Musica, il CD non è morto. Così il digitale da "male" diventa cura | Agenda Digitale

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Musica, il CD non è morto. Così il digitale da “male” diventa cura

Ad aver compromesso l’industria musicale non è stata tanto la conversione del segnale analogico in digitale, bensì la possibilità di ottenere dal web qualsiasi brano senza dover spendere un solo euro. Difficilmente si torna indietro da questa rivoluzione, ma forse si è ballato sulla tomba del Cd con un po’ di fretta

08 Set 2020
Michele Neri

critico musicale, scrittore e autore televisivo italiano; dall'aprile 2016 dirige la rivista Vinile

Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo. Collabora con l’istituto di Network Cultures. Tirocinante presso Scuola di Robotica


La digitalizzazione della musica è un terreno di scontro, tutt’ora aperto, tra apocalittici e integrati. Da un lato c’è chi intravede in essa opportunità e sperimentazioni, dall’altro c’è chi accusa la liquidità di essere la fonte di ogni male.

I primi lamentano pericolose derive snaturanti nei suoni, nel rapporto tra fan e creativi, nella qualità della fruizione. Non esiste più un luogo deputato all’ascolto concentrato, la musica è ormai strumento del marketing, il sottofondo del nostro shopping domenicale o l’alleata di qualche video alla TikTok. Ben adattati alle nuove modalità di fruizione sono invece, come è ovvio, i più giovani.

In realtà, esiste, come vedremo, il modo di coniugare il supporto fisico (è inutile negare il grande affetto che lega milioni di appassionati al contatto tattile con qualcosa che racchiuda i suoni che amiamo) con le possibilità di espansione che le nuove tecnologie ci offrono. Ne raffigureremo pochi esempi, anche banali, ma le applicazioni sono infinite.

Musica e digitale: come sono mutate le pratiche di ascolto

È durato poco il Cd. Meno di quanto si potesse pensare: i primi trasferimenti di musica attraverso la rete, in file compressi, hanno fatto capire a molti esperti che le ore erano contate e che era cominciato il conto alla rovescia per i dischetti luccicanti che avevano ucciso, così si pensava, i vecchi vinili. Ma è davvero inutile il compact disc? È davvero sostituibile in tutto e per tutto dalla liquidità della nuova frontiera musicale? Virtuale e materiale possono in qualche modo essere vicendevolmente aumentati? Se la realtà in cui ci troviamo a vivere è sempre più una mescolanza tra digitale e analogico, allora anche i prodotti d’uso quotidiano dovranno “incarnare lo stesso impasto”.

L’obiettivo che si pone dinanzi è sintetizzare entrambe le sfere in oggetti che siano psicopompi tra le due realtà. Se l’IoT connette e risolve il dualismo, allora il digitale ha un ruolo ben più grande di quello che si potrebbe pensare: gli oggetti intelligenti, in tal senso, sono gli eredi di Eros e del filosofo, i nocchieri dell’anima secondo Platone.

Del resto, anche il concetto di musica (come ogni categoria) cambia nelle epoche e nelle società. La cultura odierna concepisce le pratiche di ascolto in modi diversi rispetto al passato. È inutile fare paragoni, cedendo alla tentazione di abbandonarsi in nostalgie inopportune o in ottimismi dal sapore positivista.

Ben adattati alle nuove possibilità di fruizione sono i giovani. Trascorrono la maggior parte del tempo su YouTube, il social preferito dai ragazzi, su cui condividono video ed esplorano la loro identità attraverso tracce musicali in cui riconoscersi. Insomma, la necessità adolescenziale di costruire l’Io attraverso la musica è un bisogno che resta invariato. Sono invece cambiati la gestualità, i costi e i luoghi. Anche i video sono sempre più importanti all’interno dell’industria musicale. Con MTV nasceva il videoclip, ma oggi è praticamente impensabile scindere l’audio dal video.

Le leggi del marketing ci dicono che i prodotti che acquistiamo non rispondono a un reale bisogno pratico. Essi devono essenzialmente offrire esperienze. Anche per la musica, i consumatori non acquistano tracce. Comprano piuttosto le emozioni che essa suscita, attraverso le varie modalità in cui viene presentata. La tecnologia, in questo, aiuta a creare video emozionanti e in modo piuttosto facile.

Per esempio, i machinima sono una delle possibilità che offre il digitale. Si possono creare videoclip a costi contenuti, utilizzando le grafiche dei video game come fossero film. Anche l’Intelligenza Artificiale, già impiegata per comporre musica ex novo e per imitare lo stile di qualche artista già morto, viene usata per generare spontaneamente videoclip dal risultato piuttosto interessante. Troviamo, poi, video di robot umanoidi, prodotti dall’IIT di Genova, che recitano, e in modo credibile, sulle note di Alex Braga.

Anche Tik-Tok è ormai un veicolo fondamentale di musica, in particolare per i giovanissimi. I teenager si dilettano in video nei quali danzano e cantano in playback sui brani. A differenza di YouTube, nel social cinese la musica non è mai la protagonista dell’ascolto. La brevità dei video la trasformano in una pubblicità, un ritornello, un tormentone per fugaci challenge. L’artista è qui l’utente-attore. Il compositore percepisce solo una quota (irrisoria) dal numero di video editati con la sua traccia.

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Il digitale non ha solo trasformato gli utilizzi e gli utilizzatori della musica. Esistono molte possibilità anche per i musicisti, sia per l’arrangiamento che per la composizione. I suoni sono ormai maturi abbastanza per esprimersi in tutta la loro potenzialità, tanto che l’elettronica è ormai parte integrante, e non più disintegrante, addirittura della musica d’autore. Ne è un esempio Nick Cave, che, nell’ultimo album, Ghostseen, fa sapiente uso dei sintetizzatori, facendo dialogare i suoni elettronici con quelli del piano, senza mai dare l’impressione che si tratti di una conversazione intergenerazionale.

Il problema resta però come arrivare al pubblico. Infatti, la semplicità d’uso dei software, unita ad hardware ormai accessibili e social network free con cui distribuire i prodotti creano un surplus di offerta nel mercato musicale, incapace, pertanto, di assorbire tale iperproduzione. La quantità di brani quotidianamente condivisi online è talmente grande che emergere è un’impresa infausta.

Le grandi Etichette discografiche che hanno regnato fino agli anni Novanta sono state detronizzate dai big mondiali della tecnologia. Google, Facebook, Amazon, Apple gestiscono le regole della nuova industria musicale: sono proprietari delle piattaforme con le quali viene ascoltata la musica liquida, oppure dei social network con cui ogni artista si fa da ufficio stampa indipendente, pagando cifre per sponsorizzare i contenuti. Le Big Tech sono tutto tranne che mecenati 2.0; sono i nuovi feudatari a cui gli artisti devono sempre una parte del raccolto. In questo nuovo contesto, il cantautore deve imparare a essere influencer. Ogni profilo Instagram efficace è un movimento in statu nascendi.

Inoltre, perché la musica ritrovi mercato, bisogna ripensare ai supporti fisici. Perché i vinili hanno oggi un mercato per molti versi più prospero rispetto al compact disc? Se ci riflettiamo, non sono semplicemente un ausilio su cui ascoltare le registrazioni, ma sono veri e propri oggetti di design, in grado di comunicare un prestigio, un’identità sociale. I CD, o qualunque formato fisico, dovrà, allora, dare al consumatore esperienze innovative, trasformandosi in uno status symbol. La musica solida, per essere acquistata, deve offrire qualcosa in più rispetto alla sola musica.

Il digitale è la cura al digitale

La musica ha sentito gli effetti della digitalizzazione più di altri ambiti, probabilmente perché è per natura collegata al numero. Si tratta di un sapere oggettivo, fatto di rapporti razionali, matematico. Pertanto, il passaggio al digitale era già inscritto nel suo essere.

La digitalizzazione si configura come la codifica di una grandezza continua, per esempio un’onda sonora, in un codice binario comprensibile da un computer. La digitalizzazione comporta sempre una perdita di informazioni del fenomeno analogico. Gli apocalittici, forse, ricercano nel mondo “reale” quel significato che i byte, per approssimazione, hanno perduto e che, secondo loro, potrebbe salvarci. È l’ennesima ritraduzione del mito delle origini (Cfr. Lorenza Saettone, Web 2.0 e Coronavirus: domande e risposte della filosofia). Per ogni epoca è esistito un altrove, sede di quella ricchezza di senso di cui sentiamo la mancanza. Ogni presunta vera realtà ha coinciso con la salvezza. Essa può indifferentemente trovarsi fuori dal web, in un al di là assoluto o presso un passato mitico. In realtà, però, è sempre lo stesso bisogno esistenziale di pienezza ritradotto in vari modi.

Ad aver compromesso l’industria musicale, tuttavia, non è stata la conversione del segnale analogico in digitale, bensì la possibilità di ottenere dal web qualsiasi brano. In modo legale o illegale, il consumer può ascoltare qualunque traccia senza dover spendere un solo euro. Le persone, dunque, hanno progressivamente mutato i loro comportamenti, disabituandosi ad acquistare musica, solida e pure liquida. Gli acquirenti del disco sono solo gli esperti e i collezionisti, sia per lo status symbol che la copia fisica rappresenta, sia per la qualità maggiore che sanno di poter godere con il CD.

Certo lo streaming ha i suoi indubbi vantaggi – neanche si prende più in considerazione il download, quello defunto davvero – e sono anche evidenti le possibilità di miglioramento che questo tipo di distribuzione offre.

Al di là di inevitabili ragionamenti riguardanti i compensi irrisori che gli artisti ricevono dai portali di diffusione digitale, che però esulano da questo discorso, è certo che difficilmente si torna indietro da rivoluzioni di questo tipo. Però forse si è ballato sulla tomba del Cd con un po’ di fretta.

Pensate alle retrospettive, anche monumentali, che vengono realizzate di dischi o artisti storici. Box composti da più CD e da libretti cartotecnicamente eccelsi, confezioni imponenti che sono veri e proprio oggetti da conservare gelosamente e da mostrare con orgoglio. Difficile provare le stesse emozioni, anche lontanamente, con aridi file più o meno compressi.

E poi quanto è comodo per un artista emergente proporre la sua musica con supporti molto economici da realizzare e da poter quindi usare anche con scopi promozionali: provate a lasciare a un giornalista o al responsabile di un locale cui volete proporvi, un indirizzo web.

E se si provasse a trovare una strategia che unisca o perlomeno avvicini questi due mondi, questi due approcci apparentemente inconciliabili, quello liquido dello streaming e quello solido del Cd?

Ma certo che i contenuti interattivi ci sono già da tempo ma c’è altro, c’è la nuova frontiera della realtà aumentata: contenuti aggiuntivi che si possono anche aggiungere – bel gioco di parole vero? – dopo che il Cd è stato acquistato, scartato e ascoltato più volte.

Le proposte della musica italiana

A tal proposito, anche nel mondo della canzone d’arte italiana esistono alcune proposte di questo tipo. L’obiettivo è far tornare indispensabile l’acquisto del booklet cartaceo. L’idea di Vibrisse Studio (software house di Savona dietro cui si cela il gruppo di cantautori Lady Lazarus 2.0) è stata quella di usare il digitale come cura alla musica liquida. Ad esempio, per il disco dell’autore e poeta Alberto Marchetti, oltre ad aver realizzato un libretto di illustrazioni di pregio, Vibrisse Studio ha creato una app (PortolanoAR) che sfruttasse la tecnologia della realtà aumentata, permettendo, così, al pubblico di vivere esperienze nuove. Bastano uno smartphone e soprattutto la copia fisica del “La musica dell’Onda” (prodotta da Ondamusic). Il consumatore è attivo in questa ricerca di esperienze: spetta a lui trovare quali contenuti si avvivano se inquadrati dalla camera. È una bella caccia al tesoro che soddisfa i bisogni umani di crescita, meraviglia e attività. Se vengono biasimate le persone che “giudicano libri e dischi musicali solo dalla copertina”, in questo caso proprio già da quella è possibile esplorare il contenuto, o almeno parte di esso. Le immagini prendono vita sullo schermo dello smartphone, mentre restano fisse nella loro eternità analogica. “Al di là dello specchio” c’è una realtà impensabile. Anche Max Manfredi, tra i maggiori cantautori italiani, sta collaborando con Vibrisse Studio per il suo prossimo disco: Il grido della Fata. Insieme ai Lady Lazarus sta confezionando un’opera nella quale il digitale si innesta all’analogico sia nell’arrangiamento (ricerca sonora, metodo di composizione) sia nel packaging. Il noto cantautore ha dichiarato che l’album sarà una rivoluzione “discreta”.

Bisogna sicuramente analizzare quale deve essere questo materiale aumentato, quale è più opportuno rispetto al progetto artistico originale. Pensate a qualche esibizione live (audio o video) dei brani contenuti nel disco che avete acquistato; video realizzati per i singoli man mano estratti, provini e versioni alternative, ma anche cartoon, immagini animate, poesie, curiosità culturali, voci, suoni che facciano immergere nell’ambiente illustrato, footage e, perché no, informazioni su concerti, eventi e notizie in generale. La scelta dei contenuti extra deve essere arricchente, deve sul serio aumentare il disco che compriamo.

Insomma, come abbiamo visto con questi pochi esempi, c’è il modo di coniugare il supporto fisico con le possibilità di espansione offerte dalle nuove tecnologie.

Aveva cominciato il solito Neil Young, pioniere di mille iniziative, con un mastodontico box in bluray il cui contenuto era aggiornabile via web, sfruttando l’hard disc dei lettori. Oggi siamo su altri livelli di possibilità e di funzionalità… Sembra ci sia davvero spazio per progetti sbalorditivi. Ci vuole, come già detto, grande attenzione nella scelta dei materiali che si desidera offrire. Ad ogni modo, è facile comprendere che si stiano aprendo possibilità, potenzialmente infinite, di espandere i nostri amati dischi. (Ah, tutto ciò vale anche, e allo stesso modo, per il Vinile).

Conclusioni

Concludendo, come nelle situazioni amorose le nonne ci ricordano che “chiodo scaccia chiodo”, anche nell’industria musicale la tecnologia digitale può diventare il mezzo attraverso cui rilanciare dischi, vinili e supporti fisici di varia natura. Insomma, come pharmakon voleva dire sia veleno sia farmaco, anche nel digitale convivono due intenzioni, il male e la sua cura. In ogni caso, la terapia può esistere purché lo strumento sia utilizzato con arte e buon gusto e purché sappia appoggiarsi alla grande tradizione musicale, trovando da essa un arricchimento. Solo così sarà possibile tentare di invertire il trend che vede la musica come una mera carta da parati, un background per i selfie di nuova generazione: video in serie il cui unico scopo è imboccare il lascia-passare dell’algoritmo e approfittare dei sessanta secondi per fingere di esistere.

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