la riflessione

Meme come arma politica? Ma la vera battaglia è culturale

Occorre essere coscienti delle potenzialità destabilizzanti di strumenti come i meme. Non si deve però cedere alla tentazione di considerare tutto “arma” utilizzata nell’ambito di una “guerra” per non fare il gioco di chi costruisce sulla polarizzazione delle opinioni e della retorica “spaccona” intere carriere politiche

22 Nov 2019
Dario Antares Fumagalli

legale specializzato in privacy e data protection


Monta in questi giorni il dibattito sull’uso dei meme a scopi politici, dopo il successo del video – divenuto ormai virale – de “Io sono Giorgia” nelle sue innumerevoli versioni (alzi la mano chi, tra web e Tv non ne ha visto almeno una o non ne abbia sentito parlare).

Eppure, nonostante sia imprescindibile, per la creazione di una coscienza critica collettiva, riscoprire il carattere politico di tutte le attività umane e anche a fronte di fenomeni ormai incontestabili quali la “information warfare”, bisognerebbe cercare di non cadere nella tentazione di trasformare tutto in “arma”. E questo per svariati motivi, tra cui quello di non aprire la strada a velenosi (per la democrazia) afflati censori.

La priorità, piuttosto, e senza per questa cadere nel “benaltrismo”, sarebbe quella di concentrarsi sulla cultura e sull’alfabetizzazione, non solo digitale, della popolazione, per fare in modo che ciascuno sappia distinguere quando un meme è semplicemente ironico, o falso, o creato ad arte per sollevare sentimenti di odio o paura.

I meme, tra satira e politica

Facciamo un esempio: in un’immagine satirica, recentemente diffusa sui social network[1], si vede il Presidente del Consiglio seduto alla sua scrivania, intento a sfogliare un documento. La stessa immagine è arricchita da una didascalia secondo la quale il Presidente, intento a studiare il contratto con Arcelor Mittal relativo all’ILVA, starebbe commentando in modo analogo ad un noto sketch di Gigi Proietti nei panni dell’“avvocato”.

L’intento è di strappare una risata ai visitatori della pagina, senz’altro, ma anche di sottolineare con sarcasmo i profili controversi della complessa vicenda dell’ILVA, sulla quale, peraltro, è normalmente difficile sorridere, considerate le diverse implicazioni che vanno dalle epidemie oncologiche al dramma del lavoro, fino alle gravissime implicazioni sulla sicurezza nazionale connesse alla strategicità dell’industria dell’acciaio per la nostra economia.

Immagini come questa sono definiti “meme”, e con esse abbiamo tutti familiarizzato in particolare con la diffusione dei social network e delle app di instant messaging.

Se, a prima vista, si tratta di semplice ironia, o forse di satira, c’è chi si interroga circa una possibile natura ben più seria delle stesse, per lo meno considerato l’uso che ne viene fatto in ambito politico.

360digitalskill
Diventa un leader digitale: crea il percorso per te e il tuo team
Risorse Umane/Organizzazione
Smart working

L’analisi pubblicata sulla MIT Technology Review è interessante e ben sviluppata, ma lascia spazio a ulteriori riflessioni.

Impossibile negare, infatti, che i meme possano essere utilizzate a fini politici, per ridicolizzare i competitor o diffondere in modo virale contenuti più o meno veritieri volti a orientare l’opinione pubblica (e, quindi, l’elettorato) secondo i propri interessi. Infatti, un simile dibattito non è che una specificazione di quello più ampio relativo alle cosiddette fake news, che ha assunto enorme rilievo, catalizzando addirittura interventi ad hoc da parte delle istituzioni europee.

Vale la pena trasformare i meme in un’arma politica?

Chiaro è che il carattere ironico e immediatamente fruibile dei meme si presta molto bene allo scopo della diffusione virale dei contenuti da esse sottesi o esplicitamente proposti, tanto più mano a mano che la comunicazione via web assume un carattere sempre più contraddistinto da immediatezza e semplicità dei contenuti.

Tuttavia, occorre chiedersi in quale misura possa essere utile fomentare l’afflato di “bellicizzazione” del reale, che sembra animare, mentre si scrive, larga parte della comunità dell’informazione e anche parte di quella scientifica. Riscoprire il carattere politico di tutte le attività umane e abbattere l’ipocrisia della neutralità (prima fra tutte quella della rete) è sicuramente un imprescindibile fattore della creazione di una coscienza critica collettiva, tanto più necessaria nel mondo interconnesso in cui tutti siamo nodi di una rete che, se corrotta, può comportare gravissimi danni per i diritti e le libertà di tutti, così come dell’interesse collettivo. Presidiare i contenuti meritevoli posti a fondamento degli ordinamenti democratici, prima fra tutte la “rule of law”, è senz’altro un obiettivo nobile. Essere coscienti, come sottolineato con lungimiranza già negli anni ‘90 del secolo scorso da due colonnelli cinesi[2], autori del noto saggio, curato nell’edizione italiana dal Gen. Fabio Mini “Guerra senza limiti”, che ogni strumento è buono per condurre azioni ostili nei confronti dei propri nemici, a maggior ragione nell’era di Internet, è anch’essa ottima cosa.

Creare coscienza critica, non odiatori

La politica, anche e soprattutto quella transnazionale, tutt’altro che neutralizzata con la caduta dei blocchi che si celebra in questi giorni visto il ricorrere dei trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, fa proprio ogni mezzo utile per neutralizzare gli ostacoli alla propria autorealizzazione e perseguire i propri interessi. Non è una novità.

Per contro la guerra, come categoria generale, è senz’altro composta anche dalle cosiddette operazioni belliche non militari, tra le quali a seconda della sensibilità dell’analista, possono essere inclusi numerosi fenomeni aggressivi, tra i quali anche l’information warfare. Disinformazione e inquinamento delle fonti di informazione, volte ad alterare gli equilibri democratici interni ad una nazione onde causare incertezza, polarizzare le posizioni e aumentare l’ostilità interna, se non addirittura a spingere candidati eterodiretti o deboli, sono prassi note da sempre e praticate usualmente per indebolire gli ordinamenti democratici.

Tuttavia, è bene non esasperare l’audience utilizzando in modo troppo enfatico e sensazionalistico concetti delicati come quello di guerra[3]. La lettura eccessivamente enfatizzata di questi fenomeni rischia di portare argomenti a quella corrente d’opinione che vede nella censura, nella sorveglianza collettiva e nel condizionamento dell’informazione una via d’uscita efficace e giusta dagli angoli nei quali l’esplosione delle tecnologie dell’informazione ci hanno proiettato.

Male si farebbe, tuttavia, a lasciarsi sedurre da tali orientamenti. Da un lato l’informazione, per svolgere il ruolo portante che nelle democrazie è ad essa assegnato, deve essere per definizione plurale e incondizionata, anche a costo di tollerare una quota di contenuti contrari alla pubblica sensibilità. Dall’altra, tale strada risulterebbe inefficace poiché l’unica strategia possibile per immunizzare o, comunque, accrescere il livello di resilienza di una comunità politica nei confronti di azioni ostili del tipo di cui si è trattato nei paragrafi precedenti, è quello di lavorare, con lungimiranza e visione, sulla formazione di un saldo senso critico diffuso tra la popolazione.

L’elettorato deve sviluppare un’immunità spontanea e critica ai contenuti fasulli, poiché non esistono indicatori oggettivi e facilmente applicabili della genuinità di un’idea e non è possibile stabilire a priori e velocemente se una notizia sia frutto di una strategia ostile di inquinamento o una lettura non mainstream (ma utile) della realtà, spesso importantissima nella dialettica democratica.

Dunque, occorre essere coscienti delle potenzialità destabilizzanti di strumenti come i meme, per poterli correttamente considerare laddove si analizzi lo scenario e si elaborino strategia di risposte alle minacce, oltre che per emancipare la coscienza collettiva da una ingenuità (costruita) secondo cui esisterebbero ambiti a-politici delle attività umane.

Non si deve però cedere alla tentazione di considerare tutto “arma” utilizzata nell’ambito di una “guerra” per non fare il gioco di chi costruisce sulla polarizzazione delle opinioni e della retorica “spaccona” intere carriere politiche, anche per evitare di avvalorare correnti che simpatizzano per la censura e per il controllo dell’informazione.

Non vorremmo mai trovarci a dover dichiarare guerra a una pagina Facebook, anche se ironicamente dedicata ad un personaggio la cui vicenda, negli USA di qualche decade fa, si è conclusa in modo non propriamente pacifico.

______________________________________________________________________

  1. Cfr. Le più belle frasi di Osho, 9 novembre, ore 1 e 20 (13/11/2019)
  2. Cfr. F. Mini (a cura di), Q. Liang, W. Xiangsui, Guerra senza limiti, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2001
  3. Cfr. G. Suffia, Geografia delle cyberwars. Uomini e Stati alla prova dello spazio digitale, Giuffré, Milano, 2018.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

LinkedIn

Twitter

Whatsapp

Facebook

Link

Articolo 1 di 2