tech e esperienze umane

L’iPod va in pensione, ma è davvero un addio? Ecco perché gli ultimi modelli vanno a ruba

In quella che suona ai più come la fine di un’epoca, Apple ha deciso di fare uscire di produzione l’iPod. Perché mai averno uno se lo smartphone fa già tutto altrettanto bene? E così gli ultimi modelli rimasti vanno a ruba. Eppure, il vinile insegna che non sempre gli addii sono per sempre

20 Mag 2022
Giovanni Salmeri

Università degli Studi di Roma Tor Vergata

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La notizia della fine della lunga vita commerciale dell’iPod ha nei giorni scorsi occupato uno spicchio di tutte le cronache di costume: un po’ come accadde nel 2010, quando fu la volta del Walkman a cassette a uscire di produzione, un’era è sembrata chiudersi. Certo, apparecchi molto simili continuano ad esistere, magari sotto forma di perfettamente soddisfacenti imitazioni a pochi euro, ma il pensionamento del capostipite ha un significato molto diverso: si  tratta solo di uno dei periodici cambi della guardia nell’evoluzione tecnologica, o in questo caso c’è qualcosa di più profondo su cui riflettere, che riguarda direttamente il rapporto degli esseri umani con il mondo circostante?

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iPod, a ruba gli ultimi modelli disponibili prima della “pensione”

C’è una cosa che anzitutto colpisce. Contemporaneamente all’annuncio dell’uscita dalla produzione, la Apple ha comunicato (come abituale in questi casi) che la vendita sarebbe continuata finché le scorte sarebbero durate. Bene: pare che almeno negli Stati Uniti le scorte siano durate poco, perché già qualche giorno dopo risultavano esaurite nei negozi ufficiali. Solo un’esplosione di curiosità per gli ultimi arcaici esemplari disponibili? In realtà può venire il sospetto che tanto arcaici gli iPod non siano per nulla. Prendiamo il caso dello strano iPod Touch, il modello più avanzato: c’è chi anni addietro lo recensì come il miglior computer portatile esistente, unito ad una delle migliori macchine fotografiche esistenti (non solo perché ottima, ma anche perché sempre sottomano). Che vantaggio rispetto ad un iPhone? Semplice: più piccolo (uno schermo ora altrove introvabile da quattro pollici), leggerissimo, al prezzo ridicolo (in confronto agli altri oggetti magici della Apple) di 250 euro. Unica mancanza: il telefono. Ma soprattutto in un paese come gli Stati Uniti in cui trovare una rete wifi libera può essere più facile che avere un segnale telefonico decente, questa mancanza è in fondo poco rilevante. Insomma, non mi meraviglierei se anche nelle altre parti del mondo ci sia una piccola corsa ad accaparrarsi, prima che sia troppo tardi, gli ultimi esemplari di un oggetto indubbiamente molto ben riuscito.

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Ma allora, perché la Apple ha deciso (salvo non impossibili ripensamenti) di farlo uscire di produzione? La giustificazione è suonata assolutamente ragionevole: ormai la stragrande maggioranza delle persone ascolta la musica con il proprio telefono. Perché mai si dovrebbe avere con sé un apparecchio diverso per fare ciò che il proprio immancabile compagno fa già di per sé altrettanto bene? E inoltre, l’iPod è figlio di un’epoca in cui la musica in streaming ancora non esisteva: un motivo in più per dirottare l’ascolto sul proprio dispositivo tuttofare sempre connesso alla rete.

Tutto il nostro mondo in un solo dispositivo

La ragionevolezza di questa osservazione in realtà si estende oltre il caso specifico. È frequente (benché un po’ meno di qualche tempo fa, mi pare) ascoltare qualcuno che osserva scandalizzato che in un vagone della metropolitana o del treno la maggior parte delle persone viaggia ormai con il telefono in mano, in una sorta di universale omologazione dell’oggetto di attrazione. Giusto, ma che cosa accadeva un tempo? C’era chi leggeva un libro, c’era chi ascoltava la musica con il suo walkman, c’era chi sfogliava il giornale, c’era chi faceva le parole crociate, c’era chi sistemava la propria agenda, chi leggeva o scriveva una lettera, chi ingannava l’attesa con un solitario, chi organizzava i propri viaggi consultando il mitico orario su carta velina delle Ferrovie dello Stato o la mappa di una città, chi si immergeva nei propri pensieri e ogni tanto guardava solo impaziente l’orologio, chi ascoltava il canale preferito con una radiolina, chi ogni tanto faceva sottovoce una telefonata con il suo Nokia, chi sistemava un bilancio facendo conti sulla sua calcolatrice. Ebbene: sono tutte cose che ora comunemente si fanno con lo stesso oggetto, che per comodità abbiamo ricominciato a chiamare con la parola italiana «telefono», pure se far telefonate è a volte l’ultima cosa per cui lo usiamo.

È quindi verissimo che la maggior parte delle persone oggi viaggia col telefono in mano: ma questo in primo luogo non dipende affatto da una sorta di dipendenza di massa da un oggetto narcotico, ma dalla versatilità di uno strumento che, appunto, permette di fare di tutto. L’elenco che abbiamo fatto prima è anzi fortemente incompleto, perché lo stesso strumento permette, sul treno o appena scesi da esso, di fare cose che un tempo richiedevano ancora diversi oggetti o contesti: vedere un film, per esempio, o scambiare rapidi messaggi con i propri conoscenti, o scattare fotografie, o registrare una conferenza, o consultare il catalogo di una biblioteca, o girare per i mercatini inseguendo le passioni collezionistiche. Una alla volta, i telefoni sono insomma riusciti ad incorporare sia molte delle possibilità associate ai cinque sensi umani, sia molte di quelle associate al sapere, alla conoscenza.

Sfumati tutti i confini delle nostre abitudini

Tutta questa concentrazione non è stata affatto una novità imprevista. Non solo perché chi ha memoria buona ricorda perfettamente come essa sia stata intenzionalmente cercata (basta ricordare gli eroici PDA diffusi a partire dalla metà degli anni 80, per esempio il magnifico Psion 5); ma anche perché l’informatica è nata (alla metà degli anni 30, ad opera di Alan Turing) sull’onda dell’idea di una macchina universale, indefinitamente piegabile a qualsiasi operazione potesse essere univocamente descritta. Tutto ciò che è servito in aggiunta a questo inizio ambizioso è stato soltanto, con la mediazione di un po’ di teoria dell’informazione e di una tecnologia sempre più raffinata, la possibilità di far entrare, nel flusso e nell’elaborazione delle informazioni, anche suoni, forme, colori, e poi anche dati spaziali e percezione del movimento. Il moderno telefono (più ancora del moderno computer, ammesso che la differenza duri ancora molto) è insomma esattamente ciò che vagamente fin dall’inizio era stato sognato.

Ciò che difficilmente poteva essere pensato era però fino a qual punto questa concentrazione di possibilità non solo semplifica la vita, ma modifica anche il campo dell’esperienza umana, il modo di entrare in rapporto con lo spazio, con il tempo, con i propri impegni, con gli altri. Il fatto che tutte le possibilità siano concentrate in un solo oggetto opera anzitutto una sfumatura dei confini che tradizionalmente avevano organizzato l’esistenza. C’è anzitutto il confine tra il pubblico e il privato: le pareti di casa, che avevano segnato simbolicamente (e anche realmente) questa distinzione, diventano sempre più esili in confronto ad una perpetua potenziale finestra che apre sul mondo e che inversamente permette al mondo di entrare nella propria vita.

C’è poi il confine tra il lavoro e il tempo libero: il telefono non è soltanto ciò che permette di inquinare il tempo lavorativo con distrazioni o comunicazioni private, ma anche ciò che inversamente (e spesso in maniera assai molesta) fa scivolare le preoccupazioni lavorative negli spazi che dovrebbero essere di libertà, di distensione, di fantasia creativa. E poi ci sono i tanti confini, più o meno precisi e solidi, in cui gli esseri umani dividevano le diverse attività o le diverse relazioni umane tra di loro, riservando a ciascuna di esse un luogo, un tempo con una sua ritualità: ormai tutto potenzialmente fuso, spesso sovrapposto e stratificato, o almeno alternato con una velocità prima impossibile.

L’uscita di produzione dell’iPod è anche la certificazione della forza impetuosa di queste trasformazioni. Un oggetto per ascoltar musica non serve più, esattamente come, normalmente, non serve ad essa più un luogo specifico (30 euro di buoni auricolari offrono oggi quella qualità che un tempo avrebbe richiesto un paio di stipendi), non serve più un tempo specifico, e neppure una compagnia specifica, visto che la stragrande maggioranza della musica si ascolta oggi in solitudine, e i radioregistratori o la chitarra nell’ultima fila del pullman scolastico sono solo un ricordo nostalgico.

iPod: è davvero un addio?

Che queste trasformazioni, oltre ad essere impetuose, siano anche irreversibili, è però tutto da vedere. L’iPod è uscito di produzione… ma l’ancora più arcaico mercato dei vinili, dato per morituro quarant’anni fa, sta esplodendo come non mai. Motivi strettamente tecnici ve ne sono pochi (un buon MP3 permette di ascoltare con qualità migliore rispetto alla stragrande maggioranza dei giradischi): ma motivi umani tantissimi. Quella dei dischi di vinile è una musica ingombrante, tangibile, che si possiede (e magari si presta), che richiede cura, che vuole uno spazio e un tempo, e quindi alla fine può colpire e commuovere di più: non è questo che si chiede dalla musica? Perfino l’investimento economico (certo superiore al pigro cliccare con cui si accumula musica liquida) contribuisce a far percepire una canzone come più preziosa. Ripudio dell’informatica? Non proprio, dato che nella produzione di un moderno LP o in qualsiasi impianto attuale di riproduzione quasi certamente da qualche parte vi sono passaggi digitali e vi è dell’informatica. Tanto meno ripudio della tecnologia: solo una tecnologia diversa, che per qualche motivo viene percepita come più calda, più umana.

Conclusioni

E così non meraviglia neppure che vi sia un mercato fiorente per le macchine fotografiche che fanno solo fotografie (e pure un percepibile ritorno delle pellicole: basta osservare che cosa portano al collo non pochi giovani turisti!), e spesso la richiesta (non solo per i nonni) di un telefono che faccia solo il telefono, e la voglia di avere un orologio al polso come oggetto di moda e simbolico, e la preferenza ad avere tra le mani un libro, del quale si può annusare l’odor di inchiostro e che non interrompe con le notifiche. La tendenza, insomma, a ridividere ciò che la comodità, e anche un’ammirevole tecnologia, ha prima unito. Segno che gli esseri umani pensano, o almeno presagiscono, che ristabilire divisioni e confini nella loro esperienza a volte sia un bene, e che il dazio richiesto dalla comodità dell’unificazione tecnologica sia a volte sgradevole da pagare. Forse è anche questo il motivo per cui gli ultimi iPod stanno andando a ruba.

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