Lo stato della sorveglianza nel cuore della rete: i tentativi di Cina e Paesi dittatoriali | Agenda Digitale

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Lo stato della sorveglianza nel cuore della rete: i tentativi di Cina e Paesi dittatoriali

La proposta cinese di ”New IP”, il nuovo protocollo di base per Internet, è l’ultimo tassello di una strategia dei Paesi dittatoriali volta a soffocare la libertà alla base della rete. Ecco cosa bisogna sapere e da cosa bisogna difendersi

10 Dic 2020
Emmanuele Somma

Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia

La Cina sta cercando di introdurre la censura e la sorveglianza nel cuore stesso della rete. L’ultimo tentativo è recente. Nell’ITU, organizzazione internazionale che stabilisce gli standard della rete, dove i delegati cinesi si sono infiltrati in una commissione apposita, Huawei ha presentato una proposta di ”New IP”, il nuovo protocollo di base per Internet.

Nuovo IP, vecchia censura

Il protocollo Internet (IP) ha infatti bisogno di un aggiornamento. Questo primo, essenziale protocollo di Jon Postel, è alla base di tutte le comunicazioni su Internet, che in questi giorni festeggia i suoi 39 anni di illustre servizio. L’IP mostra ampi segni di invecchiamento. La proposta di Huawei cerca di superare i problemi con un occhio di riguardo al proprio padrone, il Partito Comunista Cinese.

Infatti, la nuova proposta di IP ha strumenti che soddisfano anche i censori. Per esempio, il cosiddetto “kill-switch” permette alle autorità di bloccare completamente un singolo indirizzo di rete, cancellando (o deviando) tutto il traffico in entrata o in uscita. Un pratico strumento contro i dissidenti!

Il problema qui non è quello che fa la Cina nei suoi confini, anche se non si possono dimenticare i diritti umani dei cinesi (e anche di tibetani e uiguri). Il problema è che la coalizione autoritaria sta lavorando duramente per esportare il contrario della libertà, chiamandola “sovranità digitale”.

Se riusciranno ad ottenerla per loro, allora tutti i Paesi del mondo saranno naturalmente inclini ad adottare questo approccio.

Il test pirata di Postel

Era il 1994, la risoluzione dei nomi di dominio Internet fu strappata dalla mano di un singolo uomo, Jon Postel, che gestiva i root server di Internet, i server principali su cui i nomi su Internet traevano origine. Questi server sono stati poi affidati alle cure amorevoli, anche se più costose, della società privata Network Solutions Inc (NSI). Nasce così la Internet commerciale.

Jon Postel potrebbe non esserne stato felice (in effetti non lo era), ma il mondo meritava il nuovo rivoluzionario strumento.

Postel è stato l’autore di alcuni protocolli di base di Internet. Ha contribuito al fondamentale TCP/IP. Ha coordinato la pubblicazione della serie di documenti standard (Request for Comment) e ha amministrato l’Internet Assigned Numbers Authority (IANA). Postel è stato anche il primo membro della neonata Internet Society (ISOC).

Il 28 gennaio 1998, Postel era l’ingegnere più rispettato in circolazione e aveva ancora una forte influenza sul personale delle reti. Fu un gioco da ragazzi convincere tutti gli operatori dei root server, tranne i militari e quelli della NASA, a ridargli indietro il controllo. La direzione dell’NSI fu tagliata fuori. Internet, diviso in due pezzi. Una parte era gestita dall’autorità legittima, l’altra viveva sotto la bandiera di Jolly Rogers, quella dei pirati, dei Vecchi-Saggi dei primi giorni della Rete.

Fu un atto di pirateria a tutti gli effetti. Poiché Postel era un hacker white-hat, ha spacciato l’azione come “test” per convincere i politici che mettere a repentaglio la rete non doveva poter essere così semplice. Dopo lo scherzo di Postel, infatti, il DNS è stato ulteriormente centralizzato sotto l’autorità del governo degli Stati Uniti. Tuttavia, da quel momento, tutte le scelte essenziali vengono coordinate in un equilibrato sistema multistakeholder di imprese, istituzioni e organizzazioni no profit sotto la guida di ISOC.

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Il caos della rete da tutelare per la libertà di tutti

Ecco cos’è la Rete ora: un umorale gran casino. E ciò nonostante libero. Non è questo però che vogliono i governi nazionali. Vogliono la sovranità digitale. Ma su Internet potrebbe esserci una “sovranità digitale” solo se Internet fosse una rete frammentata in cui ogni governo decide cosa può e non può essere fatto. Questo semplicemente non è Internet.

Solo uno deve governare su tutto il sistema di root server, in quanto sono la radice di ogni libertà in rete.

Se controlli su un singolo root server, puoi cancellare un sito e nessuno può più vederlo. Con un root server in mano, tu sei il signore e il padrone della tua parte del mondo. Con la supervisione ISOC, nemmeno il governo degli Stati Uniti può facilmente svolgere questo ruolo (anche se sono nella posizione migliore).

Tuttavia, la sovranità digitale è il sogno dei censori. Non c’è da stupirsi affatto che il Partito Comunista Cinese sia il leader indiscusso di questo desiderio.

 

I leader del mondo censurato

Non c’è dubbio che, entrando a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, il Partito Comunista Cinese sia stato salvato dal proprio fallimento sociale e politico. Questo passo rivoluzionario nel mercato ha dato una migliore condizione di vita ai quasi 1,4 miliardi di persone, ha fortificato la leadership del PCC e ha contribuito a portare nuovi attori forti nel campo del business multinazionale come Huawei e ZTE.

Ha anche spianato la strada alla diffusione di Internet nella Cina continentale. Con oltre 800 milioni di utenti, il Gigante Rosso è la nazione digitale più popolata in tutto il mondo. È anche il paese più sorvegliato e censurato. La Cina ha “il triste primato di guidare il mondo nella repressione di Internet”, come ha detto Reporter senza frontiere. Nel 2019, la Cina si è classificata 177esima su 180 paesi nel Press Freedom Index. Beh, fanno meglio della Corea del Nord, dopo tutto.

L’impegno della Cina in questo vile dominio è triplice. Una vecchia devozione alla censura e alla violazione dei diritti umani nelle aree interne (soprattutto nello Xinjiang e in Tibet). L’uso delle sue immense risorse, o misure protezionistiche, per sostenere l’impresa cinese che vende tecnologie di sfruttamento al di fuori dei confini nazionali. Infine, ma non meno rilevante, pressioni aggressive sugli organismi internazionali per minare la libertà mondiale. La libertà di Internet non è esclusa.

I delegati della Repubblica popolare cinese possono fare ben poco per governare gli organismi formali che gestiscono Internet, come IAB, IANA, IESG, IETF e gli altri. L’approccio multistakeholder ISOC qui vige indisturbata.

L’ONU come leva per sovvertire gli equilibri di internet

Tuttavia, la forza della Cina giace nelle fondamenta delle Nazioni Unite, dove il gigante della censura si allea con altri regimi autoritari come la Russia, l’Arabia Saudita e l’Iran.

All’ONU, gli Stati nazionali e le loro lobby autocratiche lasciano poco spazio alla società civile nelle scelte e negli insediamenti. Qui la Cina può rivendicare il suo ruolo di leadership cercando di spingere la questione della “sovranità digitale”. Per fortuna, l’Onu ha sempre avuto un potere trascurabile su Internet, ma la situazione sta cambiando.

L’ISO (International Organization for Standardization) e l’ITU (International Telecommunication Union), dirigono gli interessi dell’ONU nel campo dell’informazione, ma hanno fatto a pugni con la rivoluzione di Internet. Spinti da vecchi e logori monopolisti telefonici hanno resistito ben oltre ogni ragione per accettare la rivoluzione del TCP/IP. Quando la convergenza digitale ha preso il sopravvento, alla fine degli anni ’90, il loro ruolo è svanito e si sono limitati ad accettare decisioni prese altrove.

Ora si mettono a disposizione dei censori di tutto il mondo, gonfiando il loro patrimonio monopolistico. All’ONU, la Cina sta cercando di stabilire qualcosa di simile a una politica di ” sovranità digitale” ed è sostenuta dagli altri paesi autoritari.

L’autoritarismo digitale cinese sarà quindi alla portata di ogni burocrate vicino a voi.

In conclusione

Internet è il mare dove tutte le nostre vite spumeggiano digitalmente. Tutti possono galleggiare, ma veleggiare è diverso. Nel 1994, quando il governo degli Stati Uniti ha aperto Internet al mondo tutti si attendevano nuovi porti, crociere e mappe. Le persone, imprese e istituzioni hanno avuto la libertà di stabilire la loro presenza in nuovi luoghi, prima di impensabili. Ciò è stato felicemente raggiunto (non senza qualche preoccupazione).

Internet accorcia distanze, costruisce ponti, apre prospettive, mostra varietà troppo spesso dimenticate nel piccolo mondo della vita quotidiana. Quando una vasta marea di persone provenienti da tutto il mondo è stata portata nei social network, Internet era libero, aperto e accogliente per natura.

I media più anziani hanno cercato di spaventare le persone con ogni tipo di storia dell’orrore sul suo lato oscuro: droghe, armi, pornografia infantile, virus informatici, dati rubati, documenti falsi, immagini di sangue, pirateria e tutti i tipi di creature da incubo. Nulla ha rallentato la diffusione. E quando finalmente gli smartphone e tablet sono arrivati, nessuno è più voluto stare lontano dalla rete, non a dieci né a cento anni.

Al giorno d’oggi, giornali, spettacoli televisivi, politici e opinion leader piangono e si lamentano che dai propri router proviene ogni sorta di caos. Tuttavia, le persone sembrano preferire l’incitamento all’odio, la profilazione aggressiva, la pubblicità invadente, le teorie del complotto, le opinioni radicali e qualsiasi altra cosa pur di tenersi la libertà di comunicare tra loro.

Però, questa libertà non è venuta per caso e non necessariamente rimanere qui per rimanere. Nuvole nere si stanno accumulando su questo mare.

Internet non può sopravvivere senza l’aiuto dei suoi marinai più liberi.

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