videogame culture

Ma i videogiochi possono essere “arte”? Ai posteri l’ardua sentenza

Una domanda continua a rimbalzare a destra e a manca, posta sia da detrattori che da estimatori: i videogiochi possono essere definiti arte? E che forma artistica rappresenterebbero? Probabilmente bisognerà attendere decenni o forse secoli per capirne il vero impatto artistico dei sulla vita degli esseri umani

21 Set 2022
Giovanni Luglietto

Yamatologo, traduttore e giornalista videoludico

mario paint

Che i videogiochi potessero essere definiti “arte” non era propriamente prevedibile negli ormai lontani anni ’80 e ’90, quando il medium era visto principalmente come intrattenimento per bambini o giovani adulti. Anche per un fruitore odierno sarebbe d’altronde difficile tracciare un paragone tra un Monet e Asteroids. Tuttavia, basta piegare un po’ l’asticella del metro di giudizio per intravedere qualche spiraglio, ed è possibile far risalire la prima importante flessione al 1992, anno in cui uscì sul mercato un prodotto innovativo: Mario Paint.

Se non avete mai sentito parlare del gioco in questione lasciate che vi ragguagli in merito: Mario Paint fu un vero e proprio esperimento su console Super Nintendo: si trattava sì di software per l’ammiraglia della casa di Kyoto ma non era un gioco “canonico”, avendo più in comune con il classico Microsoft Paint per Windows che non con la serie platform Super Mario Bros.

Mario Paint (Super Nintendo)

Cos’era Mario Paint e perché è stato uno spartiacque

Come avrete facilmente intuito dal nome, infatti, Mario Paint non era altro che un programma per disegnare e colorare, che metteva a disposizione dei “giocatori” una palette di colori e strumenti per dare libero sfogo alla propria fantasia. Sotto la superficie, però, si nascondevano una gran quantità di caratteristiche, tra cui la possibilità di comporre melodie e persino creare animazioni usando gli sprite facenti parte del mondo del popolare idraulico con i baffi.

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Se da un lato si trattava di produzioni particolarmente elementari, dovute alla semplicità degli strumenti messi a disposizione, dall’altro non bisogna dimenticare che anche nella semplicità è possibile esprimere il genio e la verve artistica. A tal proposito, il gioco fu una vera introduzione, per i ragazzini dell’epoca, alla realizzazione di arte in pixel grafica, musica digitale e animazioni che prima avevano solo visto in azione, ignari del funzionamento delle stesse. Superare il velo che separa la creazione e la fruizione ha ispirato tantissimi a divenire dei veri e propri artisti, come Mike e Matt Chapman, creatori della web-series americana Homestar Runner.

Il videogioco come chiave di lettura della società: le influenze su economia, cultura, arte

Il videogioco come mezzo di creazione

Esperienze di questo tipo, però, non sono scomparse dal mondo del gaming dopo Mario Paint ma, nel corso degli anni si sono moltiplicate (sempre in ambito di disegno si può ricordare Concrete Genie, che sfrutta anche la tecnologia della realtà virtuale). Grazie agli strumenti moderni hanno raggiunto nuove vette di espressione, stimolando ancor più le capacità artistiche dei fruitori.

L’esempio di Dreams

Il videogioco, visto come mezzo di creazione e non di distruzione, ha ancora tantissime potenzialità e un esempio lampante è sicuramente Dreams. Sviluppato da Media Molecule e pubblicato su console PlayStation, il gioco in questione è un contenitore di asset digitali che permettono al fruitore di creare un videogioco, un’esperienza che, proprio come suggerisce il nome stesso, è paragonabile quasi a un sogno.

Pur mettendo a disposizione una gran quantità di strumenti preconfezionati, in modo da agevolare anche i meno creativi, Dreams garantisce anche una totale libertà nel creare qualcosa di nuovo e completamente diverso grazie a pennelli tridimensionali e profondi editor audio. Ciò che è ancor più entusiasmante, però, è la possibilità di condividere la propria creazione con il resto dei giocatori in giro per il mondo: le mistiche magie dell’interconnessione globale. D’altronde, cosa sarebbe l’arte senza qualcuno che ne trae ispirazione e piacere? Siamo abituati a visitare gallerie e musei per lasciarci folgorare dalla bellezza di dipinti e sculture, un comportamento che, se mi permettete, non è molto diverso dall’immergersi in un mondo virtuale per ammirare qualcosa partorito dalla mente di terzi.

Ma i videogiochi sono davvero arte?

Una bagarre che dura da ormai almeno 20 anni, una domanda che continua a rimbalzare a destra e a manca e che viene posta sia da detrattori del medium sia da estimatori dello stesso: i videogiochi possono essere davvero definiti arte?

Se restiamo saldamente ancorati all’antica percezione del videogioco, probabilmente non è possibile definirli come mezzo di espressione artistico. Allo stesso modo, però, non si può giudicare musica (e pertanto produzione artistica) un suono prodotto senza alcuna visione d’insieme, e tanto meno si può definire arte un pattern geometrico sull’asfalto volto a indicare un attraversamento pedonale.

La mostra “The art of video games”

Contesto e obiettivo cambiano completamente la percezione e, un videogioco, ha bisogno spesso dell’uno e dell’altro. Nel 2012, il museo d’arte americano Smithsonian ha inaugurato l’ancora oggi attiva mostra intitolata “The Art of Video Games”, pensata per dimostrare l’aspetto artistico dei videogiochi e l’impatto che vecchi titoli hanno avuto sulla formazione di artisti che hanno poi deciso di entrare in questa industria. Curata da Chris Melissinos, la mostra ha avuto un notevole successo e questi ha più volte sottolineato come i videogiochi siano la perfetta unione tra arte e scienza: scolpire forme in 3D, creare illustrazioni, storie fantastiche e musiche cariche di impatto emotivo, una fusione che coinvolge tutti i sensi del fruitore.

Sebbene abbia avuto i suoi detrattori (il più celebre è stato forse il critico cinematografico Roger Ebert), la questione ha messo d’accordo moltissimi filosofi, tra cui Aaron Smuts e Grant Tavinor che convengono sulla concezione di videogiochi in quanto arte poiché dotati di tutti i requisiti fondamentali. Sulla base di ciò, possono le migliaia di videogiochi prodotti ogni anno essere considerati arte? Naturalmente no, così come non tutti i libri scritti al giorno d’oggi sono paragonabili alla Divina Commedia e non tutta la musica è allo stesso livello di una qualsiasi sinfonia composta da geni come Mozart o Beethoven.

Conclusioni

Noël Carroll, filosofo statunitense e figura di spicco dell’estetica contemporanea, ha definito i videogiochi come arte di massa, pensata per essere consumata da migliaia di individui. Di solito consideriamo l’arte come qualcosa di unico, di grande valore anche economico ma dobbiamo ricordare che l’arte di massa è un concetto antico. Un esempio è quello delle stampe ukiyo giapponesi. Disegni prodotti in serie, economici e accessibili a qualsiasi ceto sociale e che raffiguravano la vita della città, personaggi famosi, storie popolari, paesaggi rinomati, attori e così via. Pur trattandosi di stampe (per quanto provenienti da un disegno originale realizzato da un artista), al giorno d’oggi è quasi impossibile trovare un individuo che non le consideri delle produzioni artistiche. Allo stesso modo, in futuro, i videogiochi potrebbero finalmente guadagnare totale riconoscimento come espressione di uno sforzo collettivo da parte di una moltitudine di artisti.

La domanda, pertanto, non dovrebbe tanto essere se i videogiochi siano arte o meno, quanto piuttosto che tipo di espressione artistica rappresentino, un concetto ancor più difficile da dipanare se consideriamo la grande e variegata quantità di esperienze videoludiche che affollano il mercato. Sciogliere questo complesso dilemma va però ben oltre le mie competenze e, probabilmente, non troveremo una risposta nell’epoca attuale ma bisognerà attendere decenni o addirittura secoli per poter comprendere il vero impatto artistico dei videogiochi sulla vita degli esseri umani.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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