale non può più attendere, ma anche di non essere assolutamente ancora preparati a questo cambiamento.

Servono nuove figure professionali che supportino lo stesso sviluppo digitale di massa, che nonostante l’urgenza non può essere affidato a corsi bignami a buon mercato o con un mero aumento quantitativo dei supporti tecnologici. Richiede di volta in volta riflessioni complesse tre privacy, usabilità, progettazione ed impatti psicologici e sociali, solo per citare alcune delle questioni coinvolte dalla connettività digitale. Un approccio che mescoli competenze, conoscenze e visioni.

Conclusioni

La Digital Society ha un problema ed è che le manca fiducia nella capacità della cultura di stare al passo alle sue evoluzioni e di offrirle quella visione a lungo termine che possa riportare lo strumento al suo posto, lasciando il comando dello sviluppo all’individuo e non alla tecnologia.

Ridurre il discorso legato alla formazione alla mera produttività del lavoro, per quanto senza dubbio importante, non garantisce una vision a lungo termine per la comunità. Al contrario, investire sulle persone e sulla loro formazione resta uno dei driver imprescindibili dello sviluppo economico e sociale di un Paese, l’innovazione e la crescita, soprattutto in ottica di un aumento della qualità della vita dei cittadini, per la spinta alla riduzione della povertà materiale e culturale, che rischia di accettare come legittimo lo spazio dell’analfabetismo funzionale che si fa sempre più invadente.

La tecnologia da sola non può nulla. La cosa pubblica, le università, le aziende sono chiamate ad affrontare una sfida nell’adattarsi con velocità e agilità per soddisfare le esigenze di digitalizzazione. Lo hanno fatto in emergenza, come hanno potuto, ma dovranno inevitabilmente guardare all’educazione ed all’integrazione di saperi, per affrontare il complesso e multisfaccettato impegno che richiederà un intervento più sistematico nel futuro prossimo.

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  1. Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori, 2014
  2. Oltre Google altre grandi aziende, come Tesla e Spotify e le 50 sottoscrittrici del progetto di Coursera.
  3. Secondo Eurostat solo il 42% dei nostri connazionali tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno a livello base (58% media Ue). Nello specifico solo l’1% dei laureati italiani ha un titolo in ambito Ict e la percentuale di specialisti in Ict che ha raggiunto il 3,6% dell’occupazione totale è ancora lontana dalla media Ue (4,2%). Per approfondimenti: https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/desi
  4. Oltre a questo, il 56% degli sviluppatori nel mondo non ha un diploma, ma è autodidatta perché la rapidità dello sviluppo tecnologico rende obsoleti molti apprendimenti in brevissimo tempo.
  5. Bencivenga E, La scomparsa del pensiero. Perché non possiamo rinunciare a ragionare con la nostra testa. Feltrinelli 2017
  6. Galimberti U, Psiche e Techne, L’uomo nell’età della tecnica Feltrinelli 2009 (settima ed)
  7. Saadia Zahidi, Gennaio 2020: https://www.weforum.org/agenda/2020/01/reskilling-revolution-jobs-future-skills/
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