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il piano

Fake news, che sta facendo l’Europa per combatterle

Il nuovo piano vuole costruire un ecosistema on line più trasparente, affidabile e responsabile, con precisi meccanismi di verifica, rendicontazione e imputabilità. Parola chiave tracciabilità. Ma anche aiuti pubblici. Ma la sfida è difficile e la via europea contestata da alcuni. Ecco perché

02 Mag 2018

Ruben Razzante

docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma


La strada intrapresa dall’Unione europea per combattere e vincere la battaglia contro le fake news è certamente da apprezzare.

Anzitutto perché finalmente si è presa consapevolezza della vastità del fenomeno. Poi perché si sta ragionando in un’ottica concertativa e non impositiva, puntando su quel virtuoso coro polifonico di soggetti che a vario titolo sono coinvolti nella filiera di produzione e distribuzione delle notizie in Rete. Infine, perché si è stabilita una road map con meccanismi di rendicontazione che dovranno mettere alle strette i giganti del web affinché contribuiscano attivamente a rendere la Rete più sicura e trasparente.

Tuttavia, si tratta di un percorso che è solo agli inizi e che presenta alcune incognite, non da poco, che attengono al rapporto tra vecchi e nuovi media e alla effettiva neutralità dei valutatori e di coloro i quali, ai vari livelli, saranno chiamati a certificare la veridicità e attendibilità delle informazioni che circolano on line.

Il piano della UE contro le fake news

Ma andiamo con ordine. Come si sa, alcuni giorni fa la Commissione europea ha inviato al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, un’argomentata e articolata Comunicazione sul tema, nella quale si vara un approccio europeo alla disinformazione online.

Si procede per gradi. Dapprima si sottolinea la crucialità della libertà d’informazione per la democrazia e si evidenzia la metamorfosi che quel concetto ha subito nell’era di internet: “Tuttavia le nuove tecnologie possono essere impiegate, in particolare attraverso i social media, per diffondere disinformazione su vasta scala e con una rapidità e una precisione quanto a raggiungimento del gruppo target senza precedenti, creando così bolle di informazione personalizzate e generando potenti camere di risonanza per le campagne di disinformazione. La disinformazione erode la fiducia nelle istituzioni e nei mezzi di comunicazione digitali e tradizionali e danneggia le nostre democrazie ostacolando la capacità dei cittadini di prendere decisioni informate”.

Nell’adombrare l’esistenza di poteri che lucrerebbero a vario titolo vantaggi, di natura commerciale ma anche politica, dalla diffusione di notizie false, la Commissione punta il dito in modo preciso su soggetti nazionali e sovranazionali: “Al giorno d’oggi le campagne online di disinformazione di massa sono ampiamente sfruttate da una serie di soggetti nazionali ed esteri per instillare sfiducia e creare tensioni sociali, con conseguenze potenzialmente gravi per la nostra sicurezza. Le campagne di disinformazione da parte di paesi terzi possono inoltre essere parte di minacce ibride alla sicurezza interna, nonché ai processi elettorali, in particolare in combinazione con gli attacchi informatici”.

Dunque, nella guerra dell’informazione globale, la posta è in gioco il potere, nelle sue varie declinazioni, economico-finanziaria, politico-sociale, commerciale.

La manipolazione della pubblica opinione attraverso le fake news “è una minaccia reale alla stabilità e alla coesione delle nostre società” europee, ha affermato il commissario Ue alla sicurezza Julian King, ribadendo che il codice delle norme per i social rimane volontario “perché è il modo più rapido ed efficace per affrontare” il problema delle fake news.

Il rischio, infatti, sarebbe quello di introdurre meccanismi censori o addirittura di accreditare una visione centralistica della filiera di distribuzione dei contenuti, quasi che un “Ministero della verità” debba ergersi a giudice delle notizie e a selezionatore delle stesse. “Non si tratta, infatti -ha continuato il commissario Ue- di rimuovere queste false notizie ma di permettere ai nostri cittadini di capire chi le finanzia e da dove provengono”.

Dunque, uno dei concetti maggiormente enfatizzati nel documento della Commissione è quello di tracciabilità, enucleato come tentativo di riconduzione dei contenuti ai loro centri di elaborazione e diffusione. D’altronde anche nel settore alimentare, così come in quello dei pagamenti, il concetto di tracciabilità è diventato uno snodo fondamentale in termini di sicurezza e credibilità di beni e servizi.

Per rendere realistica e premiante tale tracciabilità, i social network dovranno adottare un codice di buone pratiche incentrato su alcuni punti chiave: monitorare meglio il fenomeno del click-baiting; ridurre le opzioni di targeting mirato per il marketing politico; assicurare la trasparenza dei contenuti politici sponsorizzati; aumentare gli sforzi per chiudere i profili falsi e dei troll e identificare i bot che diffondono disinformazione.

Entro l’estate verrà creata una rete europea indipendente di fact-ckeckers “certificati”, mentre a settembre una piattaforma europea sulla disinformazione punterà a facilitare il lavoro di chi sarà impegnato a smascherare le bufale.

Nella comunicazione di Bruxelles sulla disinformazione in Rete, si prevede anche di lanciare un forum di alto livello per riunire piattaforme, industria della pubblicità, media e società civile per coordinare gli sforzi nella lotta alla fake news. Sarà questo forum a dover delineare, per luglio, il Codice sulle pratiche che Facebook e simili dovranno seguire, con l’obiettivo di avere una prima valutazione misurabile del loro impatto a ottobre.

Inoltre, come chiarito anche dal commissario King, dovrà essere facilitata la valutazione, da parte degli utenti, delle fonti affidabili e dei contenuti di qualità e dovranno essere disposti strumenti facili per poter segnalare on line le fake news, facilitare l’accesso a contenuti che rappresentano punti di vista differenti e consentire ai ricercatori di analizzare le dinamiche della disinformazione sui social e il funzionamento degli algoritmi.

L’obiettivo diventa, quindi, quello di realizzare un ecosistema on line più trasparente, affidabile e responsabile, con precisi meccanismi di verifica, rendicontazione e imputabilità.

Un bando per l’informazione di qualità

E’ in arrivo anche un bando a sostegno dell’informazione di qualità. L’esecutivo comunitario invita gli Stati membri a “prendere in considerazione schemi di aiuti” pubblici “orizzontali per rispondere ai fallimenti di mercato che danneggiano la sostenibilità del giornalismo di qualità”, oltre a “misure di sostegno per attività specifiche come formazione giornalistica, innovazione di prodotti e servizi” di informazione.

Su questo, però, va fatta una prima obiezione. Prima di internet le manipolazioni dell’informazione hanno sempre funzionato, anche in ambito politico, influenzando l’esito delle elezioni e orientando la formazione delle opinioni in direzioni predeterminate. Prendendo come riferimento la realtà italiana, è notoria l’assenza di editori puri e di modelli di informazione prodotta con criteri esclusivamente giornalistici e senza interferenze da parte di altri poteri pubblici e privati. Nell’ambito radiotelevisivo, sia la Rai che le principali emittenti private hanno proposto al pubblico programmazioni influenzate dai rapporti di forza all’interno della politica o dello scacchiere economico-finanziario e dello schema di dislocazione dei diversi poteri. Non passi, dunque, il concetto, che per frenare le fake news in Rete si debbano investire senza criterio e senza alcuna verifica ingenti somme per consentire ai media tradizionali di continuare a (dis)informare l’opinione pubblica. La sfida dev’essere proprio quella di premiare la qualità dell’informazione sulla base di meccanismi di certificazione che possano valere anche per i media tradizionali.

Rendere riconoscibili in Rete i contenuti prodotti da professionisti dell’informazione, chiamati a valutare attentamente le fonti e a selezionare i particolari essenziali alla completezza della notizia, potrebbe essere un primo parametro di riferimento per poi determinare meccanismi premiali e di erogazione di aiuti e sostegni economici.

Strumentalizzazioni, raggiri, inganni ci sono sempre stati anche prima dell’avvento del web e sarebbe un errore limitare alla Rete la lotta alla disinformazione. Semplicemente le potenzialità diffusive di internet sono enormemente superiori a quelle dei media tradizionali, ma non per questo il nocumento al diritto dei cittadini ad essere informati appare attenuato laddove a diffondere fake news fossero stampa e radiotelevisione. Anche perché l’integrazione tra vecchio e nuovo appare sempre più avvolgente e, stante una crescente promiscuità di contenuti, risulta sempre meno distinguibile la produzione di notizie nei media tradizionali da quella in Rete.

Infine, il nodo dell’individuazione dei fact-checkers. Giusto prevederli, lodevole il tentativo di alcuni social come Facebook di assoldare squadre di giornalisti per smascherare tentativi di disinformazione. Ma chi designa i controllori/valutatori? Quali requisiti devono avere? A chi devono rendicontare i frutti del loro lavoro? Il rischio di proceduralizzare troppo questa attività di verifica e controllo esiste. Così come esiste il rischio che alcuni valutatori in realtà diventino strumenti per espungere dal circuito della Rete notizie scomode o verità sgradite ai cosiddetti “manovratori”.

Tutti questi aspetti la Commissione europea dovrà chiarirli quanto prima. Vedremo se lo farà già entro dicembre, quando, come si legge nella Comunicazione del 26 aprile, “presenterà una relazione sui progressi compiuti, nella quale sarà esaminata la necessità di ulteriori attività per garantire il monitoraggio continuo e la valutazione delle azioni delineate”.

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