la riflessione

Musei sempre aperti grazie al digitale: a cosa servono e perché è importante

Con la chiusura dei musei abbiamo compreso che le comunità sono importanti e ne facciamo esperienza anche nella dimensione digitale. Per questo serve che questi spazi “che producono pensiero” siano sempre aperti, in qualsiasi forma – fisica e digitale – e per tutti

15 Mar 2021
Fabio Fornasari

Architetto museologo, direttore artistico Museo Tolomeo, ricercatore associato IRPPS-CNR, Membro ICOM

pxfuel.com (2)

Parliamo di comunità e dell’importanza di queste all’interno dei musei ma non possiamo non pensare alle opere contenute all’interno dei loro spazi.

Abbiamo capito tante cose in questo lungo anno e che il museo è importante che sia vicino a casa, che sia dietro casa e che se ne possa avere un’esperienza dentro casa. Ma è quando si varca la soglia del museo che si comprende la grande complessità alla quale ci si sta esponendo.

Ritorniamo al museo ma siamo mai stati al museo prima d’ora?

Il museo, dispositivo che produce pensiero

Il primo febbraio è stato un giorno quasi perfetto in un tempo del tutto guasto. Hanno riaperto i musei, ma il quasi è d’obbligo: cinema e teatri sono ancora chiusi e anche le aperture dei musei sono condizionate ai giorni feriali.

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In questo periodo abbiamo compreso che il museo ha un ruolo che va oltre il suo ruolo di “meta turistica”. Abbiamo anche compreso che dobbiamo fare funzionare il museo anche a porte chiuse considerando poi che tutti musei sono chiusi in certe ore del giorno e della notte anche in tempi normali.

Il museo è un dispositivo che non conosce letargo: è sempre in azione, pensa attraverso le persone che ci lavorano al proprio interno e ci lavorano anche quando non esiste ancora ma è in costruzione, in formazione è un solo progetto che si sta formando.

Il museo è un dispositivo che produce pensiero. Questo è il suo lavoro, un lavoro culturale. Il lavoro culturale non ha pari titolo a fianco di altri lavori, di altre ricerche. È importante perché permette di evitare che la storia si ripresenti sempre con gli stessi errori e gli stessi orrori.

Il museo mostra possibilità differenti per intendere il modo di vivere. Per questo serve che i musei siano sempre aperti, in qualsiasi forma – fisica e digitale – e per tutti.

Nuove professioni nel nome della cultura e del digitale

Considerare il museo come dispositivo sempre aperto, ci permette di pensare e di creare occasioni per nuovi lavori, nuove forme di occupazione, nuove progettualità intorno alla cultura. Cercare differenti impieghi per quell’esercito di persone dedicate a “cavar” la propria economia per sbarcare il lunario.

La digitalizzazione del museo e la sua eventuale – non necessaria – virtualizzazione, ad esempio, aiuta proprio nella creazione di nuove professionalità e nuovi linguaggi.

Sempre nel rispetto dell’accessibilità e inclusione a me cara, nel senso letterale dell’inclusione e cioè disponibile ad accettare tutte le possibilità. In questo, lo abbiamo già fatto e continueremo a farlo, anche nella versione della gamification, digitale e no.

Fragilità sensoriale

In questo periodo tutti facciamo esperienza di una fragilità dei corpi che pensavamo fosse solo di pochi e in quanto pochi non era per noi un problema.

Per quanto mi riguarda la fragilità delle persone, la disabilità, è stato il punto che focalizzava il discorso di una museologia che usa la sensibilità, la sensorialità e l’intersensorialità per creare occasione affinché i contenuti museali possano essere esperiti.

Alan Bennett nel suo godibilissimo “Una visita guidata” parla proprio dell’esperienza museale e di “un certo dolor di gambe” o come dice anche Nathaniel Hawtthorne, “Quel freddo demone della spossatezza che infesta i grandi musei”.

Riaprire i musei significa riscoprire tutta la sensorialità che si accoppia all’esperienza delle opere d’arte.

Uno degli argomenti contro il digitale è l’”aura” che avrebbe il museo fisico e che non avrebbe il museo in digitale.

Se vogliamo accettare questa idea è sicuro che quest’aura è quella motivazione che fa superare quell’atavica stanchezza del corpo che si risveglia quando si attraversa una sala del museo.

On-line/On-life

In questo periodo, immersi nel nostro ambiente siamo relegati tra le nostre case e ci stiamo vivendo una forte carenza di stimoli: ripetiamo azioni e lo facciamo sempre con lo stesso panorama, nello stesso ambiente.

La rete ci porta fuori dalle nostre stanze ma il nostro corpo si misura sempre con gli stessi spazi. Gira nella rete una immagine della quale non sono riuscito a conoscere l’origine – ho tentato – che titola “is this what we want?” Si vede una persona seduta alla scrivania che guarda lo schermo di un computer. L’immagine si ripete più e più volte.

Cambiano le parole singole che restituiscono il significato: facciamo tutto davanti a uno schermo, tutto allo stesso modo: lavoro, divertimento, studio, ecc.

On-site/site specific

A cosa ci servono i musei e a cosa servono che siano aperti?

In una parola: il museo ci permette il confronto con l’alterità. Una alterità che non è fatta solo di personaggi ma di ambienti, di storie, di oggetti. I musei sono mondi complessi e frattali. Aumenta la nostra capacità di aumentare la nostra sensibilità e di ampliare lo spettro delle nostre sensazioni, delle nostre emozioni.

Abbiamo bisogno di attraversare mondi, di esplorare contesti diversi. Abbiamo bisogno di racconti abbiamo bisogno di ambienti diversi dal nostro domestico per poter pensare e immaginare non solo con gli occhi e con la mente ma anche attraverso il corpo.

Il museo chiuso ci preclude la possibilità di vedere e conoscere mondi diversi, di esplorare situazioni che ci possono servire per vivere meglio.

La cultura ha un ruolo di cura importante nelle nostre vite e non perché ci pone di fronte al bello ma ci pone in obbligo di considerare il nostro bagaglio emozionale.

Concordo con Andy Warhol quando diceva che la parola bella non la si poteva più pronunciare da quando “ha girato il secolo” (tra 1800 e 1900).

A cosa servono i musei riaperti, oggi?

Credo che abbiamo scoperto alcuni limiti dello stare solamente in rete. Abbiamo bisogno di fisicità nel senso più ampio.

Abbiamo bisogno di guardare da vicino e di osservare da lontano. Immergerci dentro una sala apparentemente silenziosa per ascoltare spazi differenti.

Ora abbiamo anche Clubhouse per raccontare le nostre esperienze all’interno di stanze condivise, gestite. Le room portano al loro interno universi non fatti di sole parole ma di rumori che ci portano acusmaticamente immagini, cose, suoni della vita quotidiana delle persone che sono presenti.

A differenza delle immagini visive delle librerie sono immagini sonore punteggiate da audiologhi – suonerie telefoniche – potenti e inaspettate e non sottoposte al controllo della persona regista della propria postazione.

Questa fisicità sonora è spesso più interessante delle cose che vengono dette e sono quei dettagli che analogamente anche al pittore scappano quando dipinge, quei dettagli che non ha considerato fino in fondo e che nelle grandi pitture anche del Cinquecento escono quando si guardano le opere da vicino. Sono i dettagli che permettono il riconoscimento dell’originalità.

Sono quei dettagli che chi legge gialli conosce come le prove indiziarie che aiutano all’ispettore di turno di scovare il colpevole.

A cosa servono i musei riaperti oggi? A dare profondità alla nostra esperienza quotidiana, a darci una possibilità in più di esplorare la complessità.

Il museo ci porta fuori di noi

Il museo ha quindi questa capacità di portarci fuori dalle nostre teste e di metterci a confronto con mondi e rappresentazioni differenti dalle nostre. Ci pongono a confronto con l’altro e ci pongono al confronto con tutto.

Oggi i musei sono testimonianza di modi di pensare che non esistono più i modi di guardare differenti dal nostro.

Altrettanto importante è avere un museo nella forma digitale che non solo porta nella rete qualcosa che magari abbiamo anche già conosciuto e che possiamo rivedere, ma ci pone a confronto con una differente rappresentazione dello stesso museo, abitabile attraverso forme differenti da quelle che avremmo raccontato noi.

È l’esperienza che abbiamo quando vediamo un romanzo trasposto in un film: quante volte non ci siamo trovato d’accordo in quella rappresentazione?

Tre pilastri: autonomia, competenza e relazionalità.

Ci sono tre parole fondamentali che sono il pilastro di qualsiasi esperienza che pone la nostra figura, la nostra persona nei confronti del mondo: autonomia, competenza e relazionalità.

Queste si misurano maggiormente nella condizione di un museo sempre aperto e quindi digitale, ma ancora di più se aperto fisicamente e se affiancato dalle altre istituzioni culturali.

La prima parola si riferisce alla possibilità di essere noi stessi agenti causali di ciò che ci accade.

Facciamo, agiamo consapevoli e facciamo parte di un gruppo con i nostri attrezzi.

Il museo deve attrezzarsi e attrezzare le persone che entrano nei propri spazi – reali, digitali e virtuali – affinché tutti possano essere agenti nella possibilità di cambiare il proprio mondo.

Anche la capacità e la possibilità di potersi e volersi esporre, quanto e come.

La seconda parola riguarda invece la competenza. Qualsiasi esperienza affrontiamo con le nostre competenze, specialmente se si tratta di un museo, dobbiamo uscire fortificati e non frustrati: dobbiamo avere la possibilità di controllare il risultato delle nostre azioni e di aumentare la nostra competenza in relazione allo spazio e ai suoi contenuti.

Ma è anche importante poter riconoscere la mancanza di competenza, trovare strumenti per poterla colmare sempre nel rispetto di quell’autonomia detta prima.

Il terzo passaggio riguarda invece la relazionalità.

Il museo ha una dimensione relazionale come qualsiasi altra esperienza che ci coinvolge all’interno di una comunità: quello che facciamo ha valore se lo facciamo con gli altri, in mezzo agli altri e se esercitiamo la nostra autonomia, con le nostre competenze, nella relazione con gli altri.

Quando il museo ha il suo spazio

Con la chiusura del museo abbiamo compreso che le comunità sono importanti e che ne facciamo esperienza all’interno della dimensione digitale. Oggi utilizzando anche le stanze di Clubhouse, come abbiamo già suggerito.

Sappiamo e lo stiamo dicendo in tanti che il museo è oggi tornato a fare parlare di sé proprio perché ha imparato a relazionarsi con il suo territorio e quello che contiene.

Orhan Pamuk ce lo ha dimostrato e la convenzione di Faro lo ha dichiarato.

Ma abbiamo bisogno anche dei musei aperti per avere l’esperienza diretta, reale, fisica e sensoriale delle opere.

Non basta la sola relazione slegata dall’esperienza originaria, prima ancora che originale, dello spazio delle opere e delle opere.

Ogni opera d’arte ha la sua spazialità, ha il bisogno del suo spazio per potersi raccontare con canali differenti da quello verbale e visivo.

Solo con l’esperienza originaria del museo possiamo avere una conoscenza che coinvolge fino in fondo le nostre competenze legate alle stimolazioni sensoriali, possiamo superare cioè la carenza sensoriale alla quale siamo costretti ormai da un anno e che limita tutti.

Quando la cultura ha il suo spazio ci sentiamo vivi.

Ma quando torniamo alla cultura, a teatro, al cinema?

Siamo mai stati immersi realmente in uno mondo culturale?

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