studio e ricerca

Le parole sono importanti: ecco i segreti di un linguista che tornano utili a tutti

Studiare la lingua e le parole è come mettersi degli occhiali che permettono di vedere la realtà che ci attornia con nitidezza sempre maggiore. Ed è divertente anche. Ecco allora spiegato come lavora un linguista, quali sono i suoi strumenti e perché tutti dovremmo avere la curiosità di non smettere mai di imparare

22 Mag 2019
Vera Gheno

sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall'ungherese. Docente a contratto presso l'Università di Firenze, collaboratrice Zanichelli


Ho sempre avuto difficoltà a rispondere alla domanda “Che lavoro fai?”, tanto più quando dichiaro di essere una linguista, per l’esattezza una sociolinguista. E proprio per spiegare in cosa consiste il lavoro di ricerca linguistica – nel mio caso soprattutto, ma non solo, ai fini della consulenza per il largo pubblico – ho pensato di scrivere questo breve pezzo in cui illustro alcuni esempi di come mi capita di lavorare.

Anche un linguista non finisce mai di imparare

Poniamo di partire da una domanda fatta da una persona su uno specifico argomento linguistico. Va fatta una premessa: un linguista non dovrebbe mai considerare banale nessun dubbio, perché può sempre portare a un arricchimento, a una scoperta, anche in termini di false convinzioni che noi stessi potevamo avere. La formazione in campo linguistico, infatti, è continua. Impropriamente, forse, ma in maniera visivamente efficace, si potrebbe dire che la conoscenza linguistica è come un frattale: ogni piccola questione, se analizzata nel dettaglio, mostra profondità e complessità inaspettate; un po’ come quando si smuove un grosso sasso in un prato e sotto si scoprono piccoli mondi di radici e insetti. Non arriva mai, credo, il momento in cui uno possa dire “ora so tutto”. Quindi, tolta di mezzo la tentazione di esclamare “ma che domanda sciocca!” (quella, normalmente, è la reazione dei non-linguisti!), si inizia a lavorare sulla risposta.

L’importanza del dizionario

Un primo aiuto arriva quasi sempre dai dizionari dell’uso, cioè quelli che si occupano della lingua del presente. Ci sono anche altri tipi di dizionari, lo vedremo tra un attimo. Oltre a quelli cartacei, in rete esistono ottimi dizionari, per esempio il Nuovo De Mauro, il Sabatini-Coletti oppure lo Zingarelli, che è a pagamento (ma che è un ottimo investimento, dato che viene costantemente aggiornato). Con la consultazione dei dizionari si acquisisce il significato registrato dai lessicografi della parola che ci interessa, ma anche la sua sillabazione, la pronuncia, la data di ingresso in italiano, la sua provenienza. Si veda, come esempio, questa schermata tratta dallo Zingarelli 2019.

La scheda ci dice che spoilerare deriva da spoiler; la sua data di nascita (cioè la prima attestazione nell’italiano) è il 2005 (spesso le indicazioni etimologiche sono tra parentesi quadre). Scopriamo, poi, che è un verbo transitivo (cioè, regge un complemento oggetto: io spoilero qualcosa). Si legge anche che è un verbo gergale, ossia usato solo in alcuni contesti circoscritti. Segue la definizione e, in corsivo, un esempio d’uso.

Più dizionari è meglio

Si fa una consultazione incrociata di vari dizionari per avere più fonti. Se si hanno a disposizione dizionari più vecchi, conviene controllare anche quelli: si può così scoprire in che anno una certa parola è stata registrata nel dizionario, o se nel corso degli anni ha cambiato definizione: i vocabolari, infatti, possono indicare una certa data come prima attestazione di un termine in italiano, ma la registrazione della stessa parola nel dizionario è quasi sicuramente successiva di molti anni. Una cosa, infatti, è la prima attestazione (ossia, il primo testo in cui si rinviene un certo termine); una cosa è il suo ingresso nel vocabolario (che avviene quando il suo “peso statistico” nell’uso è sufficiente).

Un esempio: nello Zingarelli 2019 viene registrata per la prima volta la parola antitutto ‘che (o chi) si oppone sistematicamente a ogni iniziativa o proposta’, ma il termine non è nuovo: la sua prima attestazione, stando sempre alla stessa fonte, risale al 1927. Fino al 2018, tuttavia, questa parola non era così diffusa nell’uso da “meritare” l’ingresso nel dizionario. Quindi, quando si parla dei neologismi inseriti nel vocabolario, non si fa per forza riferimento a parole nuove di zecca, ma a parole che si sono diffuse nell’uso in un certo momento storico, magari nate anche molti anni prima.

E sì, talvolta i dizionari differiscono nelle loro informazioni, soprattutto quelle etimologiche (mentre solitamente sono simili nelle definizioni, dato che tutti tendono a una maggiore scientificità e quindi obiettività delle stesse). Questo dipende anche dal fatto che, essendo a disposizione in rete sempre più fonti cartacee digitalizzate, succede spesso che i linguisti “scovino” delle retrodatazioni, ossia dei testi in cui compare una certa parola precedenti a quelli già noti. Insomma, trovare date di nascita diverse di una parola non solo da un’opera lessicografica a un’altra, ma anche da un’edizione a un’altra dello stesso dizionario, non deve stupirci più di tanto: i lessicografi sono esseri umani e non hanno superpoteri, e lavorano con la maggior precisione possibile sui testi che hanno a disposizione.

Quindi, non è che il dizionario sbagli a indicare una data magari più recente rispetto a un’attestazione che abbiamo rinvenuto noi grazie a Google Libri; semplicemente, quando è stata compilata quella voce, la fonte che abbiamo trovato noi non era ancora consultabile, o il lessicografo non l’aveva trovata.

Non tutti i dizionari sono uguali

Come accennavamo poco fa, esistono i dizionari dell’uso o sincronici che si occupano di “mappare” la lingua del presente: le parole diffuse nel lessico di una lingua in uno specifico momento storico, cioè la contemporaneità.

Non sono, però, gli unici dizionari esistenti. Il dizionario storico, ad esempio, si occupa di descrivere la storia di una parola dalla sua nascita al presente, quindi darà esempi del suo uso nel corso degli anni, dei decenni o dei secoli, per illustrare in che modo è stata usata quella parola dai nostri antenati. Il dizionario etimologico, invece, si occupa del momento della nascita di una parola, e fornirà quindi molte informazioni inerenti a questo specifico momento della vita di un lemma. Anche questo dà molti frutti, spesso insperati! L’etimologia, infatti, ci permette di “entrare dentro” alla parola, capirne la costruzione e anche carpirne i segreti.

Facciamo alcuni esempi concreti: risulta controintuitivo, inizialmente, che sia movibile sia amovibile vogliano dire ‘che può essere mosso’, e che il suo contrario, cioè ‘che non può essere mosso’ è inamovibile; ma se andiamo a vedere l’etimo dei due verbi, scopriamo che in latino esistevano sia moveo ‘muovo’ sia amoveo ‘rimuovo’: in questo caso il prefisso a- non è privativo, come in acefalo ‘senza testa’ o apolide ‘senza cittadinanza’, ma può corrispondere alla preposizione latina a, ab che significava da.

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Altro esempio: fegato, in latino, si diceva iĕcur, parola che si è completamente persa, in italiano: perfino i termini medici vengono da altrove, cioè dal termine greco hepar, genitivo hepatos (cfr. epatite). Fegato, per uno scherzo della storia, deriva dall’espressione (iĕcur) ficātu(m), ovvero ‘fegato (d’oca) ingrossato con un’alimentazione a base di fichi’. La parte principale dell’espressione, il sostantivo iĕcur, si è persa, mentre dall’aggettivo ficātu(m), letteralmente ‘a base di fichi’, è venuto fuori il termine italiano fegato.

Esistono anche altri tipi di dizionari: quello inverso, che mette le parole in ordine alfabetico partendo dalla fine della parola, e non dall’inizio, oppure quelli bi- tri- o multilingui, che traducono le parole da una lingua all’altra, o tra più lingue.

È chiaro che un dizionario più recente sarà più aggiornato di uno meno recente: la lessicografia è fatta così, procede per approfondimenti successivi. Nulla di strano, dunque, se uno Zingarelli 1996 e uno Zingarelli 2018 dessero informazioni diverse: vuol dire che nel frattempo la ricerca è andata avanti. Un dizionario etimologico consultabile in rete, ad esempio, è il Pianigiani, il cui nucleo risale alla prima metà del Novecento: contiene voci molto interessanti, ma se abbiamo a disposizione anche dizionari etimologici più nuovi, come il Cortelazzo-Zolli (in sigla: DELI, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana), vince, ovviamente, il secondo, in quanto a scientificità. Allo stesso modo, che una parola non sia registrata in un dizionario dell’uso di vent’anni fa non esclude che lo sia in un dizionario più recente: non fate come quello che scrisse, arrabbiatissimo, all’Accademia della Crusca, per lamentarsi del fatto che il “Dizionario della Crusca” non contenesse l’importantissima parola computer, dato che al momento l’edizione più recente del Vocabolario degli Accademici della Crusca è la quinta, pubblicata fino al 1923… difficile trovarci dentro una parola nata più recentemente di quell’anno!

Anche consultare i dizionari è una piccola scienza

In breve, anche consultare i dizionari è una piccola scienza: impariamone le basi ed evitiamo di fare figuracce, come tutti quelli che si scagliarono, nel 2018, contro ammartaggio, che significa ‘atterraggio su Marte’: il 26 novembre, giorno in cui la sonda Insight è atterrata sulla superficie del pianeta rosso, sono fioccate in rete le proteste per l’ennesimo neologismo.

Ricorrendo a un vocabolario si sarebbe scoperto che la parola è tutt’altro che nuova, e che le sue prime attestazioni risalgono alla fine degli anni Sessanta. Pazienza che a molti non piaccia (e che molti si lamentino chiedendosi come chiameremo l’atterraggio su Giove: aggiovaggio?); se i tecnici del settore aerospaziale e gli astronauti usano il termine, evidentemente a loro fa comodo. Samantha Cristoforetti, in varie interviste, ha parlato anche di accometaggio in riferimento all’atterraggio di una sonda su una cometa! E per chi ricorda che atterraggio non si riferisce alla Terra con la maiuscola, ma alla terra in generale, e quindi non va bene già di per sé per indicare la discesa su un pianeta, giova ricordare che non c’è nulla di strano se una parola già esistente riceve un nuovo significato: è esattamente quanto successo ad atterraggio, con buona pace di chi storce il naso. L’indignazione per i neologismi, o per gli pseudo-tali, non passa mai di moda!

Professor Google (ma con giudizio)

Parallelamente, anche Google può darci molti spunti interessanti. Mentre il dizionario fornisce informazioni “istituzionali”, Google ci mostra se e come un certo termine, una costruzione, un modo di dire sono usati dalle persone. Magari, per esempio, esistono delle accezioni nuove che in rete (e quindi nell’uso) sono molto diffuse, mentre non sono ancora registrate nei dizionari: si potrebbe citare il caso di migrare usato in modo transitivo (migrare i dati da un server all’altro, migrare la rubrica dal vecchio al nuovo cellulare) che in quasi tutti i dizionari, nel 2019, ancora non si trova. Ma allora, la dobbiamo considerare errata? Ai post(eri) l’ardua sentenza (!).

Inoltre, grazie a Google, si possono trovare altre fonti dove è stata analizzata la stessa questione: Treccani, lezioni universitarie, blog specialistici… Occorre poi decidere quali risultati possono aggiungere dati alla ricerca, e quali invece sono fonti secondarie, o che magari forniscono dati imprecisi.

A proposito dei dati linguistici desunti da Google, c’è un caso recente molto interessante, che in parte si riconnette alla questione della linguistica ingenua di cui parlavamo sopra: quello del significato dell’espressione in bocca al lupo e, di conseguenza, di come sia giusto rispondere a questo augurio. Mentre per decenni nessuno ha avuto dubbi nel rispondere crepi il lupo, da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che sia sbagliato augurare la morte all’animale: il lupo, in particolare la lupa, prende tra le fauci i suoi piccoli per proteggerli dal pericolo e spostarli, per cui l’augurio sarebbe benevolo, una specie di ti auguro che il lupo si prenda cura di te come dei suoi cuccioli, al quale, di conseguenza, occorrerebbe rispondere viva il lupo.

Ora, per quanto questa versione “cruelty-free” possa attrarre, e risulti anche apparentemente ben documentata in rete, con richiami magari agli indiani d’America, il lupo, alle nostre latitudini, è sempre stato l’animale feroce e pericoloso per eccellenza: si pensi solo alla sua presenza nelle fiabe, da quella di Cappuccetto Rosso a molte altre.

Da una parte, esiste il (sacrosanto) desiderio di chi ama gli animali di “rileggere” la storia in una maniera più consona al suo sistema valoriale; dall’altra, la fredda oggettività dei dati documentali: il lupo è (percepito come) un animale cattivo. In bocca al lupo è il classico augurio antifrastico: si augura il peggio per augurare il meglio. In inglese si dice break a leg ‘rompiti una gamba’, gli ungheresi, ancora più estremi, augurano rottura di gambe e braccia (kéz- és lábtörést): il tutto per dire “buona fortuna”. Quindi no, per quanto la rete possa darci ragione in questo tentativo di rilettura (e di pregiudizi parleremo anche altrove), non facciamoci fuorviare: a in bocca al lupo è corretto rispondere crepi.

Wikipedia sì, ma come punto di partenza di una ricerca

Spesso, una ricerca in rete ci ricondurrà a una pagina di Wikipedia, che è una risorsa preziosissima per chi naviga alla ricerca di informazioni: occorre solo saperla usare con intelligenza. La sua forza è essere un’enciclopedia in cui le voci sono create e curate con il principio del wiki: ogni persona che si ritiene competente può intervenire sul testo e aggiungere informazioni, o migliorarne la forma. Questo fatto di essere un’enciclopedia condivisa è anche il suo più grande punto debole: se tutti, infatti, fossero benintenzionati e pienamente coscienti delle proprie competenze e dei propri limiti, non ci sarebbero problemi, e ogni persona si metterebbe al servizio della collettività; purtroppo, non è così: molte persone sono convinte di sapere, anche se non sanno (e sì che lo diceva già Socrate, dell’importanza di sapere di non sapere…), altre, invece, sono guidate da intenzioni diverse da quella, genuina, di far conoscere agli altri ciò che sanno: per esempio, vogliono divulgare informazioni false, o tendenziose, o vandalizzare volontariamente una voce a loro sgradita. Proprio per questi motivi, non possiamo, in ogni momento, essere completamente certi della qualità delle informazioni fornite da Wikipedia; e per quanto venga usata anche dagli studiosi come punto di partenza di ricerche più accurate, per esempio consultando le fonti che le voci di questa enciclopedia citano a loro volta come fonte, occorre impiegarla con intelligenza e non affidarcisi ciecamente: usiamo, insomma, Wikipedia come punto di partenza, non di arrivo, delle nostre ricerche.

Altre fonti online e offline

Sono utilissimi per le ricerche linguistiche anche gli archivi online dei giornali: questi ci aiutano a verificare come e quanto una parola sia stata usata nei quotidiani, che sono spesso il mezzo attraverso il quale un certo termine o un modo di dire passano da una nicchia al largo pubblico. Potrebbe essere il caso del già menzionato spoilerare per ‘rivelare un motivo centrale della trama di un film, un telefilm o un libro’: in uso sin dagli anni Novanta sui primi pseudo-social network come i newsgroup o gruppi di discussione telematici, ha dovuto aspettare di comparire sui giornali per poter aspirare alla registrazione nei vocabolari…

È altrettanto utile il già citato Google Libri: lì si trovano dati interessanti sulla presenza di una certa forma nei libri stampati digitalizzati da Google – che non sono certo tutti, ma sono comunque moltissimi, e aumentano nel corso del tempo, dato che i programmi di digitalizzazione dei testi sono continuamente in corso.

Dipende, sempre, dal tipo di quesito affrontato, ma esistono altri siti, database, dizionari, repertori online che possono dare informazioni rilevanti: il Vocabolario del Fiorentino Contemporaneo se si vogliono attestazioni di una parola dialettale fiorentina nell’uso vivo (per esempio, ribollita); l’Urban Dictionary per vedere se magari un certo uso italiano riflette un uso nello slang inglese, i già citati Vocabolari dell’Accademia della Crusca (ma rigorosamente per attestazioni storiche!)… Ecco, a mo’ di esempio, una testimonianza tratta dal VFC proprio riguardo alla voce ribollita (il linguista, oltretutto, si diverte pure!):

La ribollita l’è una cosa sacra, a Firenze. Se permetti. Eh! Co i’ cavolo ner’ e ‘ fagioli. E i’ pane. Cioè, quella è la minestra di cavolo e fagioli. La ribollita l’è i’ giorno dopo… te l’ho già detto, tu lo dovresti avé già trovato registrato. Ora, si va nel ristorante, si chiede la ribollita. L’è una cavolata, perché la ribollita non è un piatto, la ribollita è nell’economia contadina, contadina perché ‘nsomma, i’ cittadino i’ cavolo un ce l’ha. L’economia contadina non buttava via niente. Quindi avanzava, ma, se tu pensi che i contadini icché mangiavano la mattina? Un piatto di ribollita riscaldata. Latte? Che l’è i’ latte? Caffè? Icché l’er’i’ caffè? La ribollita e un bicchier di vino. D’inverno. D’estate, pane e cipolla. Buona la cipolla fresca.

Per quanto la rete contenga spesso le risposte di cui abbiamo bisogno, il linguista (in erba e non) non può certo fare a meno della carta. Ci sono molte opere importanti che esistono solo in cartaceo, altre che si trovano in rete, e occorre sempre lavorare senza escludere a priori nessuna fonte. Il discorso si fa ancora più complesso quando si desidera fare un ulteriore passo indietro e verificare i legami dell’italiano con le altre lingue: in prospettiva storica, può servire un dizionario latino o greco (o il Romanisches etymologisches Wörterbuch, o il Glossarium mediae et infimae latinitatis, ché non di solo latino classico vivono le lingue!).

Può invece capitare di dover completare la ricostruzione storica di una parola spulciando dizionari di altre lingue, come gli Oxford dictionaries, il Merriam-Webster, ma anche dizionari francesi, tedeschi, spagnoli o magari di altre lingue; e ancora, l’Online Etymology Dictionary o l’Encyclopaedia Britannica. Un esempio per tutti? La rapida consultazione di un vocabolario di inglese ci farà scoprire che molti dei termini inglesi che per noi, in Italia, hanno un significato specializzato che riguarda la rete, come social network, influencer (da pronunciare ìnfluencer e non influèncer) o hater, non hanno tale significato specifico per gli anglofoni: social network significa semplicemente ‘rete sociale’; influencer ‘influenzatore’, come in Van Gogh has been an influencer for all the painters of his era; hater è ‘uno che odia qualcosa’.

È interessante scoprire come l’italiano abbia preso dei termini inglesi e ne abbia ristretto il significato; non è un processo nuovo, perché le restrizioni o gli ampliamenti semantici sono tipici del passaggio dal latino al volgare. Un esempio nell’esempio? Focus ‘focolare’ subisce un ampliamento semantico e passa a indicare genericamente qualsiasi tipo di fuoco.

Senza dimenticare “la gente”

Infine, il linguista, ma soprattutto il sociolinguista, non dimentica l’importanza della community (anche in questo caso, un termine con il quale indichiamo soprattutto le comunità online): spunti interessantissimi possono venire forniti dalle persone, per cui può avere senso fare una domanda ai propri amici su un social, ai membri di un gruppo su Facebook che magari ha specifici interessi linguistici, e così via, ma anche ai propri nonni, all’esperto di una certa disciplina o di un’arte (come a un fabbro, a un macellaio…): il linguista può avere molte caratteristiche, ma non dovrebbe mai, mai essere tronfio e pensare di bastare a sé stesso (perché con l’accento? Clicca sul collegamento!). Nel suo lavoro, avrà sempre bisogno degli altri.

Non sembra, ma fare il linguista è anche divertente

I linguisti non produrranno longarine, nel senso che apparentemente il loro lavoro non dà frutti pratici, ma fanno un lavoro degno dei cani da tartufo: continuamente alla ricerca dell’informazione affidabile, della ricostruzione più precisa, dei dati più aggiornati. Non sembra, ma è divertente. E permette di scoprire ogni giorno l’esistenza di parole nuove, più precise, più icastiche, parola cara a Italo Calvino che la usa in Lezioni americane, in riferimento alle parole che permettono «l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili […] dal greco εἰκαστικός;»; Recentemente, ad esempio, ho scoperto che la bacca della rosa tecnicamente non si chiamerebbe bacca (perché non è proprio una bacca!), ma cinorrodo, cinorrodio o cinorrodonte. Poco tempo fa, che le spine dei temibili fichi d’India non sono spine, ma glochidi. Insomma, studiare la lingua e le parole è come mettersi degli occhiali che via via permettono di vedere la realtà che ci attornia con nitidezza sempre maggiore. Sarà per questo che non ci si stanca mai. Anzi, ci si stanca alle Calende greche (che è un modo più arzigogolato di dire la stessa cosa, dato che le Calendae erano il primo giorno del mese per i Romani, per cui le “Calende greche” non esistono).

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