tecno-capitalismo

Il ritorno del “sindacato” nell’era digitale: contro lo strapotere dell’algoritmo

Le proteste collettive dei lavoratori in molte aziende tech (da Uber a Google). Nell’era digitale, il sindacato saprà trovare il modo di ricomporre un “noi” capace di riappropriarsi della dignità e della libertà del proprio lavoro, rivendicandolo nuovamente quale diritto e non più ridotto a merce

23 Dic 2019
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria


Rivolte dei riders per avere maggiori tutele contrattuali. Rivolte degli youtubers a difesa dei propri interessi nei confronti di Google. Scioperi in Amazon per avere condizioni di lavoro migliori. Le due marce di protesta in Google (l’ultima a novembre) per i diritti di tutti i lavoratori, contro le discriminazioni salariali subite dai contractors e dalle donne.

E non solo.

Sta forse rinascendo dalle sue ceneri – come la mitica Fenice – un nuovo conflitto sociale, politico e sindacale? E il sindacato – parte fondamentale della democrazia nel ‘900 ma ancora di più oggi quando, per effetto delle tecnologie di rete si realizza il sogno di ogni imprenditore, da Ford a Bezos, di fare a meno/eliminare il sindacato, per poter avere mano libera nel comando sul lavoro, sulla sua organizzazione e sul suo prezzo e quindi sugli uomini) – il sindacato troverà cioè il modo di ricomporre un noi capace di riappropriarsi della dignità e della libertà del proprio lavoro, rivendicandolo nuovamente quale diritto (come scritto in Costituzione) e non più ridotto a merce (secondo i voleri e la biopolitica del tecno-capitalismo)?

Dopo trent’anni di cinico sfruttamento del lavoro umano e dalla vita umana messa totalmente al lavoro per profitto privato (e ora sotto ricatto di una nuova disoccupazione tecnologica) – tutto ripartito tra pluslavoro crescente; prolungamento della giornata lavorativa fino alla indistinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro; liberalizzazione del mercato e riduzione delle tutele legali (dal Pacchetto Treu al Jobs Act); flessibilità che diventa (o meglio: è) precarietà; persistente ma ben mascherata alienazione del nuovo proletariato digitale (tutti noi che produciamo, consumiamo, generiamo dati nella fabbrica integrata chiamata rete); totale identificazione/sussunzione di tutti nel totalitarismo tecnico e capitalistico – forse stiamo davvero assistendo alla rinascita della marxiana coscienza di classe o di una classe non solo in sé (2 miliardi e più di proletari nel mondo dovrebbero bastare per fare la rivoluzione e invece tutti si assoggettano al sistema); ma anche e soprattutto classe per sé – o almeno la consapevolezza che il sistema capitalistico e tecnico ci ha fregato e che è tempo di dirgli di smettere, per il bene della società, dell’umano e della biosfera?

Gli sfruttati si ribellano?

Così portando finalmente gli sfruttati – dopo trent’anni di propaganda neoliberale e tecnica che aveva fatto loro credere fideisticamente di poter essere liberi imprenditori di se stessi, virtuoso capitale umano, lavoratori post-fordisti creativi e intelligenti nell’economia della conoscenza e dell’immaterialità e che, grazie alle tecnologie di rete avrebbero lavorato meno, fatto meno fatica e avuto più tempo libero – a ribellarsi e a mettere in discussione l’intero sistema, immaginandone uno diverso, sostenibile socialmente ed ecologicamente? Riscoprendo magari infine – non è mai troppo tardi per uscire dalla caverna platonica – ciò che scriveva centocinquant’anni fa Karl Marx, ovvero che il capitalismo (e i capitalisti, oggi quelli della Silicon Valley) non producono e poi vendono beni per soddisfare i bisogni sociali e i bisogni di una umanità socialmente evoluta (secondo il valore d’uso dei beni), bensì si appropriano del lavoro (della forza lavoro e del suo pluslavoro) degli uomini per fini di profitto privato (dei capitalisti, non delle persone), cioè di plusvalore/profitto sulla base del valore di scambio/denaro delle merci. Per farlo – negando l’individuo moderno e liberale, ma ingegnerizzandone i comportamenti secondo le esigenze della rivoluzione industriale – il sistema è passato dalle vecchie discipline delle prime manifatture (devi fare ciò che ti dico di fare, accettando-subendo il comando del mio potere di capitalista), alle biopolitiche neoliberali e tecniche (devi credere di fare liberamente ciò che io capitalista/capitalismo ti ho portato/indotto a dover fare). Ovvero, il comando del tecno-capitalismo – sotto forma soft di biopolitica – è stato ormai introiettato da ciascuno e si è fatto comando in forma di folla e di sciame, tutti facciamo le stesse cose, utili però solo alla riproducibilità del sistema che ci assoggetta, credendo però di essere liberi individui, magari anche un poco anarcoidi.

Come scrive il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han sulla scia di, ma un poco oltre Michel Foucault, il neoliberismo e la tecnica giocano molto sull’idea di un individuo libero di scegliere e di fare, ma sempre secondo quanto deciso dal sistema di mercato e tecnico (dove è sempre l’offerta a predeterminare, attivandola eteronomamente, la domanda), essendo un sistema integrato e “molto efficace nello sfruttare la libertà, intelligente perfino: viene sfruttato tutto ciò che rientra nelle pratiche e nelle forme espressive della libertà, come l’emozione, il gioco e la comunicazione. Sfruttare qualcuno contro la sua volontà non è efficace: nel caso dello sfruttamento da parte di altri il rendimento è assai basso. Soltanto lo sfruttamento della libertà raggiunge il massimo rendimento” (Psicopolitica, 2016). E proseguiva: “Il regime neoliberale trasforma lo sfruttamento da parte di altri, in autosfruttamento. Inoltre, in conseguenza dell’isolamento di ciascuno – soggetto di prestazione che sfrutta se stesso – non si forma neppure un noi politico capace di un agire in comune”.

E se invece oggi, fosse proprio questo noi politico a rinascere, sconfiggendo l’egemonia totalitaria neoliberale e tecnica, il suo pensiero omologato e il suo agire omologante sull’immaginario collettivo, il suo diktat/comando biopolitico secondo cui non ci sono alternative e l’unico scopo della vita umana è solo quello di adattarsi al sistema, fornendogli – in mobilitazione totale – il massimo delle proprie prestazioni di lavoro di produzione, di consumo, di generazione di dati?

Principio speranza o principio di prestazione

Meglio non correre troppo avanti con la speranza, troppe sono state le delusioni di questi ultimi trent’anni, dai no global ad Occupy Wall Street, passando per le primavere arabe e arrivando ai giovani di Hong Kong e ai cileni che contestano le politiche neoliberali introdotte dal fascista Pinochet e mantenute di fatto anche dopo la sua morte. Ma certamente qualcosa sta accadendo.

Da non sottovalutare; ma neppure da sopravvalutare, sempre ricordando che il capitalismo è trasformista per natura e per vocazione e che soprattutto – ancora Byung-Chul Han: “Il potere intelligente, benevolo non opera frontalmente contro la volontà dei soggetti sottomessi, ma li guida secondo il proprio profitto. Esso è più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo. Si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle. Seduce, invece di proibire. (…) E ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere le nostre opinioni, i nostri bisogni, desideri o preferenze e a raccontare la nostra vita. Si sottrae ad ogni visibilità. (…) [chiedendoci però la massima visibilità, trasparenza, profilabilità]. Il neoliberalismo è il capitalismo del like e si distingue dal capitalismo del XIX secolo, che operava mediante obblighi e divieti disciplinari. Il potere intelligente legge e interpreta i nostri pensieri consci e inconsci. Si basa su un’auto-organizzazione e un’auto-ottimizzazione volontarie”.

Il fine perseguito dal sistema – noi essendone pezzi/parti funzionali governate e organizzate (amministrate e guidaste nei nostri comportamenti) da tecnica e da mercato? Appunto: “che ciascuno realizzi prestazioni di sé sempre maggiori”: e quindi ancora il pluslavoro da accrescere ma soprattutto da nascondere (nel nome del lavori quanto vuoi, quando vuoi); l’allungamento della giornata lavorativa e il fare sempre più velocemente non solo una cosa alla volta ma molte cose insieme; la produttività da aumentare e i costi da ridurre, salari compresi; l’alienazione da mascherare per realizzare la sussunzione soft – e quindi non percepita – di tutti nell’apparato, eccetera.

A sua volta, scriveva Marcuse (L’uomo a una dimensione): “Il progresso tecnico esteso a tutto un sistema di dominio e di coordinazione crea forme di vita e di potere che appaiono conciliare le forze che si oppongono al sistema, e sconfiggere o confutare ogni protesta formulata in nome delle prospettive storiche di libertà dalla fatica e dal dominio. Questa capacità di contenere il mutamento sociale è forse il successo più caratteristico della società industriale avanzata; l’accettazione generale dello scopo nazionale, le misure politiche avallate da tutti i partiti, il declino del pluralismo, la connivenza del mondo degli affari e dei sindacati entro lo stato forte, sono altrettante testimonianze di quell’integrazione degli opposti che è al tempo stesso il risultato, non meno che il requisito, di tale successo”.

Ovvero: contenere il mutamento, integrare le opposizioni, far declinare il pluralismo, eliminare il conflitto di idee, produrre l’in-differenza tra destra e sinistra – e sembra la realtà di oggi e non solo quella degli anni ’60 in cui Marcuse scriveva il suo saggio – e oggi usare il populismo come apparente contestazione del sistema, in realtà per continuare le politiche del sistema in altra forma e modo, secondo l’imperativo del neoliberista von Hayek, per cui è meglio una dittatura favorevole al mercato, che una democrazia contraria al mercato, ovvero massima libertà e massima illusione di libertà nel mercato e nella rete, anche con l’azzeramento della democrazia, se necessario (oggi, nel populismo digitale): e questo, molteplice nelle sue forme di esercizio del potere e di sua riproduzione infinita – è appunto il bio-potere totalitario del tecno-capitalismo, posto che il fine (il profitto) giustifica ogni mezzo per ottenerlo (la psicopolitica e/o il populismo e l’autoritarismo).

Il trasformismo infinito del capitalismo

Di più, sempre Marcuse: “Come universo tecnologico, la società industriale avanzata è un universo politico, l’ultimo stadio della realizzazione di un progetto storico specifico, vale a dire l’esperienza, la trasformazione, l’organizzazione della natura come mero oggetto di dominio. Via via che il progetto si dispiega, esso plasma l’intero universo del discorso e dell’azione, della cultura intellettuale e di quella materiale. Entro il medium costituito dalla tecnologia, la cultura, la politica e l’economia si fondono in un sistema onnipresente che assorbe o respinge tutte le alternative. (…) La razionalità tecnologica è divenuta razionalità politica”. Con gli uomini spogliati della loro individualità non per costrizioni esterne, come ieri, ma per la stessa razionalizzazione economica e tecnica della loro vita.

Ma se questo è vero, allora e appunto ogni tentativo di contestare il sistema, di rifare conflitto sociale e sindacale si scontra sempre contro il muro di gomma politico della società industriale avanzata di ieri e ancor più di oggi, dove la cosiddetta quarta rivoluzione industriale è solo la quarta fase di una lunghissima e incessante rivoluzione industriale, dove a mutare è solo il mezzo di connessione/produzione prevalente in ogni singola fase storica: ieri la catena di montaggio, oggi la rete come fabbrica integrata diffusa, con un comando altrettanto diffuso. Mentre resta sempre immodificata (ma sempre affinata in termini di efficienza e di razionalità strumentale e calcolante, di sincronizzazione/accelerazione e di integrazione/identificazione/sussunzione di ciascuno con l’apparato che lo contiene, lo guida e in cui deve sciogliere la propria individualità e libertà), la legge ferrea o la nuova gabbia d’acciaio weberiana del tecno-capitalismo, cioè: prima suddividere/individualizzare il lavoro, il consumo e la vita individuale e sociale, per poi integrare/totalizzare tutto e tutti nell’apparato organizzativo – sia esso un’impresa, la rete, un brand, un social, una community, l’IoT, l’ibridazione/sussunzione uomo-macchina, l’Industria 4.0 e la nuova fabbrica integrata chiamata appunto rete.

La falsa Industria 4.0

Chi sono oggi gli sfruttati che dovrebbero ribellarsi, scioperare, disconnettersi? Ma soprattutto, sanno dov’è il vero potere e come esso si esercita su di loro modificando/ingegnerizzando i comportamenti individuali e collettivi per renderli funzionali alla propria riproducibilità infinita di sistema? Sono i lavoratori precari, i riders di Foodora e gli autisti di Uber, i dipendenti di Amazon. Ma anche i pochi veri lavoratori della conoscenza anch’essi uberizzati; i raccoglitori di pomodori; i lavoratori in co-working e in smart-working.

Ma senza tutela, nei confronti del gigante dell’algoritmo, si sentono anche molti youtubers, che fanno della creatività il proprio lavoro. Tanto che alcuni di loro si sono iscritti a IG Metall, uno dei più antichi e importanti sindacati tedeschi, lanciando FairTube, un’iniziativa per opporsi allo strapotere della piattaforma. Non sono più disposti a darle la possibilità di incidere sulle loro vite lavorative in modo totalitario, senza alcun contraddittorio.

Ma anche i lavoratori dell’Industria 4.0: che non è quel mondo meraviglioso e innovativo, digitale e intellettuale/di conoscenza che viene vantato acriticamente dai media, dai governi e dalla Confindustria, ma anche un mondo di sfruttamento accresciuto del lavoro. Una Industria 4.0 che sembra quindi molto 0.0, molto tayloristica, anche se digitalizzata: “La ricerca [della Fiom di Milano e della Fondazione Sabattini, coordinata da Matteo Gaddi] ha evidenziato che le tecnologie 4.0 combinate con i sistemi organizzativi della lean production, determinano una forte compressione dei tempi ciclo, un peggioramento dei ritmi di lavoro e un aumento delle saturazioni, intensificando così la prestazione lavorativa. (…). Per cercare di nascondere questi effetti, il tentativo delle aziende è quello di ‘oggettivare’ tempi e ritmi, dando loro una parvenza di scientificità incorporandoli in dispositivi e procedure e sottraendoli quindi alla contrattazione formale e informale. I tempi ciclo (…) vengono presentati come qualcosa di oggettivo, determinato unicamente dalla tecnologia e, oltretutto, nascosto alla percezione dei lavoratori. Gli strumenti informatici sono funzionali a questo scopo: tramite la lettura dei codici a barre collegati con gli ordini di lavoro, con lettori ottici e PC a bordo macchina/linea, oppure con comunicazione via MES [Manufacturing Execution System], all’operatore viene imposto il tempo ciclo entro il quale concludere l’operazione. Contestualmente si avvia il conteggio del tempo effettivamente impiegato, consentendo in tal modo il controllo in tempo reale e in remoto della prestazione lavorativa”. Se questo è il nuovo che avanza e che non si deve fermare…

Qualcosa che vale per l’Italia, ma anche, ad esempio per la Gran Bretagna, dove tra il 2016 e il 2019 il numero di persone che lavora per piattaforme digitali è raddoppiato, arrivando a 4,7 milioni, mentre i lavoratori precari(zzati) sono quasi 10 milioni, un trend che nasce con la gig economy ma che ormai coinvolge ogni fascia di lavoro e di popolazione – avverandosi con un po’ di ritardo la previsione di Marx sulla proletarizzazione e impoverimento generale della società capitalistica. Davanti a questo processo di scomposizione sociale permesso dalle nuove tecnologie, di tecnologico divide et impera globale e diffuso, di atomizzazione sociale e di isolamento degli individui pur connessi nella fabbrica-rete e messi al lavoro in forma sì precarizzata ma perfettamente integrata nella stessa fabbrica-rete, in modo funzionale alla nuova organizzazione del lavoro diffuso/pervasivo/incessante/flessibile-just-in-time; ma davanti anche a un nuovo lavoro a domicilio – ancora un richiamo a Marx – oggi con il pc), il sindacato non poteva che entrare in crisi, così come è entrato in crisi lo strumento dello sciopero: contro chi? Contro un algoritmo? Perché scioperare, se farlo significa perdere il precario posto di lavoro ottenuto?

La marcia Google per i diritti civili dei lavoratori

Attenzione: le proteste non riguardano solo i diritti sociali, ma anche quelli “civili” contro le discriminazioni. Per questo motivo la famosa marcia di Google (Google Walkout) dell’anno scorso per le disparità di stipendio delle donne e a tutela di una parità di trattamento anche delle minoranze etniche in azienda. Marcia ripetuta a novembre e ha portato al licenziamento di alcuni organizzatori, come denunciato dal New York Times.

Anche i dipendenti che hanno partecipato alla prima grande marcia hanno poi denunciato di aver subito ritorsioni, mobbing, fino al licenziamento (l’azienda nega sia stato quello il motivo); ma da quell’esperienza dicono di aver tratto una lezione importante: e così ora hanno preso l’abitudine di discutere collettivamente le questioni “sindacali” che riguardano anche singoli lavoratori.

Si è rotto quel muro, tra persone, tipico delle aziende digitali. Finora impermeabili a una gestione sindacale di contenziosi e questioni che possono contrapporre lavoratori e azienda.

I lavoratori hanno quindi scoperto la necessità di tornare a una lotta collettiva.

La rinascita del sindacato

Oggi quindi il sindacato rinasce? È decisamente auspicabile, perché il numero – ancora Marx e le categorie del ‘900 che ritornano – è l’unico modo per i lavoratori di difendersi dalla pre-potenza dell’impresa-imprenditore/algoritmo-piattaforma neoliberale. Come contrattare gli algoritmi? Usando gli algoritmi di WhatsApp per riunirsi tra sconosciuti in una piazza, magari ordinandosi reciprocamente una pizza? Organizzare uno sciopero attivando il logoff? Come creare – soprattutto – una coscienza collettiva, un noi politico/sindacale, se ciascuno ha un contratto di lavoro diverso dai colleghi, se la società esalta ad ogni passo l’individualismo, l’egoismo, l’egotismo, la competizione tra lavoratori (ancora Marx)?

Con chi dialogare/contrattare, se dall’altra parte c’è solo un algoritmo? E di chi è l’algoritmo, chi lo ha programmato e perché in quel modo? E se poi l’algoritmo impara da solo? Come uscire dal controllo spionistico e capillare/individuale permesso dalla rete (tutto meno che liberale, democratica e libertaria, ma appunto, sempre più totalitaria), se il nuovo articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, introdotto con il JobsAct prevede che non sia soggetto ad accordo sindacale (né all’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro), l’utilizzo di strumenti che possano permettere il controllo a distanza, nel caso in cui siano utilizzati dal lavoratore per svolgere la sua prestazione lavorativa – e oggi tutte le macchine incorporano tali strumenti di controllo a distanza?

Da Marx a Beveridge

Abbiamo citato molte volte Marx. In realtà dobbiamo rifarci anche a un liberale inglese come William Beveridge, secondo il quale (1942) il mercato del lavoro deve sempre tutelare la parte debole del rapporto di lavoro, cioè il lavoratore – mentre negli ultimi trent’anni gli stati hanno sempre favorito la parte forte del rapporto di lavoro, cioè l’impresa (per cui, come ha scritto l’economista Joseph Stiglitz, anche la conseguente crescita delle disuguaglianze è stata una scelta politica deliberata). Beveridge ammettendo anche l’abolizione della proprietà privata se “necessaria per assicurare la piena occupazione”. Ecco, accanto a una ripresa del sindacato e del conflitto sociale, necessaria per non morire capitalisti, restando umani, occorre anche uscire dal pensiero neoliberale e tecnico (dalla sua razionalità solo calcolante/industriale) e rimettere quindi al centro l’uomo e i suoi diritti, recuperando un pensiero anche liberale alla Beveridge. Non sognando un ritorno al lavoro novecentesco – nessuno lo rimpiange – ma per arrivare davvero a una società in cui l’uomo, il suo lavoro e i diritti connessi (sociali ma anche politici e civili) siano il fine della polis e della politica (soprattutto di sinistra, se esistesse ancora una sinistra).

Perché, come abbiamo ricordato , “se la democrazia (…) è il governo mediante il dibattito; se in un sistema democratico non possono e non devono esistere spazi/luoghi esclusi dalla democrazia, altrimenti si nega la democrazia tutta (….); se la democrazia è possibile solo grazie alla esistenza di una società civile (movimenti, partiti, associazionismo, soprattutto sindacati, mass media indipendenti) che faccia appunto dibattito, discussione e poi decisione; se la democrazia presuppone l’esistenza di cittadini capaci di attivarsi in autonomia e responsabilmente/consapevolmente per decidere insieme e non di sudditi/nodi attivati/agiti/mobilitati dal potere; se la democrazia deve – perché sia tale de facto e non solo de iure – basarsi sulla separazione e sul bilanciamento dei poteri e sulla esclusione a priori di un potere unico superiore; e se la democrazia è una grammatica politica, un processo e non un esito stabilizzato e soprattutto è uno spazio pubblico e aperto – allora anche l’impresa privata [e anche le piattaforme sono imprese private, come lo sono i social] deve essere (o tornare ad essere) democratica. Altrimenti – se non si ri-democratizza l’impresa rovesciando il modello oggi dominante (anche in politica) – nessuna democrazia sarà più possibile e ci adatteremo (come richiesto/perseguito dal neoliberalismo e dalla tecnica) anche alla sua fine (perché non ci sono alternative), delegando tutto a un imprenditore della politica o, peggio, a un algoritmo che governerà una polis-non-più polis ma pura impresa autocratica/integrata o società amministrata”.

E il conflitto sociale/sindacale – oggi che ricordiamo i cinquant’anni dall’Autunno caldo, grande stagione per una migliore redistribuzione della ricchezza prodotta e per una democrazia anche oltre i cancelli delle fabbriche – conflitto che è soprattutto di idee e rivendicazione di diritti e di dignità della persona, deve tornare sulla scena delle nostre democrazie addomesticate/bloccate (ancora Marcuse). Perché, scrive la liberale critica Nadia Urbinati, in democrazia, il diritto al dissenso è fondamentale, un dissenso critico, “come a voler stare in guardia dal confondere la condivisione ai fondamenti democratici con il conformismo e l’adesione acritica all’opinione più diffusa o generale su quale debba essere il modo migliore di interpretare quei fondamenti. Avere una grammatica comune, condividere alcuni beni comuni non implica non avere ragioni per dissentire su come e dove applicare le regole, ovvero su che cosa dire o credere, su come interpretare l’uso di quei beni”.

Davanti a questo tecno-capitalismo che non muore, ragioni per dissentire ve ne sono oltre ogni dubbio. Farlo è necessario ma difficile, per tutte le ragioni viste sopra. Ma sempre l’ottimismo della volontà deve vincere sul pessimismo della ragione. Non farlo ci renderebbe complici di un sistema irrazionale, dis-umanizzante/post-umanizzante e nichilista.

*********************************************************************************************

Bibliografia

Lelio Demichelis, La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, Jaca Book, Milano, 2018

Han Byung-Chul, Psicopolitica, Nottetempo, Roma, 2016

Matteo Gaddi, Industria 4.0. Più liberi o più sfruttati?, Fondazione Sabattini-Punto Rosso, Bologna-Milano, 2019

Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1997

Re David F., Tempi (retro)moderni. Il lavoro nella fabbrica-rete, Jaca Book, Milano, 2018

Nadia Urbinati, Liberi e uguali, Laterza, Roma-Bari, 2011

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 3