L'anti-razzismo sui social? Ma per cambiare davvero serve altro | Agenda Digitale

la riflessione

L’anti-razzismo sui social? Ma per cambiare davvero serve altro

L’America “giusta” manifesta in strada, neri e bianchi insieme e le proteste si espandono nel mondo (mentre ci si dimentica di altri razzismi altrettanto osceni). Ma difficilmente questa indignazione durerà il tempo necessario per costruire nel tempo processi sociali utili a generare una vera trasformazione e transizione

07 Lug 2020
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona

“I have a dream” – disse Martin Luther King il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington al termine di una grandiosa marcia di protesta “per i diritti civili, il lavoro e la libertà” – una marcia e una manifestazione costruite e mobilitate senza social, senza app e senza smartphone.

“Io sogno che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno, oggi!”. James Reston, prestigioso giornalista del NYT scrisse che “è stato l’evento più coperto dalla televisione e dalla stampa sin dall’arrivo del presidente Kennedy”, sottolineando che “ci vorrà molto affinché Washington dimentichi la melodiosa e melanconica voce del Rev. Dr. Martin Luther King gridare i propri sogni alla folla”. Di avviso diverso l’FBI: “Alla luce dell’intenso discorso demagogico di King tenuto ieri, lui si distingue da tutti gli altri leader neri per quanto concerne l’influenzamento della popolazione nera. Lo dobbiamo “marcare” ora, se non lo abbiamo fatto prima, come il “negro” più pericoloso di questa Nazione dal punto di vista del comunismo (…) e della sicurezza nazionale”.

La “deep America”

King fu ucciso nel 1968 – lo stesso anno, ma due mesi dopo, in cui venne ucciso anche Robert Kennedy. Entrambi volevano giustizia, uguaglianza e giustizia sociale (famose le parole di Kennedy contro la logica meramente quantitativa del Pil: “il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta…”); entrambi non volevano fare l’America “più forte” (Trump), ma “più giusta’. E per questo sono stati uccisi e i loro sogni spezzati da quell’America profonda (la “deep America’) che voleva allora e che vuole ancora oggi vivere in un infinito “far-west” – nel senso di egoismo, suprematismo bianco, violenza come abitudine e normalità, gli indiani da estinguere come i bisonti, lo sceriffo come un intralcio alla libertà individuale. Un’America che ama appassionatamente e feticisticamente le armi (quelle “merci oscene” di cui scriveva un grande ambientalista e umanista italiano, Giorgio Nebbia[1]) e che corre (è una “dipendenza paranoica” dalle armi) a comprarne ancora di più per combattere “anche” il covid-19. Lo aveva capito già due secoli fa, Alexis de Tocqueville nel suo famoso “La democrazia in America’[2], parlando di individualismo americano (oggi però diventato globale) come di una forma tutta particolare di individualismo perché unicamente “auto-interessato, anti-sociale e anti-solidaristico” – quando invece il vero individualismo presuppone e si rafforza solo in presenza di un “noi” e di un “principio di solidarietà” (e non posso essere veramente libero e individuo se gli altri non sono liberi).

Un “far-west” (anche geografico/fisico oltre che geopolitico-geoeconomico) che si replica nel “far-west” della Silicon Valley, che impone la sua “legge del più forte” oggi al mondo intero e che non ama gli sceriffi che vorrebbero almeno farle pagare le “giuste tasse”.

Dal “sogno” di King ad oggi sono passati quasi sessant’anni, molte cose sono successe anche in meglio; ma l’America si riscopre razzista (mentre continuiamo a misurare l’economia sempre sulla base del Pil…). Perché la “deep America” è razzista e sessant’anni non sono bastati a rimuovere qualcosa che è evidentemente parte di un’antropologia e di una psicopatologia bisecolare di una gran parte dell’America. Il tutto nel paradosso (anch’esso antropologico) per cui l’America “anche” razzista, violenta e guerrafondaia “a prescindere” (figlia del colonialismo europeo e oggi votata alla colonizzazione/cattura[3] del mondo con la sua “way of life tecnologica”) resta comunque il nostro mito e nel nostro immaginario: noi vedendoci sempre “in ritardo” rispetto a questo mito, che inseguiamo senza capirlo veramente e senza cercare modelli magari migliori – e basterebbe poco.

L’America “giusta” manifesta ora (di nuovo) in strada, i neri insieme ai bianchi (una bella novità nelle sue dimensioni di partecipazione) e le proteste si espandono nel mondo – bene, tutto questo è molto positivo. e intanto, anche Coca Cola si è unita al boicottaggio di Facebook, Instagram, YouTube, Twitter e degli altri social media accusati di non fare abbastanza per combattere la presenza di contenuti d’odio e razzisti nelle proprie piattaforme, fermando le sue pubblicità sul digitale almeno per un mese a partire dal primo luglio, con ciò evidenziando come i social siano ‘anche’ un veicolo di razzismo).

Ma il resto del mondo e la stessa America però dimenticano altri razzismi e altre violenze ugualmente oscene: come quelle “nostre” contro i migranti e che si traducono nei respingimenti e nei porti chiusi e nel nostro silenzio omissivo/omertoso sulle torture e gli stupri nei lager libici; quelle della Turchia contro i curdi; di Israele contro i palestinesi; l’industria delle armi – per citarne solo alcuni. Mentre noi italiani dovremmo fare anche o soprattutto una profonda e lunga “seduta storico-psicoanalitica di massa” per meditare sul razzismo anche nel “nostro” passato coloniale (guerra, stupri, uso di gas, tortura eccetera), un passato che invece abbiamo del tutto rimosso per comodità ipocrita, così come abbiamo rimosso la violenza, la “macelleria umana “e le torture della “nostra” polizia al G8 di Genova del 2001.

Media, social-media, social e dintorni

Eppure, molti sostengono che “questa volta” – dopo l’assassinio di Floyd – qualcosa è cambiato, grazie soprattutto ai social media. Quindi tutto sarebbe “nuovo” a prescindere, anche l’indignazione e la sua viralità. Ma le cose sono più complesse.

Su tutto, però, resta la domanda – che non è banale né retorica ma fondamentale, perché riguarda la psicologia umana e la nostra capacità di indignazione, riguarda quello che si chiama conformismo (oggi anche, o ancor più digitale), concerne la nostra capacità di essere “soggetti consapevoli” oppure “oggetti inconsapevoli” di una “industria dell’informazione” – social-media compresi – che sceglie e vende i suoi prodotti a seconda dell’opportunità di farlo o meno.

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E la domanda, antica e modernissima insieme, è: perché l’assassinio di Floyd ha scatenato la (giusta e virtuosa) reazione politica e civile che abbiamo visto, mentre i video dei lager libici, o della guerra contro i curdi, o sul colonialismo israeliano non ci indignano allo stesso modo? Perché siamo “selettivi’, cioè antirazzisti se il razzismo si compie contro gli afro-americani (giustissimo e sacrosanto), ma non lo siamo con il razzismo verso i migranti? E la violenza – del razzismo; della guerra (e non esistendo scientificamente le razze umane, ma una unica razza – o meglio – specie umana, ogni guerra è intrinsecamente ‘razzista’); della disuguaglianza e dell’impoverimento come “scelta politica” del neoliberalismo (Stiglitz); della disuguaglianza; dei 10.000 lobbisti (18 per ogni membro del Congresso degli Usa) che nel loro insieme spendono circa 3 miliardi di dollari all’anno per “influenzare” i comportamenti degli eletti dal popolo[4]; degli italiani irresponsabili che vanno a intrupparsi in massa sulle spiagge credendo che la pandemia sia finita – la violenza non è forse da condannare “sempre e comunque’, soprattutto oggi quando la violenza sembra legittimarsi ed essere legittimata sempre di più?

E non è violenza la “colonizzazione” della vita da parte del sistema economico, di cui ha scritto Habermas, per il quale tanto più il sistema si “differenzia” e insieme si “complessìfica”, tanto maggiore sarà la “colonizzazione” della “Lebenswelt” (appunto del “mondo vitale”), gli uomini portati a interiorizzare le imposizioni eteronome (dettate dal sistema), come imposizioni autonome e individuali[5]?

E non è forse violenza quella che esercitiamo verso l’ambiente? Scriveva ancora Giorgio Nebbia: “La violenza all’ambiente e al territorio deriva dalle scelte sbagliate che vengono fatte nelle materie prime, nei processi produttivi, nella qualità dei manufatti, nell’uso del territorio. Errori non occasionali – si badi bene – ma motivati dalle “regole” della società capitalistica che impone di estrarre sempre di più risorse, di sfruttare sempre di più la natura, di sbarazzarsi dei rifiuti al minimo costo possibile. Una società che misura tutto solo in “unità monetarie” ma nei cui calcoli non entrano i beni che non hanno prezzo: la salute, l’aria e l’acqua pulita, la bellezza”[6].

Istantaneità invece di durata e di “sapienza”

Ma soprattutto – e questo è un effetto diretto delle nuove tecnologie – muta la durata dell’indignazione e delle proteste, la loro capacità (o meglio: incapacità) di costruire nel tempo processi sociali utili a generare una vera trasformazione e transizione. Siamo nella società della brevità, dell’istantaneità, di una incessante disruption anche emozionale e comportamentale che ci impone di rincorrere sempre il “nuovo” (merci, tecnologie, movimenti di protesta, ma solo alcuni, populisti di turno, mode), che quindi ci impedisce di sedimentare ed elaborare il cambiamento e poi di costruirlo, pro-ducendolo (e per farlo occorre tempo, costanza e determinazione/attenzione).

Eppure qualcuno propone ancora il mito del “nuovo “ tecnologico che tutto cambierebbe rispetto a ieri: arrivando a scrivere (ponendo di fatto sullo stesso piano M. L. King e uno smartphone) che “uno smartphone” (quello di Darnella Frazier che ha filmato la morte di Floyd e poi ha fatto girare il video in rete, smentendo la falsa verità della polizia) “potrebbe cambiare il mondo”; aggiungendo poi che, essendo Darnella una donna “saranno le donne a mettersi in prima fila”.

Dimenticando che fu una donna (senza smartphone) a innescare le proteste antirazziste negli Usa (il 1° dicembre 1955 Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiutò di cedere il posto da lei occupato su di un autobus extraurbano, ad un uomo bianco e venne arrestata e accusata di aver violato le ordinanze sulla segregazione. Come risposta, un allora sconosciuto Martin Luther King organizzò un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery, per protestare contro la segregazione razziale. La comunità nera non prese gli autobus per ben 381 giorni[7]).

Ma dimenticando soprattutto una cosa fondamentale: che Martin Luther King ha potuto costruire un movimento capace di “scavare” nella società modificando – usando il tempo (con quella “sapienza” che, sola, sa rapportarsi al tempo della “durata’[8]) – una parte importante anche se non ancora maggioritaria dell’America; mentre invece le proteste di queste settimane rischiano di essere presto sopraffatte da qualcosa di “più nuovo” o di maggiormente impattante: di non durare cioè il tempo necessario per generare il “nuovo davvero nuovo”, perché appunto non scavano per costruire dalle fondamenta e perché non hanno una capacità e una “sapienza” di durare e di accrescersi nel tempo: e questo proprio per la natura del mezzo tecnologico utilizzato che in sé e per sé non ha la “durata” e il “costruire” e la “sapienza” nella propria “essenza’.

Senza dimenticare che il razzismo va a colpire i più deboli, negli Usa gli ispanici e gli afro-americani; poi ancora più colpiti dal covid – che non è razzista in sé ma sono razziste e violente le politiche della società americana (e non solo) per la sanità e per l’assistenza sociale che deliberatamente escludono o comunque marginalizzano/indeboliscono chi non sa farcela da solo (ancora, è l’egemonia della “way of life da “far west’).

Unica e interessante eccezione, il movimento dei giovani dei FfF. Nato però non sui social, ma dall’iniziativa di una ragazza solitaria; e promotore di un progetto che guarda non all’immediato, ma al futuro. Che cerca di “costruire’, avendo ed esercitando “sapienza”.

Indigniamoci e impegniamoci!

Invece di impugnare uno smartphone, riprendiamo e rileggiamo due testi che all’epoca (2011), fecero milioni di copie vendute. L’autore era Stéphane Hessel (1917-2013), un intellettuale francese figlio di intellettuali, partigiano antinazista e poi diventato famoso in quel 2011 proprio per un libretto di appena 60 pagine dal titolo meravigliosamente libertario: “Indignatevi!’[9] e che era un “manifesto” di resistenza civile e di non violenza. Seguito pochi mesi dopo dal conseguente e inevitabile “Impegnatevi!’[10] – perché appunto non basta indignarsi (facile sui social), molto più difficile è impegnarsi a lungo e per obiettivi a medio-lungo termine (difficilissimo, proprio per “colpa” dei social).

Scriveva Hessel: “Il pensiero produttivistico promosso dall’Occidente ha trascinato il mondo in una crisi per uscire dalla quale è necessario rompere radicalmente con la vertigine del “sempre di più”, sia in ambito finanziario, sia in quello delle scienze e della tecnica. È ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie. (…) Come possiamo concludere questo appello all’indignazione? Ancora una volta ricordando (…) – noi veterani dei movimenti di Resistenza – che certo “il nazismo è sconfitto… ma questa minaccia non è del tutto scomparsa e la nostra rabbia contro l’ingiustizia è rimasta intatta’. E allora continuiamo a invocare “una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media [e noi, oggi, aggiungeremmo anche gran parte dei social media], che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti’. A quelli e a quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto: creare è resistere. Resistere è creare”. Ma per questo – appunto – uno smartphone non basta.

Sempre però ricordando, con Marcuse[11], che il “sistema” ha una incredibile e potentissima capacità di svuotare o assimilare o smorzare o incorporare a sé anche l’indignazione, mettendola a profitto per sé.

NOTE

  1. Di G. Nebbia (morto un anno fa) è appena uscito ‘La Terra brucia. Per una critica ecologica al capitalismo’, Jaca Book, Milano – una raccolta di suoi scritti editi e inediti sui temi dell’ambiente, delle merci, della posizione dell’uomo in un mondo sempre più in crisi climatica e ambientale.
  2. A. de Tocqueville, ‘La democrazia in America’, Utet, Torino, 2011
  3. P. Bartolini – S. Consigliere, ‘Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista’, Jaca Book, Milano
  4. B. Cartosio, ‘Stati Uniti: la crisi è epocale’, in www.sbilanciamoci.info – 23 giugno 2020
  5. Cfr., J. Habermas, ‘Teoria dell’agire comunicativo’, il Mulino, Bologna
  6. G. Nebbia, ‘La Terra brucia’, cit., pag. 33
  7. https://www.peacelink.it/storia/a/5434.html
  8. Cfr., A. Masullo, ‘La libertà e le occasioni’, Jaca Book, Milano, pag. 158
  9. S. Hessel, ‘Indignatevi!’, add editore, Torino
  10. S. Hessel (con Gilles Vanderpooten), ‘Impegnatevi!’, Salani, Milano
  11. H. Marcuse, ‘L’uomo a una dimensione’, Einaudi, Torino

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