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Patrimonio culturale, se la Convenzione di Faro nega il digitale: il problema

Se la Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa sarà approvata così com’è, segnerà una frattura con il presente dell’era del digitale. Il contro altare è nelle iniziative della Scuola a Rete DiCultHer per dotare le nuove generazioni della conoscenza delle nuove dimensioni del patrimonio culturale

10 Gen 2019

Nicola Barbuti

Università degli Studi di Bari Aldo Moro - coordinatore del Polo Apulian DiCultHer

Giuliano De Felice

Università degli Studi di Foggia, Dipartimento di Studi umanistici. Beni culturali, Lettere, Scienze della Formazione

Carmine Marinucci

Direttore DiCultHer, Direzione Committenza ENEA


Il digitale rischia di avere un ruolo marginale o addirittura sarà considerato un rischio per il patrimonio culturale se la Convenzione di Faro[1] del Consiglio d’Europa sarà approvata così com’è.

E’ un documento cruciale che, dal 2005, ha innescato una profonda rivisitazione del concetto di patrimonio culturale. Ma l’attuale testo rischia di creare una frattura tra questo e il digitale Frattura che si verrebbe a creare proprio nel momento in cui le istanze comunitarie definiscono il digitale come parte integrante del patrimonio culturale ed espressione propria dell’era digitale contemporanea.

Convenzione di Faro e digitale

Emerge, infatti, chiaramente anche dai documenti e nelle definizioni della Ue che la rivoluzione digitale è ormai una fase conclusa in quanto evoluta in era digitale e questa, per essere riconosciuta come tale, deve fondarsi necessariamente sul riconoscimento di cosa e quanto possa essere riconosciuto come il nuovo Digital Cultural Heritage (DCH).

L’art. 2 delle Conclusioni del Consiglio dell’UE del 21 maggio 2014 sul “Patrimonio culturale come risorsa strategica per un’Europa sostenibile[2]” ha inquadrato l’evoluzione che il digitale ha avuto negli ultimi dieci anni, ridefinendo il patrimonio culturale come segue:

Cultural heritage consists of the resources inherited from the past in all forms and aspects – tangible, intangible and digital (born digital and digitized), including monuments, sites, landscapes, skills, practices, knowledge and expressions of human creativity, as well as collections conserved and managed by public and private bodies such as museums, libraries and archives. It originates from the interaction between people and places through time and it is constantly evolving”.

Un’istanza ripresa e ulteriormente articolata nella successiva Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni. Verso un approccio integrato al Patrimonio Culturale per l’Europa del 22 luglio 2014[3] dove si rilevano i primi tentativi di profilazione degli elementi distintivi delle nuove funzioni che il digitale e la digitalizzazione hanno assunto rispetto agli esordi di cica 15 anni prima.

Il paragrafo 2 delle Conclusioni dell’UE del 21 maggio 2014 è stato riportato integralmente quale Art. 2 nella Decisione del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 maggio 2017[4] con cui si è nominato il 2018 Anno Europeo del Patrimonio Culturale, nell’evidente intento di dare continuità e nuovo stimolo alla riflessioni avviate nel 2014, ma ancora oggi non tenute della dovuta considerazione e attenzione.

Eredità culturale e società dell’informazione

Principale riferimento delle nuove prospettive aperte dal par. 2 delle Conclusioni dell’UE del 21 maggio 2014 e dalla successiva Comunicazione del 2017 deve essere proprio la Convenzione di Faro, in approvazione in tutti i Paesi dell’UE. Secondo la quale il patrimonio culturale non più da intendere come un insieme di oggetti e beni (che siano essi materiali e immateriali), ma come una rete articolata di relazioni fra comunità e patrimonio culturale.

Una rivisitazione che segna una vera e propria svolta epocale nel concetto stesso di patrimonio culturale, ma proprio per questo, alla luce della rutilante evoluzione che il digitale ha avuto negli ultimi 15 anni, apre uno scenario che oggi diventa particolarmente delicato, visto il ruolo assolutamente marginale e meramente strumentale che in essa gli è riservato all’Art. 14:

Articolo 14 – Eredità culturale e società dell’informazione

Le Parti si impegnano a sviluppare l’utilizzo delle tecnologie digitali per migliorare l’accesso all’eredità culturale e ai benefici che ne derivano:

  • potenziando le iniziative che promuovano la qualità dei contenuti e si impegnano a tutelare la diversità linguistica e culturale nella società dell’informazione;
  • favorendo standard internazionali per lo studio, la conservazione, la valorizzazione e la protezione dell’eredità culturale, combattendo nel contempo il traffico illecito dei beni culturali;
  • adoperandosi per abbattere gli ostacoli che limitano l’accesso alle informazioni sull’eredità culturale, specialmente a fini educativi, proteggendo nel contempo i diritti di proprietà intellettuale;
  • riconoscendo che la creazione di contenuti digitali relativi all’eredità culturale non dovrebbe pregiudicare la conservazione dell’eredità culturale attuale.

Rispetto alla nuova dimensione di Patrimonio Culturale che le Conclusioni UE (2014) hanno riconosciuto al digitale e alla digitalizzazione, che al momento della redazione della Convenzione erano ancora agli esordi, è evidente come la dimensione olistica contemporanea del digitale non potesse allora essere presa in considerazione, né ipotizzata.

Nondimeno, non si può negare che, se la Convenzione sarà approvata così com’è, senza aprire contestualmente una riflessione politica sul nuovo ruolo del digitale come definito nei documenti dell’UE dal 2014, essa risulterà del tutto decontestualizzata e anacronistica, in quanto l’attuale ecosistema digitale continuerà a essere identificato in funzione meramente strumentale di valorizzazione del patrimonio tangibile e intangibile e valutato con estrema circospezione, addirittura considerato quale potenziale fattore di rischio per l’incolumità dell’analogico.

Un nodo problematico, che rischia di portare a un contrasto con il digitale oggi quanto mai inedito, in quanto si creerebbe proprio nel momento in cui le istanze comunitarie lo definiscono invece come parte integrante del Patrimonio Culturale ed espressione propria dell’Era Digitale contemporanea.

L’approvazione della Convenzione mantenuta secondo questi orientamenti, infatti, creerebbe un evidente e contrastante paradosso rispetto non solo agli scenari contemporanei, ma soprattutto in relazione alle ulteriori evoluzioni che già oggi si possono intravvedere con attendibile verosimiglianza, per le quali urge essere preparati culturalmente a gestire le complesse sfide che certamente proporranno.

Si rischia di perpetuare, anzi di incrementare spaventosamente il disastro culturale che già nel 2015 ha ben descritto in un’intervista Vinton Cerf, inventore con Bob Kahn del protocollo TCP/IP e considerato uno dei “padri” di Internet:

“When you think about the quantity of documentation from our daily lives that is captured in digital form, like our interactions by email, people’s tweets, and all of the world wide web, it’s clear that we stand to lose an awful lot of our history. […] We don’t want our digital lives to fade away. If we want to preserve them, we need to make sure that the digital objects we create today can still be rendered far into the future.

[…] We are nonchalantly throwing all of our data into what could become an information black hole without realising it.”

Le riflessioni della scuola a rete diculther

Partendo da queste premesse, la Scuola a Rete DiCultHer ha avviato – sin dalla sua costituzione nel febbraio 2015- una serie di azioni e riflessioni per ripensare i processi di digitalizzazione e di co-creazione del digitale quali espressioni sociali e culturali dell’epoca contemporanea, nella prospettiva di concorrere alla creazione delle competenze necessarie per una autentica cultura digitale che consenta, tra l’altro, di individuare approcci e metodi per identificare il Digital Cultural Heritage (DCH) tra le entità digitali create fino a oggi e in produzione, basandosi su criteri chiari e omogenei per validarle e certificarle come memoria e fonti di conoscenza.

In particolare per quanto attiene il DCH, DiCultHer nel corso delle numerose riflessioni pubbliche di questi ultimi due anni ha elaborato una prima possibile definizione del Digital Cultural Heritage quale: “ecosistema di processi, entità, fenomeni Born Digital e Digitalizzati che, essendo stati certificati e validati, fin dalla loro genesi contengano le caratteristiche indispensabili a qualificarli potenziali testimonianze, manifestazioni ed espressioni dei processi evolutivi che identificano e connotano ciascuna comunità, contesto socio culturale, ecosistema semplice o complesso dell’Era Digitale, assumendo la funzione di memoria e fonte di conoscenza per le generazioni future”.

In questa direzione DiCultHer ha proposto tre macro-categorie di entità:

  • Born Digital Heritage: entità native digitali i cui contenuti registrano processi, metodi e tecniche utilizzati dalle comunità contemporanee per la co-creazione, da salvaguardare, riusare e conservare nel tempo come potenziale memoria storica e fonte di conoscenza per future generazioni;
  • Digital FOR Cultural Heritage: processi, metodi e tecniche di digitalizzazione finalizzata alla co-creazione di risorse digitali che riproducono il patrimonio culturale tangibile e intangibile integrando nei contenuti immagini e metadati descrittivi (biblioteche digitali, musei virtuali, database demo-etno-antropologici, ecc.);
  • Digital AS Cultural Heritage: entità digitali prodotte dalla digitalizzazione e dematerializzazione di beni culturali tangibili e intangibili, i cui contenuti registrano approcci, processi, metodi e tecniche rappresentativi della loro evoluzione nel tempo, da salvaguardare, riusare e preservare valorizzandole come potenziale memoria storica e fonte di conoscenza per le generazioni future.

Tali proposte sono attualmente oggetto di una Consultazione pubblica europea per la Definizione, Identificazione e Formalizzazione del Digital Cultural Heritage, la cui validazione e l’apertura di ulteriori riflessioni sulla ridefinizione del ruolo del nuovo DCH nell’ambito della Convenzione di Faro, potranno contribuire pienamente a identificare le funzioni del nuovo patrimonio culturale digitale, che:

  • diviene entità da conservare quale memoria della Cultura Digitale che connota l’Era Digitale contemporanea
  • apre nuove porte di accesso alla conoscenza del Patrimonio Culturale dell’Era Digitale contemporanea;
  • espande l’esperienza culturale rendendola realmente condivisa a livello mondiale per la prima volta nella storia dell’uomo, rendendola entità identitaria dell’evoluzione culturale contemporanea.

Questioni queste che DiCultHer, accanto alla Consultazione Pubblica sopra richiamata, sta affrontando proponendo attività formative, educative e di ricerca, agendo con gli strumenti e le strategie innovative delle Digital Humanities per dotare le nuove generazione della conoscenza non solo delle nuove dimensioni del Patrimonio culturale, ma del più vasto universo del nuovo Digital Cultural Heritage, con l’obiettivo di realizzare l’integrazione fra saperi umanistici tradizionali e conoscenze di metodi e tecniche computazionali nella strutturazione della nuova Cultura Digitale, passando dal modello attualmente vigente, finalizzato a creare competenze borderline o esclusivamente tecniche, a un nuovo modello che punti a creare conoscenze e competenze consapevoli trasversali, abilitate a partecipare attivamente ai processi di innovazione digitale.

In questa direzione la rete DiCultHer ha avviato e sostanziato sin dal 2015 la programmazione di una serie di iniziative per riflettere insieme sulle culture digitali quali identità culturali della contemporaneità, mobilitando tutte le energie intellettuali del Paese per co-creare e consolidare una cultura digitale omogenea e condivisa, fondata sulla conoscenza dell’ecosistema digitale e delle criticità e le opportunità connesse all’uso responsabile del digitale per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale e dei luoghi della cultura, ritenendo assolutamente prioritario per i nostri obiettivi offrire al Paese, e al mondo dell’istruzione in particolare, le proprie riflessioni nella consapevolezza che il coinvolgimento consapevole dei giovani e dei loro docenti, in particolare, ​sia prioritario per renderli protagonisti nei processi di costruzione identitaria e di cittadinanza attiva europea e per la realizzazione di quel digital knowldge design system applicato all’educazione al patrimonio culturale che mette al centro la ‘creatività’ dei giovani per affrontare, mediante l’uso consapevole del digitale e con approcci innovativi, la conoscenza, l’accesso partecipato, la gestione e la valorizzazione del Digital Cultural Heritage.

Tali iniziative, hanno l’obiettivo di stimolare i nostri ragazzi sull’opportunità di conoscere e coltivare la memoria storica, lo sviluppo di una memoria critica, andando oltre le semplici erudizioni ed acquisendo il senso dell’importanza di saper leggere gli avvenimenti con autonomia intellettuale, nonché per favorire l’engagement delle fasce giovanili al patrimonio culturale in forma digitale. In particolare si ricordano la “Settimana delle Culture Digitali “Antonio Ruberti” (#SCUD), il Concorso “Crowddreaming: i giovani co-creano culture digitali (#CCD) e l’#HackCultura2019, l’hackathon degli studenti per la “titolarità culturale”, di cui alla Circolare MIUR.

Scuola e Università generatori di domanda di innovazione

Nella consapevolezza inoltre che la Scuola e l’Università sono il più grande generatore di domanda di innovazione, la rete DiCultHer ha avviato la riflessione sulle Digital SHTEAM (Science, Humanities, Technology, Engineering, Arts And Mathematics) nella convinzione che la nostra Scuola e la nostra l’Università “nella dimensione digitale” non sia “un’altra Scuola o un’altra Università”, ma la sfida dell’innovazione della Scuola e dell’Università per dare ai nostri studenti le chiavi di lettura del futuro, per il raggiungimento degli obiettivi per rimuovere le barriere disciplinari e di genere nell’ecosistema delle STEM, nella convinzione che il digitale introduca cambiamenti in tutti i contesti, tanto delle STEM che del sociale e delle Humanities e nel Digital Cultural Heritage e per scrivere tutti insieme una “via italiana” delle Digital SHTEAM, coerente ed anticipatore della discussione in Europa per riguarda l’istruzione, la formazione, la parità di genere, le pari opportunità.

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  1. Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la Società (CETS no. 199) 18/03/08 Faro, 27.X.2005
  2. Conclusioni del Consiglio del 21 maggio 2014 relative al patrimonio culturale come risorsa strategica per un’Europa sostenibile (GU C 183 del
    14.6.2014);
  3. https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2014/IT/1-2014-477-IT-F1-1.Pdf
  4. Decisione (UE) 2017/864 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 maggio 2017, relativa a un Anno europeo del patrimonio culturale (2018) ( GU L 131, 20 maggio 2017)

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