la strategia

L’Italia non è un Paese per giovani imprenditori: il problema delle competenze

Potenziali startupper italiani diventano Neet o Expat. Ci vorrebbe una Scuola che consenta maggiormente di rafforzare competenze utili alla vita e al lavoro, ma il problema non è solo quello. Per abilitare una crescita sostenuta dalle nuove generazioni bisogna cambiare strategia. Vediamo cosa serve

27 Lug 2018
Alessandro Rosina

Ordinario di Demografia e Statistica sociale, Università Cattolica di Milano - Coordinatore scientifico “Rapporto giovani”, Istituto Toniolo

competenze

La Scuola italiana fatica a formare in modo solido e diffuso le competenze che servirebbero al Paese per fare quel salto tecnologico necessario a diventare più competitivo e ad aumentare la qualità del contributo del capitale umano delle nuove generazioni alla crescita. Qui compresi i giovani imprenditori delle startup. I potenziali startupper quindi rischiano di ricadere in altre due categorie: i delusi e arresi Neet (Not in education, employment or training) o quelli che cercano altrove fortuna: gli Expat.

Ma il problema, ovviamente, non è solo la scuola che, anzi, continua a godere di un buon giudizio da parte dei giovani, a differenza di altre istituzioni (come la politica, i sindacati, le banche, i mass media, ecc.).

Squilibrio demografico, gli effetti a venire

L’Italia presenta uno dei maggiori squilibri demografici al mondo nel rapporto tra generazioni più mature e quelle più giovani, ovvero tra i boomers e i millennials. Più nel dettaglio, gli attuali trentenni e dintorni sono ben un terzo in meno rispetto agli attuali cinquantenni e dintorni.Finora non abbiamo percepito la relativamente bassa consistenza nel nostro Paese dei Millennials come un problema per due motivi.  Il primo è il fatto che la lunga crisi economica e il persistente scarso investimento in politiche di sviluppo in grado di espandere settori dinamici, innovativi e competitivi hanno tenuto bassa la domanda di occupazione giovanile e accentuato l’emigrazione all’estero. Il secondo motivo è che finora il centro della vita attiva e produttiva del paese è stato presidiato dalle abbondati generazioni nate nei primi decenni del secondo dopoguerra (o precedentemente).

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Questo significa che l’effetto maggiore degli squilibri demografici lo vivremo nei prossimi anni, quando i boomers sposteranno i loro baricentro oltre l’età pensionabile e i millennials si troveranno ad occupare il centro della vita attiva del Paese. Si ridurrà quindi drasticamente la popolazione nelle età in cui maggiormente si produce ricchezza mentre peserà sempre di più quella nella fase della vita in cui si assorbe ricchezza. La capacità di continuare a crescere e rendere sostenibile il sistema sociale dipenderà quindi dalla risposta che daremo alla seguente domanda: “Sarà di più quello che i Millennials andranno ad erodere come quantità nelle età centrali lavorative o sarà più l’arricchimento che saranno messi nelle condizioni di portare in termini di qualità?”.

Se la riduzione quantitativa è oramai un dato di fatto, dovuto alle dinamiche negative della natalità passata, sulla qualità abbiamo ancora margini di manovra, ma è anche vero che sinora non siamo andati nella direzione giusta o lo abbiamo fatto troppo timidamente.

Siamo infatti uno dei paesi avanzati che, nell’entrata nel nuovo secolo, si sono rivelati meno in grado di dotare le nuove generazioni di strumenti efficaci per essere attive e vincenti nei processi di trasformazione e sviluppo.

Spingere la domanda di qualità

È oggi necessario soprattutto cambiare strategia, non costringendo i giovani ad adattarsi al ribasso a quello che l’Italia oggi offre, come fatto tristemente sinora, ma consentendo all’Italia di crescere al meglio di quanto le nuove generazioni possono dare (quando preparate e incoraggiate adeguatamente).

C’è, in Italia, rispetto alle altre economie avanzate, una bassa domanda di qualità. Questo è dovuto in parte ad un sistema che considera i giovani manodopera da pagare poco anziché leva su cui investire per aumentare competitività e crescita delle aziende. Va quindi ribaltata, prima di tutto, la prospettiva di lettura della relazione tra nuove generazioni e crescita del Paese. Non sono tanto i giovani che hanno bisogno di lavoro, ma il lavoro che ha bisogno dei giovani per diventare vero motore di sviluppo e competitività.

Neet, expat e startupper: chi sono

L’evidenza di quanto stia cambiando il sistema di rischi e opportunità all’interno del quale le nuove generazioni producono le proprie scelte, trova riscontro nel fatto che quando si parla oggi di giovani ci si trova nel dibattito pubblico ad utilizzare dei neologismi. Un termine che corrisponde ai nuovi rischi è quello di NEET, un acronimo (giovani Not in Education, Employment or Training) che l’Unione europea ha iniziato ad introdurre nel 2010 per misurare lo spreco di un paese della propria risorsa giovani. Un altro neologismo che però mescola aspetti di rischio con quelli di opportunità è invece quello di “Expat” che indica i giovani dinamici e intraprendenti, spesso con alto capitale umano, che si muovono senza confini per cogliere occasioni di ulteriore formazione o di rafforzamento professionale all’altezza delle proprie ambizioni. L’altra faccia della medaglia la si ha quando la mobilità internazionale anziché scelta diventa necessità, trovandosi in un contesto caratterizzato da basso sviluppo e carenti prospettive. I dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo mostrano come tra gli studenti universitari italiani tenda ad essere più alta, rispetto ai coetanei europei, sia la componente positiva della scelta che quella negativa della necessità, nel valutare la possibilità di andare all’estero finiti gli studi. Un terzo neologismo, più spostato sul versante delle nuove opportunità che i giovani possono cogliere, è quello di “startupper”. Con tale termine, come ben noto, si intendono coloro che avviano nuove imprese ad alto grado di innovazione, con alto rischio di fallimento ma in grado di crescere molto velocemente in caso di successo. Rappresentano la punta dell’iceberg della combinazione positiva tra formazione avanzata e intraprendenza dei giovani, da un lato, e possibilità offerte dal diventare protagonisti della rivoluzione tecnologica e digitale, dall’altro.

Nuovi rischi e nuove opportunità variano molto nelle varie categorie sociali e nei vari contesti territoriali. L’Italia, come ben noto, presenta uno dei valori più elevati di NEET in Europa e uno dei più ampi saldi negativi tra attrazione e perdita di giovani qualificati: abbiamo meno Millennials, ma ne sprechiamo di più e ne perdiamo maggiormente verso l’estero.

L’Italia non è un paese per giovani (imprenditori)

L’Italia stenta però anche a diventare un paese per giovani imprenditori innovativi. I report del MISE mostrano un fenomeno in crescita ma è altrettanto vero che non stiamo colmando il divario con altri grandi paesi europei, come Francia, Germania, Regno Unito. Come ribadito in varie ricerche, sono molti i fattori che in Italia frenano l’intraprendenza delle nuove generazioni (come evidenzia la nostra bassa incidenza di startup avviate da giovani laureati):

Pesa anche una carenza sul piano culturale e formativo (l’alta propensione alla creatività e all’imprenditorialità è poco stimolata e aiutata a svilupparsi nei percorsi di apprendimento formali e informali). Studi sull’educazione all’imprenditorialità nelle scuole superiori svolti nei paesi scandinavi mostrano come i ragazzi partecipanti tendano poi a presentare una propensione cinque volte più alta dei coetanei nell’avviare una propria impresa.

Competenze digitali ancora insufficienti

Basso risulta in Italia anche lo sviluppo, nel percorso formativo, di competenze digitali. Sull’incontro tra offerta e domanda di competenze per lo sviluppo innovativo del Paese soffriamo sia di arretratezza che di inefficienza (coerente con il basso investimento in ricerca e sviluppo nel primo caso, e con inadeguate politiche attive del lavoro nel secondo). Abbiamo meno giovani e meno laureati rispetto agli altri paesi (sono poco più di 1 su 5 nella fascia 30-34, si tratta del valore più basso in Europa) e non riusciamo ad inserire nel modo e nel posto giusto all’interno del mondo del lavoro anche quelli più dinamici e ben preparati.

L’Italia avrebbe quindi necessità, da un lato, di fare un salto tecnologico per diventare più competitiva e aumentare la qualità del contributo del capitale umano delle nuove generazioni alla crescita. D’altro lato tale salto va alimentato dalla formazione e dalla efficace inclusione di nuove competenze, che la scuola italiana fatica a formare in modo solido e diffuso; che il sistema dei servizi per l’impiego fatica a mettere in connessione con le aziende; che le aziende stesse faticano ad attrarre e a valorizzare. Le trasformazioni legate al Paradigma 4.0 spingono in ogni caso già in tale direzione, ma rischiamo di arrancare con ritardi e contraddizioni (si vedano a tal proposito i dati dell’Osservatorio delle competenze digitali dell’Agid).

Il ruolo e i limiti della scuola

La scuola italiana continua a godere di un buon giudizio da parte dei giovani. E’ però vero che sono vari i limiti di cui soffre. Fa sempre più fatica ad essere strumento di promozione sociale e a ridurre le diseguaglianze di partenza. E’ molto più alto da noi che nel resto d’Europa il rischio di fermarsi ad un titolo basso per chi proviene da famiglie con minori risorse socio-economiche. In risposta a questi limiti, ci vorrebbe una scuola che consenta maggiormente di rafforzare competenze utili alla vita e al lavoro. Inoltre, in Italia. il rendimento del titolo di studio è più basso rispetto alle economie più avanzate: solo dopo i 30 anni le differenze dei laureati con chi ha titolo più basso (in termini di occupazione e retribuzioni) diventano rilevanti. In ogni caso nei giovani stessi è sempre più riconosciuto che il titolo di studio di per sé è condizione necessaria ma sempre meno sufficiente per una buona carriera. Bisogna metterci del proprio in più, in termini di impegno e intraprendenza.

I dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo mostrano come per i giovani italiani la scuola è utile soprattutto ad aumentare conoscenze e abilità, ad imparare a ragionare, a stare con gli altri, a sviluppare attitudini e senso di cittadinanza, secondariamente, a saper affrontare la vita e a trovare un lavoro migliore. Maggiormente rispetto ai coetanei europei sentono anche l’esigenza di un maggior orientamento scolastico e professionale.

Per il recupero, più in generale, di valore della Scuola servirebbe una combinazione di risorse adeguate e cambiamento culturale sul valore dell’istruzione stessa e della conoscenza. In un paese che invecchia il rischio è invece che risorse e attenzione vengano destinate altrove.

Quale chiave per lo sviluppo del paese

Una delle chiavi principali dello sviluppo del Paese sta, quindi, nello spostamento al rialzo del rapporto tra valorizzazione del capitale umano e competitività delle aziende, al cui centro sta l’aumento della qualità dell’offerta e della domanda di competenze. Come evidenzia il report Ocse 2017 sulle National Skills Strategies “l’Italia sta avendo più difficoltà rispetto ad altri paesi avanzati a completare la transizione verso una società dinamica, fondata sulle competenze”.  Le competenze da aggiornare e potenziare non riguardano però solo i giovani, ma anche chi li forma, chi li aiuta ad inserirsi nel mondo del lavoro, chi li assume e impiega nel sistema produttivo.

È, pertanto, necessario e urgente incentivare e alimentare un processo all’interno delle stesse imprese (ancor più quelle medio-piccole), in cui domanda di competenze digitali e capacità di stare sul mercato vengono spinte verso l’alto. Tale processo è elemento cruciale di un circolo virtuoso di mutuo sostegno tra crescita economica, competitività del sistema produttivo, apertura al mercato internazionale, opportunità di lavoro di qualità.

Alcuni progetti che vedono la collaborazione tra pubblico e privato, come il programma “NEETwork” (promosso da Fondazione Cariplo in collaborazione con regione Lombardia) e i programmi “Crescere in digitale” e “Eccellenze in digitale” (promossi da Google Italia in collaborazione con Unioncamere) mostrano come due potenziali fragilità italiane, ovvero i Neet e le PMI (ma anche molti enti dell’arcipelago no profit), possano in realtà rafforzarsi assieme se si crea un circolo virtuoso tra dotazione delle competenze dei primi e domanda di digitalizzazione delle seconde.

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