tecno-capitalismo

Longtermism: così l’immoralità di Musk&C si veste da filosofia

Il longtermism si vende come una filosofia del lungo termine ma è tutto meno che filosofia. Siamo semmai in un ennesimo tentativo del tecno-capitalismo di resettare se stesso continuando a fare profitto sulle paure del futuro e su una idea capitalistica di altruismo confuso con l’utilitarismo

Pubblicato il 18 Gen 2023

Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Impazza nella Silicon Valley la “filosofia” del Longermism. Wikipedia la riassume così: “una posizione etica che dà priorità al miglioramento del futuro a lungo termine”; “le persone future contano moralmente quanto le persone vive oggi”. Nella pratica si vedono guru miliardari, tra cui il decaduto Friedman di Ftx (in attesa di giudizio per frode) praticare questa teoria privilegiando visioni future, come la colonizzazione dei pianeti, al benessere presente della popolazione e dei loro stessi lavoratori.

 

Cos’è il principio di responsabilità

Per capire quanto sia un principio etico idiota e in realtà immorale dobbiamo partire da Hans Jonas (1903-1993). Un grande filosofo, noto soprattutto per il suo saggio sul principio responsabilità (Einaudi). Era un filosofo vero, era tedesco, apparteneva alla cultura europea, era ebreo. Studioso dello gnosticismo, si era molto dedicato alla filosofia della natura e alla filosofia della tecnica e alla bioetica.

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Il principio responsabilità (uscito nel 1979) era dedicato alle generazioni future e alla cura della biosfera, al nostro dovere di pensare ad esse e di farlo appunto secondo un’etica della responsabilità – che poi è un’etica della moralità – del nostro vivere. Scriveva Jonas: “Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo”.

E quindi, la moralità “deve penetrare nella sfera produttiva […] e deve farlo sotto forma di politica pubblica […], perché il mutamento dell’agire umano modifica la natura stessa della politica. […]. Per cui, agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura della vita”. Garantendo – conseguentemente – il futuro dell’umanità, la cui premessa è quella di riconoscere alla biosfera una dignità e una soggettività propria, per cui deve essere considerata come portatrice essa stessa di diritti universali e inalienabili, una dignità, una soggettività certo ulteriore e altra rispetto all’umano, ma in realtà preliminare (premessa) rispetto a diritti dell’uomo, perché senza biosfera l’uomo non vive. Jonas cercava di andare alle radici della responsabilità, che non riguarda solo la sopravvivenza dell’uomo e della biosfera ma anche l’unità della specie umana e la dignità della sua esistenza. Provando a coniugare in un modello unitario e universale, etica e realismo politico.

Un principio di responsabilità verso il futuro e verso i nostri nipoti che noi umani dis-umani neghiamo invece – e appunto – in ogni atto che compiamo nel nome di quella (ir)razionalità solo strumentale/calcolante e industriale egemone da più di tre secoli e dominata da un principio assoluto di illimitatezza e di irresponsabilità e quindi di nichilismo: non solo integralista ma anche coattivo e compulsivo (“non ci sono alternative!”).

I limiti della responsabilità

E invece, la responsabilità nasce e può esercitarsi solo quando vi è la consapevolezza che nella realtà esistono dei limiti: limiti fisici, dati dalla struttura fisica appunto della Terra, che quindi non può essere illimitatamente sfruttata, né riempita di popolazione, di merci e di rifiuti, come invece fanno appunto il tecno-capitalismo (la razionalità strumentale/calcolante-industriale) e la ricerca della massimizzazione del profitto privato; limiti poi culturali ed etico-morali, perché la libertà non è illimitata come credono i liberisti (ma solo in ambito economico, in verità), gli anarco-capitalisti e come rivendica per sé il tecno-capitalismo, ma si deve sempre confrontare, rispettandola e riconoscendola e dialogando con essa, con la libertà degli altri; e limiti politici, dovendo noi appunto prenderci cura dei diritti anche delle generazioni future e del diritto della biosfera ad esistere. Principi che dovrebbero appunto limitare l’irresponsabilità nichilistica del nostro presente. E invece – lo ripetiamo – tutta la storia dell’Occidente va deterministicamente, deliberatamente e compulsivamente in direzione contraria rispetto alla responsabilità, perché irresponsabili sono il positivismo, il pragmatismo, il soluzionismo, la razionalità solo strumentale/calcolante-industriale, il doversi adattare dell’uomo alle esigenze della rivoluzione industriale (e del profitto privato) secondo il pensiero neoliberale, il consumismo, la digitalizzazione, eccetera). Come dimostrano i fallimenti di fatto anche delle ultime due Cop.

Cosa ci salverà dal tecno-capitalismo? Due esempi di cosa rischiamo col “governo” degli algoritmi

Il Rapporto del Mit al Club di Roma

Pochi anni prima del libro di Jonas era stato il Club di Roma – con il Rapporto del Mit del 1972 – a ricordarci che ci sono limiti alla crescita infinita e allo sfruttamento infinito (e quindi irresponsabile) delle risorse della Terra, un Rapporto erroneamente tradotto in italiano con I limiti dello sviluppo, e non della crescita, appunto, come invece nel titolo originale, confondendo quindi sviluppo (concetto qualitativo), a crescita (concetto invece meramente quantitativo).

Il libro di Jonas e il Rapporto del Mit al Club di Roma – e molti altri testi similari – vennero rapidamente rimossi dal pensiero collettivo con gli anni Ottanta e soprattutto Novanta. Il tecno-capitalismo, per sua essenza, non accetta infatti limiti, né da parte dello stato, della democrazia, della moralità, della responsabilità e sempre va a cercare nuove fonti di profitto privato: sia nel mondo fisico (la globalizzazione come tendenza apparentemente inarrestabile del mercato capitalistico, l’estensione della giornata lavorativa e consumativa alle 24 ore per sette giorni su sette, allo stesso tempo aumentando il pluslavoro e la produttività di ciascuno, sempre più intensificando, grazie alle nuove tecnologie oggi digitali, i tempi ciclo e i ritmi di lavoro), sia nel mondo psichico dell’uomo, mettendone come oggi al lavoro di produzione/estrazione di profitto privato ciò che prima non aveva mai conquistato né osato conquistare, cioè le emozioni, gli affetti, le relazioni, la socialità, le opinioni religiose e politiche di ciascuno, ora necessarie al tecno-capitalismo per la costruzione del Big Data e insieme della propria ultima forma, quel capitalismo della sorveglianza di massa, più e peggio di tutti i totalitarismi novecenteschi.

L’altruismo efficace e il longtermism

Oggi sono arrivati l’altruismo efficace, molto apprezzato da miliardari come Elon Musk e Peter Thiel fondatore di PayPal e basato sull’utilitarismo – sì, sull’utilitarismo…, sulla base del principio positivistico e calcolante che anche la beneficenza e l’altruismo possono essere calcolati e valutati capitalisticamente, per cui non ogni altruismo sarebbe davvero efficace (e piuttosto che lavorare in un ospedale in Africa un medico, secondo uno dei teorizzatori del movimento, William MacAskill, farebbe meglio a svolgere la sua attività nel Regno Unito, aprendo uno studio privato, guadagnando di più per donare agli altri) e – connesso con il primo – il longtermism[1]. Quest’ultimo, in particolare si vende come una filosofia del lungo termine ma è tutto meno che filosofia, è tutto meno che etica della responsabilità alla Jonas, semmai ne è il contrario, è un’ideologia (“It’s an ideology and movement founded on some highly controversial ideas in ethics”, ha scritto, e soprattutto è business; è quindi molto stupido e irresponsabile nel senso autentico del termine. Longtermism, che si basa sull’idea per cui il futuro lontano dovrebbe preoccuparci – da punto di vista etico e politico – almeno quanto il presente di oggi.

Di nuovo: siamo nella scia di Jonas e del Club di Roma – che probabilmente o certamente gli altruisti efficaci e i lungotermisti (o lungoterministi) non hanno mai letto? Assolutamente no. Siamo semmai in un ennesimo tentativo del tecno-capitalismo di resettare se stesso continuando a fare profitto sulle paure del futuro e su una idea capitalistica di altruismo confuso con l’utilitarismo (e viceversa) – cosa che per noi è una lapalissiana contraddizione in termini, ma evidentemente non lo è nel mondo anglosassone, irresponsabile per definizione – cercando di coniugare il business con una promessa/favola di responsabilità. Perché anche i lungotermisti dicono di temere un eccesso di tecnologia – come l’intelligenza artificiale e il biohacking – ma poi scatta la coazione (positivista/industrialista/falsamente progressista) a ripetere e quindi sostengono che solo più tecnologia sarà capace di governare l’eccesso di tecnologia – cioè di delega crescente dell’umano al macchinico/digitale. Di più: anch’essi confidano nella continua accelerazione del tempo, facendoci vicini (ma di segno opposto) agli accelerazionisti e al loro Manifesto di qualche anno fa; e la ritengono positiva in sé e per sé (e quindi anche per noi), perché consentirebbe di sfruttare meglio l’universo (sic!) e di sfamare un maggior numero di persone (sic!).

E uno dei padri (ig)nobili del lungotermismo – Nick Bostrom, filosofo (sic!) svedese – in un suo articolo del 2003 aveva invitato i suoi lettori a “immaginare tutta l’energia inutilizzata inghiottita dai buchi neri”. Ipotizzando poi, nel 2019, e per evitare rischi eccessivi e stabilizzare il mondo, la costituzione di una polizia preventiva (vi ricorda qualcosa?) per evitare le azioni di persone potenzialmente pericolose. Certo, questo richiederebbe una sorveglianza continua e tutti (cioè noi) dovrebbero essere continuamente monitorati – dimenticando che questa sorveglianza esiste già, sia da parte degli stati che da parte del tecno-capitalismo nella sua sezione/reparto detto capitalismo della sorveglianza (secondo Shoshana Zuboff).

Ovvero: “Longtermism suggests we should not only have more children right now to improve the world, but ultimately colonize the accessible universe, even creating planet-size computers in space in which astronomically large populations of digital people live in virtual-reality simulations”[2].

Se l’immoralità si maschera da filosofia

E dunque, più che di una filosofia siamo in presenza di una autentica paranoia occidentale e tecno-capitalista, per cui, per gli altruisti efficaci (sic!) “salvare una vita in un paese ricco – a parità di condizioni – è più importante che salvarne una in un paese povero”, perché la vita salvata nel paese ricco avrebbe potenzialmente e probabilisticamente maggiori possibilità di creare valore nel lungo termine e quindi salvare a sua volta altre vite”. Appunto, siamo alla paranoia, alla irresponsabilità e alla totale immoralità mascherata però di filosofia. Siamo dentro a un altruismo neoliberista – un’altra contraddizione in termini; siamo sempre dentro al modello tecnico e capitalista che cerca di sopravvivere a se stesso un’altra volta, inventandosi le maschere dell’altruismo efficace e del saper guardare a lungo termine – un’altra contraddizione in termini perché tecnica e capitalismo sono, per loro essenza, incapaci di pensare al futuro e lungo termine.

Perché il capitalismo è trasformista per propria essenza. Come scriveva un grande economista italiano, Giorgio Lunghini (1938-2018): grande è la ricchezza materiale prodotta dal capitalismo – sistema che ha la straordinaria capacità di mutare forma per conservare la propria sostanza. Ma grande è anche la contraddizione tra disoccupazione, distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito da una parte e bisogni sociali insoddisfatti dall’altra. “Una contraddizione che l’ideologia del mercato tende a nascondere”. Come tende a nasconderla l’altruismo efficace e soprattutto il longtermism – e tuttavia “Longtermism’s ideology is gaining visibility among the general public and has already infiltrated the tech industry, governments, and universities”.

Conclusioni

Altruismo e longtermism non risolvono dunque la contraddizione – cosa d’altra parte impossibile da chiedere al capitalismo e alla tecnologia – ma servono solo a distrarre l’attenzione e insieme a generare business, ma anche a costruirsi come egemonia culturale. Come ha scritto Paris Marx, “il longtermism è un sogno tecnocratico che pretende di dare a persone molto ricche la capacità di pianificare il futuro lontano dell’umanità secondo i loro capricci personali”[3]. Altro che altruismo, altro che responsabilità vera verso il futuro. È solo la continuazione del tecno-capitalismo con altre forme e con altri mezzi. Un’idiozia mascherata da filosofia. Da cestinare senza alcun dubbio.

Molto meglio tornare a leggere Hans Jonas. O la Laudato si’ di papa Francesco. O Giorgio Nebbia. O Edgar Morin e il suo breve ma denso “Svegliamoci!” – edito da Mimesis.

  1. L. Kinstler, “Uno strano tipo di altruismo”, in Internazionale nr. 1491
  2. https://thebulletin.org/2022/11/what-longtermism-gets-wrong-about-climate-change/; https://www.salon.com/2022/11/20/what-the-sam-bankman-fried-debacle-can-teach-us-about-longtermism/
  3. L. Kinstler, “Uno strano tipo di altruismo”, in Internazionale nr. 1491
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