Lo scenario

Modello Octopus: il nuovo paradigma di intelligenza diffusa tra umani e IA

Il modello Octopus è il sistema cognitivo di intelligenza diffusa tipico dei cefalopodi: oggi, la digitalizzazione consente di adottare questo modello nella gestione di imprese e processi. Come funziona, cosa insegna, il ruolo della politica, gli impatti sulla società

23 Feb 2022
Fabio De Felice

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Antonella Petrillo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Il modello del cervello periferico dei cefalopodi, diverso da molte altre specie viventi, compresa quella umana, viene chiamato modello Octopus. È un modello di intelligenza diffusa: un team di ricercatori giapponesi ha individuato come i due terzi dei neuroni del polpo siano concentrati nei suoi otto tentacoli.

Come funziona Octopus

Il “sistema cognitivo” Octopus è in sostanza formato da un solo cervello con otto arti periferici che non sono meno intelligenti e abili, perché in grado di aprire barattoli torcendo le braccia in ogni modo e di lanciarsi nell’affrontare situazioni nuove, con i tentacoli a supportare il processo come se fossero sei “cervelli ausiliari”.

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Tutti gli studi tendono a convergere sul convincimento che il cervello del polpo, accanto alla struttura centrale, possieda la facoltà di distribuirsi grazie ai tentacoli che all’occorrenza fungono da cervelli autonomi e, viceversa, ove sia necessario, tornano a integrarsi con il centro in evidente coordinamento, seguendo un modello a “intelligenza diffusa”, decentrata e polisemica.

Il filosofo Peter Godfrey – Smith dell’Università di Sidney con il libro “Altre menti”, dedicato all’intelligenza dei cefalopodi, ha avanzato l’ipotesi di un controllo “non centralizzato”, in quanto le capacità dei tentacoli non si esauriscono con le funzioni prensili, tattili o locomotorie, e si è spinto a parlare di soggettività a struttura “non unificata” o “disunita”.

La domanda, per oggi e per il futuro, è allora la seguente: può l’essere umano imparare dal polpo? Ancora: può adattarsi alla dimensione evolutiva del cervello distribuito? Saprà sviluppare l’intelligenza periferica come “plus” al servizio delle sue strategie di sopravvivenza?

Cosa insegna il modello Octopus

A nostro avviso, l’essere umano potrà adattarsi alla dimensione evolutiva del cervello distribuito se integrerà le sue facoltà con le tecnologie dell’intelligenza artificiale che gli consentono di pluralizzare i centri decisionali, aumentando le possibilità capacitive degli snodi periferici.

Osserviamo un modello “octopico” alla base della smartizzazione delle reti elettriche, ad esempio, che assumono l’assetto della generazione distribuita per gestire al meglio le produzioni da fonte rinnovabile, più continue e costanti in luoghi lontani dai centri abitati.

Il modello del decentramento intelligente è già attivo nel governo delle megalopoli odierne, 33 già nel 2017 e 39 entro il 2030, quando occuperanno il 3% della superficie terrestre, produrranno il 15% del Pil e avranno un numero di abitanti che sfiorerà il 10% della popolazione mondiale.

Perché possano funzionare, queste megalopoli dovranno essere smart: non solo più assistite dalla componente digitale, ma decentrate. Dovranno avere cioè tanti cervelli (sindaci?) per quanti quartieri grandi e medie città insisteranno nel proprio agglomerato: solo una infrastruttura digitale avanzata, capace di interoperabilità tra software e integrazione tra periferie e centro, potrà definire in modo ottimale la maniera di funzionare delle smart city del futuro.

A ben riflettere, il modello “octopico” è alla base della globalizzazione del digitale che parte con l’avvio della rete Internet e si perfeziona con la nascita del World Wide Web, vale a dire l’elezione di ogni dispositivo periferico – prima il personal computer poi lo smartphone – alla funzione di centro in grado non solo di ricevere, ma di elaborare e propagare in output, a sua volta, una quantità non limitata di informazioni, superando la fase primordiale fondata sui grandi cervelli centrali aventi funzioni di programmazione e i terminali in grado soltanto di ricevere impulsi.

Modello Octopus: dalla sovranità all’intelligenza distribuita

Per la prima volta nella storia, i personal computer permettono a milioni di individui di diventare autori dei propri contenuti in forma digitale con straordinaria facilità e a un bassissimo costo.

“Improvvisamente anche le persone comuni – scrive Thomas Friedman nel libro “Il mondo è piatto” – hanno potuto sfruttare i vantaggi dei computer senza dover essere per forza dei programmatori”.

La creazione del World Wide Web da parte di Berners-Lee e Robert Cailliau, che si fa risalire al 6 agosto 1991, ha consentito a chiunque di diffondere notizie, immagazzinare e divulgare dati, nonché di commerciare prodotti. Netscape Navigator, il primo web browser grafico di successo della storia dell’informatica, ha contribuito a rendere Internet un sistema interoperativo.

Si è formata così l’infrastruttura funzionale del mondo di oggi, estremamente periferizzato, dove il lavoro digitalizzato – nei servizi e nel settore della conoscenza – sì è trasferito in Paesi dove i costi sono più bassi. È il modello Bangalore.

La caduta del Muro di Berlino non è stato solo il punto di sbocco che ha avviato il collasso di un sistema altamente verticistico, ma il momento in cui lo sguardo dell’uomo contemporaneo si è allargato, permettendo di pensare al mondo come un tutto formato da un insieme di punti che compongono una visione globale. Celebrare la caduta del muro, quindi, vuol dire “cominciare a imparare da coloro che si trovano al di là dei propri confini” (Amartya Sen).

Telefonini, fax, personal computer hanno consentito la pluralità di propagazione di informazioni che portano all’abbattimento di regimi totalitari basati su monopoli di informazione e forza. L’incremento delle comunicazioni orizzontali fra gli individui ha soppiantato i sistemi verticali dei regimi comunisti.

La politica nel terzo millennio può e deve fare questo. E per poterlo fare dovrebbe attuare un assetto del tipo “octopus”, perché all’età della sovranità e della centralità statale sorta nel Cinquecento e conclusa nel secondo Novecento, deve far seguito l’epoca in cui il “potere decisionale” (potere come verbo, non come sostantivo) deve diventare “diffuso”, in cui signoria e servitù, per dirla con Michel Foucault, si mescolano in modo inestricabile.

Simbolo della dimensione “digital octopica” odierna è infatti il telefonino, dispositivo che sembra metterci il “mondo in mano”, mentre allo stesso tempo ci mette in mano al mondo.

Conclusioni

L’unica via per noi è fare i conti con il modello sociale della “tentacolarità” del polpo.

Le aziende, in particolare, se ne potrebbero giovare per perfezionare la propria resilienza, proponendosi come strutture aperte e in comunicazione diretta con l’ambiente esterno.

Nel modello Octopus, ogni periferia sa essere centro e agire di suo: in un modello distribuito, il controllo delle pandemie, come quella che ancora ci impegna, sarebbe stato più efficace e più efficiente.

Al mondo complesso si può rispondere con strutture complesse e dinamiche, vale a dire intelligenti e non centralizzate, grazie alla tecnologia, alla capacità computazionale ed all’intelligenza artificiale. Con un unico obiettivo: rendere veramente sostenibile l’avanzamento tecnologico nel quale siamo immersi.

Bibliografia

Peter Godfrey – Smith, “Altre menti. Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza”, Adelphi, Milano, 2018.

Thomas Friedman, “Il mondo è piatto. Breve storia del ventunesimo secolo”, Mondadori, Milano, 2007.

James Gillies, Robert Cailliau, “How the Web Was Born: The Story of the World Wide Web”, Oxford University Press, 2000.

Michel Foucault, “Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri”, II. Corso al Collège de France (1984). Feltrinelli, 2016.

Fabio De Felice, Antonella Petrillo, “Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0”, McGraw-Hill Education, Milano, 2021.

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