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genetica forense

Neurocrimine e viaggi spaziali, un protocollo per prevenire atti di violenza tra astronauti

Un protocollo neuroscientifico per escludere possibili atti di violenza tra i membri degli equipaggi nei prossimi viaggi spaziali extra lunari. Lo hanno elaborato due scienziati forensi italiani, partendo da uno studio di rango antropico-evolutivo denominato “Criminogenesi Evolutiva”. Vediamo di cosa si tratta

02 Ott 2018

Vincenzo Lusa

Professore di Antropologia Forense presso l’Università Pontificia in Roma e Professore di Diritto Penale presso l’Università UNISED in Milano


Il ruolo delle neuroscienze forensi, e di un protocollo elaborato da due scienziati italiani, potrebbe essere determinante per la selezione dell'”equipaggio ideale”, ossia di un team di astronauti non inclini geneticamente ad atti di natura violenta che potrebbero mettere a rischio le missioni dedicate ai viaggi extra planetari. Vediamo di cosa si tratta.

Le neuroscienze forensi nella ricerca dell’equipaggio ideale

La permanenza a bordo di una navicella spaziale è cosa ardua a viversi e non solo a causa degli angusti spazi ove i cosmonauti operano.

La simbiosi che viene a instaurarsi tra un astronauta e i macchinari siti in un vettore spaziale è continua e incalzante e non ammette errori o imprecisioni; il medesimo ragionamento è attuabile circa la reciproca e delicata relazione esistente tra gli uomini e i sistemi informatici che regolano la vita a bordo del vettore spaziale e dai quali dipende la sopravvivenza dell’equipaggio e in definitiva il buon esito della missione. Il tutto è destinato a complicarsi ancora di più se, al narrato e delicatissimo mélange nel quale astronauti e sistemi artificiali vengono a trovarsi in prolungata comunione, aggiungiamo il forzato e inevitabile e vicendevole contatto che si produce tra i membri dell’equipaggio. Una contiguità di stretta vicinanza antropica destinata a lunghi e snervanti periodi, se ragioniamo dal punto di vista delle prossime missioni spaziali che varcheranno l’orbita lunare per addentarsi in spazi, per l’uomo, sino a oggi sconosciuti.

La soluzione al citato problema ha messo, e mette oggigiorno, a dura prova la NASA nel tentativo di formare un equipaggio ideale che sia davvero pronto a ogni evenienza e che possa percorrere le lunghe distanze cosmiche alle quali è destinato.

Il protocollo Lusa-Franza

Proprio con riferimento all’ultima succitata osservazione, due scienziati forensi, Vincenzo Lusa e Annarita Franza, hanno ideato un protocollo di natura scientifica fondato sulle Neuroscienze Forensi e sulla genetica di stampo comportamentale.

Il suddetto protocollo è stato concepito con il fine ultimo di mettere in sicurezza gli astronauti da possibili atti di natura violenta che possano originarsi a bordo durante le missioni dedicate ai viaggi extra planetari, come quelli che la NASA, in collaborazione con le principali Agenzie spaziali mondiali, ha in agenda per i prossimi anni.

In effetti, la NASA, come altre agenzie spaziali internazionali, non ha mai preso in considerazione, nelle varie fasi di selezione finalizzate alla scelta degli equipaggi delle missioni spaziali, alcuni determinati aspetti di natura genetica e anatomica come quelli che, in proseguimento, si esporranno nel protocollo scientifico in parola.

In particolare, il suddetto protocollo, in modalità del tutto innovativa, è stato elaborato a seguito di alcune riflessioni maturate dagli autori dello studio dopo aver esaminato alcuni processi celebrati in ambito penale, ove il fattore genetico di rango comportamentale si era dimostrato risolutivo durante l’elaborazione del verdetto da parte del giudicante.

In effetti, il Diritto penale, e le Scienze forensi che ne sono a corollario, sono in grado di fornire un inaspettato ausilio al fine di mettere in sicurezza l’espansione dell’uomo nello spazio.

Ma, guardiamo ai fatti di causa.

Neuroscienze e aggressività umana: i casi

Nell’anno 2007 un quarantenne algerino di nome Abdelmalek Bayout, è coinvolto in una rissa a Udine dovuta a motivazioni di natura razziale e uccide con un coltello da cucina il colombiano Novoa Perez Walter Felipe.

Bayout è condannato in primo grado alla pena di 9 anni di reclusione, la Corte di Appello dispone l’esame genetico ove si riscontrano anomalie in cinque dei geni legati al comportamento violento fra cui il polimorfismo dell’allele MAO-A nella sua variante a bassa attività (MAOA-L); dato questo che secondo la Corte rende l’imputato «particolarmente reattivo in termini di aggressività alla presenza di situazioni di stress» (Corte d’Assise d’Appello di Trieste n. 5 09/18/2009).

Similarmente a quanto sopra descritto per il caso triestino, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale Penale di Como riconosce il vizio parziale di mente a Stefania Albertani, rea di aver segregato e avvelenato la sorella maggiore (il cui cadavere dà poi alle fiamme), a seguito di accertate anomalie nelle strutture cerebrali (come il cingolo anteriore), rubricate attraverso l’impiego di tecniche di neuroimaging (ad esempio la Voxel-Bsed Morphometry).

Le aree coinvolte sovraintendono sia alla menzogna sia ai processi di suggestionabilità e autosuggestionabilità nella regolazione delle azioni aggressive. Inoltre, gli accertamenti genetici indicano la presenza di tre alleli sfavorevoli della tipologia del richiamato caso Bayout che rendono Albertani particolarmente incline a un comportamento aggressivo e violento (Tribunale di Como; sentenza 05/05/2011 n.536).

Non deve essere tuttavia trascurata la circostanza che sia il caso Albertani sia quello di Bayout convergono nella letteratura americana di matrice criminologica la quale, fra il 2012 e il 2015, ammonta a ben 1585 pareri penali, ove le neuroscienze sono state dirimenti (lumeggiante esempio, riguarda l’attentatore del Presidente Reagan, al quale venne riscontata una difformità a livello di anatomia cerebrale che secondo gli esperti indusse John Hinckley a commettere il noto atto criminale).

Quanto appena narrato afferisce quindi al campo della Neuroscienze e dell’aggressività umana.

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Un sintetico accenno alle neuroscienze e alle neuroscienze forensi

Il termine Neuroscienza” fece il suo esordio negli anni 1970, e sin dall’inizio si prefisse di valutare il sistema nervoso umano esaminandolo sia dal punto di vista anatomico, nonché genetico.

Per poi quanto concerne il termine di “Neuroscienze Forensi”, ebbene esse sono finalizzate a indagare con quali modalità il sistema nervoso centrale, che trova il suo apogeo nel cervello, organizzi i fenomeni mentali che poi si traducono in particolari comportamenti umani contraddistinti dalla manifestazione di atti violenti o, come amano dire i Criminologi, di natura deviante.

In effetti, le Neuroscienze Forensi analizzano in maniera multidisciplinare l’anatomia del cervello mediante tecniche di radiologia che esplorano le aree dell’encefalo particolarmente interessate ai fenomeni devianti, in sinergia con la genetica comportamentale.

Occorre evidenziare che in Italia come negli USA molti giudici esaminano, nei casi a loro sottoposti, le analisi effettuate con neuroimaging unitamente a test genetici sui marcatori biologici predittivi del comportamento criminale (particolari alleli come quelli in questa sede descritti), al fine di provare la genuina capacità di intendere e di volere di un soggetto che il Diritto Penale italiano interpreta come la reale capacità di un individuo di rendersi conto in piena coscienza, che gli atti da costui compiuti contrastano con l’ordinamento penale nazionale.

Il protocollo Lusa-Franza si prefigge in definitiva di prendere in esame la valutazione di alcuni particolari marcatori biologici predittivi del comportamento criminale (come quelli in precedenza menzionati a proposito del polimorfismo dell’allele MAO-A, nella sua variante a bassa attività: MAOA-L) unitamente allo studio di malformazioni anatomiche site in area encefalica.

Dobbiamo altresì precisare che gli alleli sono forme biologiche alternative del gene e i geni peraltro, come noto, contribuiscono a edificare le proteine che costituiscono i mattoni del nostro organismo.

Il gene è identificabile, nel genoma umano, come una particolare sequenza di DNA che codifica una specifica proteina, ed esso è situato in una determinata zona di un cromosoma.

Tramite i geni si trasmettono altresì i caratteri ereditari.

Il rapporto tra genetica e comportamento criminale

Lo studio dei suddetti alleli ha permesso di comprendere che esiste un rapporto diretto tra la genetica e il comportamento criminale (deviante) e ciò attraverso l’esame di alcune monoamine-ossidasi come il precitato MAOA (nella variazione prodotta dall’allele MAOA-L) sita sul cromosoma femminile X e l’enzima catecolo O- metiltransferasi COMT, che regolano la funzione dei neurotrasmettitori come la serotonina, il primo, e la dopamina il secondo. Le monoamine (tra le quali s’includono le sopra citate serotonina e dopamina) sono diffuse nel sistema nervoso centrale con funzioni deputate a regolare l’attenzione, l’umore, oltre all’ansia e all’irritabilità.

Ampia letteratura scientifica in argomento ha dimostrato che i soggetti in possesso di alterazioni del suddetto sistema monoaminergico, in particolare la variante corta (Low) del suddetto gene MAOA (quindi: allele MAOA-L), sono ritenuti maggiormente inclini a rispondere con elevata aggressività allo stress e alcuni stimoli esterni, e ciò si è verificato nei casi giudiziari che abbiamo esaminato.

Peraltro, le anomalie nella serotonina potrebbero indurre una minore capacità di adattamento alle condizioni ambientali sfavorevoli e conseguentemente cagionare una disfunzione dei sistemi deputati a mitigare il comportamento impulsivo-aggressivo.

Lo studio neozelandese

A tale proposito si cita in senso chiarificatore un importante studio effettuato su un vasto campione di cittadini neozelandesi di sesso maschile monitorati dall’infanzia sino ai 26 anni di vita.

Lo studio evidenziò che i soggetti in possesso di una variante del MAOA a bassa attività (Low) e cresciuti in infanzia in un ambiente maltrattante svilupparono – rispetto a individui egualmente cresciuti in ambiente sfavorevole, ma dotati al contrario della variante in MAOA ad alta attività (HIG) – un rischio superiore di manifestare comportamenti antisociali.

Questo studio ha dimostrato che i soggetti che sono inconsapevoli portatori della variante Low, e che si trovino a operare in ambiente caratterizzato da attività legata a forti componenti di origine stressante, sono maggiormente inclini di altri a commettere manifestazioni violente.

Vale tuttavia la pena accennare che, proprio il sistema serotoninergico è ritenuto uno dei principali regolatori dei comportamenti impulsivo-aggressivi a livello cerebrale e in particolare esso è responsabile dell’aggressività proattiva (o offensiva) che ha permesso all’Homo sapiens di conquistare territori e sopraffare i propri antagonisti come animali o altre specie di ominidi.

Lo studio dell’anatomia cerebrale

Per quanto invece concerne lo studio dell’anatomia cerebrale, l’utilizzo di tecniche di neuroimaging (con tale termine s’intende l’attuazione, nello studio del comportamento criminale, di alcuni esami pertinenti al settore radiologico come la diagnostica per immagini) indaga il comportamento violento nell’uomo, e ciò si verifica studiando la particolare anatomia di alcune aree cerebellari ove possono sorgere comportamenti antisociali.

Questi sofisticati sistemi di diagnostica si dividono principalmente nelle seguenti aree:

  • analisi computerizzata del tracciato EEG, che compie un mappaggio selettivo dell’attività elettrica di specifiche aree cerebrali,
  • la TAC (tomografia assiale computerizzata),
  • la risonanza magnetica funzionale (fMRI),
  • le tomografie a emissione di positroni (PET),
  • la magnetoencefalografia (MEG),
  • la tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli (SPECT).

Il modello alla base di queste tecniche si basa principalmente sullo scambio d’informazioni che si realizza attraverso le connessioni sinaptiche e, perché ciò si verifichi a livello cerebrale, occorre un’energia che nel cervello è prodotta bruciando il glucosio con l’ossigeno. Questi ultimi sono trasportati dal sangue e affluiscono in maggior misura là, dove l’attività cerebrale è in corso. L’indagine di neuroimaging PET misura appunto il consumo di glucosio, mentre la fMRI rileva il flusso ematico. Ciò si rivela fondamentale esplorando alcune aree del cervello come ad esempio il Telencefalo, il quale maggiormente ci interessa a livello di comportamento violento, e dove è insito il sistema limbico che è la sede naturale delle emozioni.

Il sistema limbico, a sua volta, contiene strutture cerebrali importantissime per il controllo delle emozioni come: l’amigdala, l’ippocampo, il talamo e la corteccia prefrontale (quest’ultima deputata a controllare le pulsioni aggressive). Invece, l’amigdala è coinvolta negli attacchi predatori e affettivi; per quanto concerne l’ippocampo, esso regola gli istinti aggressivi.

Tra i citati distretti anatomici cerebrali è stato considerato anche il talamo, che collega le aree emozionali limbiche e le zone corticali. La letteratura in materia ha accertato che una ridotta funzionalità dell’ippocampo è associabile ad alti livelli di psicopatia. L’ippocampo inoltre gioca un ruolo primario nel condizionamento alla paura e nella risposta emotiva. L’amigdala invece è coinvolta nella generazione delle emozioni. Una diminuzione del volume dell’amigdala pari al 18% conduce alla manifestazione di comportamenti impulsivi o addirittura violenti.

Anche un’anomalia strutturale a carico della corteccia cingolata posteriore (sistema limbico) può scatenare rabbia e distorce la possibilità di comprendere in che modo il proprio comportamento può influire sugli altri.

Come la NASA seleziona gli aspiranti cosmonauti

Tornando al tema iniziale che concerne l’ideazione di un protocollo di natura neuroscientifica in ambito forense, come quello ideato dagli autori del predetto, vale la pena rimarcare che la NASA non ha mai utilizzato sino ad ora schemi genetici come quelli utilizzati negli elencati processi penali, né l’ente spaziale americano ha mai impiegato tecniche di neuroimaging al fine di evidenziare anomalie sui distretti cerebellari che possano provocare nel portatore reazioni di matrice violenta.

Ecco perché vale la pena evidenziare, in base ai dati provenienti dai reports dell’Ente spaziale Americano (questi ultimi in piena sintonia con quelli europei), quali siano i test dedicati alla selezione degli aspiranti cosmonauti.

Nel 1958, il presidente Eisenhower propose di creare un’agenzia spaziale civile per gli Stati Uniti.

Il 1 ° ottobre 1958 viene così inaugurata la National Aeronautics and Space Administration (NASA).

In seguito, lo Human Space Program della NASA ha individuato 32 possibili indici di rischio (con il termine «rischio» viene definita in letteratura: «la probabilità di un evento avverso derivato dal contesto del volo spaziale» sia come «fattore di rischio», ossia «una condizione predisponente che contribuisce ad un risultato avverso»).

Le categorie di rischio sono:

  • performance fisica e comportamentale;
  • salute umana (ad esempio, studio del metabolismo osseo e della fisiologia cardiaca e polmonare);
  • radiazioni;
  • contesto ambientale e abitabilità e
  • possibilità di condizioni cliniche avverse.

I dati così evinti sono infine valutati come Controllati, Accettabili, Inaccettabili e Insufficienti.

Ad esempio, la prossima missione su Marte presenta indicatori di rischio di grado Inaccettabile per ciò che concerne la nutrizione e le prestazioni fisiche dell’equipaggio coinvolto a causa della progressiva riduzione sia della massa muscolare sia della capacità aerobica. Altri fattori valutati come Inaccettabili riguardano gli sconosciuti effetti collaterali della somministrazione farmacologica, l’ipertensione intracranica e la possibile insorgenza di carcinogenesi.

Non da ultimo, Inaccettabili sono i dati concernenti la valutazione di disturbi comportamentali e patologie psichiatriche.

I fattori di rischio per il benessere psicologico

In dettaglio, i fattori di rischio per il benessere psicologico degli astronauti impegnati in missioni di lunga durata vengono ulteriormente suddivisi sulla base delle possibili:

  • condizioni comportamentali sfavorevoli e malattie mentali;
  • calo di prestazione per affaticamento fisico e
  • decremento della performance dovuto alla inadeguata capacità di collaborazione, coordinamento, comunicazione e adattamento psicologico all’interno di un gruppo disfunzionale.

È comunque interessante sottolineare come i risultati dello studio MARS105 evidenzino un progressivo deterioramento della salute psicologica degli astronauti durante un lungo periodo di isolamento assieme ad una sensibile diminuzione dell’attività corticale del cervello.

L’eventualità di un atto di violenza in orbita non è però sconosciuta all’elenco delle criticità stilato dalla NASA ed è anzi stata oggetto di una simulazione spaziale tenutasi alle Hawaii nel 2015 luogo nel quale, per più di un anno, sono state testate le attuali tecniche d’indagine criminalistica nell’esame di una scena del crimine perpetrata a bordo di un vettore.

Dal programma Mercury (1959) alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS, 1988- presente), la NASA ha, infatti, in agenda un soggiorno della durata di 365 giorni presso l’ISS e la costruzione di un avamposto di atterraggio lunare; per non parlare delle future missioni su Marte e sull’asteroide NEA.

I rischi (sconosciuti) delle missioni extra-lunari

Ebbene, a questo punto appare doveroso considerare che le suddette missioni extra lunari sono caratterizzate da un dato fondamentale che a livello stressorio assume un’importanza assoluta, giacché gli astronauti coinvolti nel viaggio su Marte sperimenteranno fattori di stress fisico e psicologico tuttora sconosciuti, quali un volo della durata di tre anni e soprattutto il fenomeno di origine psicologica inerente alla scomparsa della Terra dall’orizzonte per la maggior parte del viaggio (il cosiddetto fenomeno dell’Earth-out-of-view) e scarse, o nessuna, aspettative di salvezza in caso di emergenza.

Ne deriva che tutte le precedenti regole dei viaggi spaziali ordinari (ivi compresa la prolungata permanenza su strutture extra-orbitali, come quella che ha visto protagonista la nostra astronauta Samantha Cristoforetti a bordo dell’ISS) perdono di consistenza attesa l’eventualità che i fattori di rischio fisiologici e psicologici, finora conosciuti, non possono più essere utilizzati come indicatori delle possibili criticità che l’equipaggio impiegato in tali situazioni si troverà ad affrontare.

Il suddetto esame peraltro rivela che la NASA, nel momento della scelta degli astronauti, non ha mai compiuto alcuna indagine di natura genetica o abbia utilizzato l’uso della diagnostica per immagini, tese a rivelare, nel personale selezionato, la presenza di bio-marcatori predittivi del comportamento criminale nonché malformazioni a livello cerebrale, le quali possano essere sintomatiche della predisposizione a manifestare comportamenti antisociali. Se, ulteriormente esaminiamo i rischi elencati dalla NASA nei viaggi spaziali, appare incontrovertibile affermare che nello spazio può davvero verificarsi ogni possibile genere di emergenza.

Alcuni di questi imprevisti sono noti, altri attualmente sconosciuti, e questi sono resi ancora più imprevedibili nel momento in cui viene considerato che i futuri itinerari extra orbitali programmati non sono mai stati compiuti da essere umano, sennonché in qualche simulazione computerizzata.

In effetti, il forte grado di stress, al quale gli astronauti si potrebbero trovare sottoposti, può trarre la sua eziogenesi da svariate situazioni quali: il prolungato isolamento accomunato alla percezione della lontananza dal pianeta natale, la continua vicinanza con i propri simili che può ingenerare possibili dissidi interpersonali originati da rivalità o altro; imprevedibili situazioni che sarebbero in grado di favorire un accumulo di stress non contenibile in soggetti che risultino in possesso nel loro corredo genetico di particolari polimorfismi o anomalie strutturali a livello cerebrale, tali da condurli a manifestare un comportamento violento.

La natura del patrimonio biologico predisponente ad azioni criminali è ignoto a coloro che lo posseggono, ma i cases reports che abbiamo valutato hanno mostrato che in determinate situazioni le anomalie cerebellari e i bio-marcatori predittivi del comportamento criminale, non precocemente diagnosticati, possono essere alla base di atti di natura violenta e manifestarsi con modalità caratterizzate da veemenza non controllabile e distruttiva per coloro che si trovino a contatto con l’aggressore.

Lo studio, dal quale è scaturito il protocollo che qui si discute, è stato illustrato per la prima volta nel corso del 68° Congresso Annuale dell’American Academy of Forensic Sciences (Las Vegas, 2016 Congresso mondiale di Scienze Forensi), è stato poi disquisito e riconosciuto a cura della nostra Agenzia Spaziale Italiana (ASI), per divenire in seguito oggetto di pubblicazione sul giornale Forensic Magazine (USA) e successivamente sulla rivista astronomica fondata da Margerita Hack: Le Stelle, n.172. Infine il suddetto protocollo ha conseguito il riconoscimento scientifico al rango di teoria a seguito della pubblicazione accademica sulla rivista peer-reviewed “Substantia” Journal del Dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze.

La teoria della Criminogenesi Evolutiva

E’ doveroso aggiungere che il protocollo neuroscientifico che abbiamo esaminato è una diretta conseguenza “causa-effetto” discendente da una teoria di rango generale denominata “Criminogenesi Evolutiva “ (Lusa V. et al.).

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La teoria della Criminogenesi Evolutiva

La teoria della  Criminogenesi Evolutiva è stata oggetto di una pubblicazione su una monografia a stampa nel corrente anno, a cura della casa editrice Lo Scarabeo, Edizioni scientifiche, Milano-Bologna dal titolo: ”Criminogenesi Evolutiva. La violenza come adattamento umano dalle savane allo spazio” scritta da Vincenzo Lusa e Annarita Franza.

In particolare, la teoria della Criminogenesi Evolutiva incentra il suo focus sulla violenza in ambito evolutivo, considerando l’aggressività umana alla stregua di un carattere biologico non di natura infausta, bensì benevola ed essenziale alla sopravvivenza dell’Homo sapiens e premiata dalla selezione naturale. La teoria in parola esamina quindi la violenza non dal punto di vista del nostro quotidiano vivere, come le tristi note della cronaca nera ci ricordano, bensì dal punto di vista di scale temporali che si svolgono in milioni di anni e in virtù delle quali il sapiens (ovvero noi tuti) si è evoluto, ed essa diviene infine un fattore adattativo di natura biologica che ha permesso all’uomo di sopravvivere in un ambiente a lui assolutamente ostile, ivi compresi gruppi rivali, e nei confronti del quale il soggetto umano ha dimostrato una perfetta tenacia mista a violenza (in criminologia si parla a questo proposito di violenza “proattiva”) in virtù della quale oggi l’uomo può guardare al suo passato essendo sopravvissuto alle insidie dello stesso. La violenza pertanto può essere intesa non esclusivamente come un fattore “maladattivo”, ma anche benevolo per l’essere umano e quindi si può essere anche denominato alla stregua di un “carattere” biologico.

La teoria della Criminogenesi Evolutiva ipotizza per la prima volta, che l’aggressività umana, contrariamente a quella animale dalla quale si distacca notevolmente, sia pensabile, nei termini sopra descritti, in funzione di un sistema che mette in reciproca relazione sette parametri scientifici; alcuni di questi sono di natura antropologica, altri criminologica. Tra i primi si menzionano:

  • le mutazioni genetiche,
  • le grandi migrazioni umane (queste ultime occorse in tempi ancestrali)
  • la selezione naturale e
  • la deriva genetica.

Per quanto concerne i parametri di natura criminologica, ebbene essi comprendono:

  • la biologia dell’encefalo del deviante,
  • la personalità dell’autore e
  • l’ambiente ove il criminale vive o è vissuto.

Il tutto con il precipuo intento di chiarire se il carattere adattativo della violenza sia frutto di una possibile mutazione biologica, poi premiata dalla selezione naturale ovvero se la violenza sia invece dovuta a una componente genetica importata da specie umane affini al sapiens (si pensi a tale proposito che l’uomo si è separato dallo scimpanzé all’incirca sei milioni di anni fa e che lo scimpanzé Pan Paniscus, o scimpanzé bonobo, si attesta tra tutti gli attuali primati come quello con maggior affinità genetica con l’uomo) e con le quali quest’ultimo, in tempi assai remoti, è venuto a contatto instaurando probabili legami di natura sessuale, tali da permettere l’importazione, nel nostro patrimonio biologico, di alcuni tratti genetici che potrebbero risultare predisponenti all’aggressività.

Il gene del “guerriero”

Quanto appena descritto si è davvero verificato e studi antropologici di settore lo hanno evidenziato. Pensiamo ad esempio all’allele MAOA-L, più volte da noi citato, e riscontrato nel patrimonio genetico di vari imputati sottoposti a processi penali per atti di natura omicidiaria come quelli che abbiamo menzionato in queste pagine, e chiamato dai media con il termine Warrior Gene, in altre parole gene del “guerriero” il cui background filogenetico è dovuto a un’eredità derivata dai primati che hanno preceduto l’uomo attutale. Il termine Warrior Gene fu peraltro attribuito per la prima volta dalla giornalista Ann Gibbons, la quale, in occasione di un meeting scientifico dell’AAPA (American Association of Physical Anthropology), discusse, in sede di conferenza, le cause dell’elevato tasso di aggressività posseduto dai guerrieri Maori (conosciuti come i guerrieri senza paura) rispetto ad altre popolazioni locali, attribuendo la suddetta violenza alla presenza, nell’asseto genetico dei Maori, del più volte richiamato allele MAOA-L. L’aggressività deve quindi essere inquadrabile su scale milionarie in anni e posta in sistema con l’ambiente ove l’uomo si trovava vivere.

Caratteri della violenza nello spazio

E’ quindi agevole pensare che in ambienti assolutamente inediti per l’uomo, come appunto lo spazio o nuovi pianeti che l’umanità si troverà un giorno a esplorare e quindi colonizzare, anche la violenza potrà giocare un suo ruolo fondamentale; inizialmente essa sarà valutata come fattore “maladattivo”, così come descritto e previsto nel protocollo neuroscientifico che abbiamo esaminato. In seguito, l’aggressività potrebbe nuovamente divenire benigna, e quindi “adattativa”, in funzione di una risposta a stimoli esterni a oggi non conosciuti, come a esempio: ignoti ambienti cosmici e planetari nei quali potrebbero imbattersi i futuri cosmonauti, la cui sopravvivenza potrebbe dipendere da una calibrata e inedita, per i nostri attuali canoni, reazione di natura aggressiva.

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