Perché lo smartphone ci "attrae" più del partner e dei figli: lo studio | Agenda Digitale

il fenomeno phubbing

Perché lo smartphone ci “attrae” più del partner e dei figli: lo studio

Quante volte ci è capitato di essere ignorati dalla persona accanto a noi, troppo presa dal suo smartphone? E quante volte siamo state noi quella persona? Il fenomeno si chiama “phubbing” e condiziona le nostre relazioni offline, in particolare con il partner e i figli. Vediamo come non cadere nella trappola

19 Nov 2020
Tiziano Gerosa

Università degli Studi di Milano-Bicocca


Il phubbing, ossia la tendenza a prestare più attenzione allo smartphone che alle persone che abbiamo accanto, si caratterizza a tutti gli effetti come una forma di esclusione sociale, con possibili conseguenze negative sul benessere di chi lo subisce e, indirettamente, anche su chi lo pratica.

Cosa possiamo fare quindi per limitarne l’insorgere e salvaguardare la qualità delle relazioni di coppia e con i nostri figli?

Cerchiamo di comprendere meglio il fenomeno e come limitarne le conseguenze.

L’impatto del phubbing sulle relazioni offline

Il termine phubbing nasce dall’unione delle parole phone e snubbing e sta ad indicare l’atto di ignorare le persone in un contesto sociale a causa del proprio cellulare.

La diffusione di massa degli smartphone e dei servizi di connessione mobile, e la grande attrattiva che i loro contenuti esercitano su di noi, ne hanno facilitato la diffusione su larga scala, rendendolo un comportamento comune e, spesso, accettato.

Il fenomeno del phubbing ha suscitato fin da subito grande interesse nell’opinione pubblica, soprattutto per le sue ripercussioni – spesso ironicamente documentate – sulla qualità delle relazioni offline. È capitato a tutti di imbattersi in uno dei tanti meme che circolano sul web in cui gruppi di amici o partner seduti al tavolo di un ristorante, invece che conversare amabilmente, se ne stanno con gli occhi fissi sul proprio smartphone, immersi nel mondo del virtuale.

La ricerca scientifica si è mossa per approfondire lo studio di questo fenomeno dapprima nelle relazioni di coppia, quantificandone la diffusione e indagando le ripercussioni da esso prodotte sul benessere relazionale e psicofisico dei partner che lo subiscono. I risultati parlano chiaro, mostrando che il 60-70% degli intervistati dichiara di essere ignorato almeno qualche volta dal partner a causa dello smartphone (McDaniel e Coyne 2016; Al-Saggaf e MacCulloch 2018). Inoltre, chi subisce phubbing ha ripercussioni negative sul proprio benessere psicologico, svaluta la relazione con il partner e, nei casi più gravi, arriva a sviluppare sintomi depressivi (Roberts e Davis 2016; Wang et al. 2017).

Se è vero che le relazioni romantiche sono centrali nella vita di un individuo, un ruolo altrettanto importante è rivestito dalle relazioni tra genitori e figli, che sono cruciali per lo sviluppo di bambini e adolescenti. Lo studio “Mom, dad, look at me”: The development of the Parental Phubbing Scale” (Pancani et al 2020), frutto della collaborazione multidisciplinare tra ricercatori del Dipartimento di Psicologia e di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nasce dalla constatazione che non esistono ad oggi questionari in grado di rilevare il fenomeno del phubbing in ambito familiare. In particolare, mancano strumenti per valutare la percezione dei figli di essere ignorati dai loro genitori perché questi sono impegnati a prestare attenzione al proprio smartphone. Il gruppo di ricercatori ha quindi sviluppato e validato il primo set di domande per misurare il phubbing che i figli subiscono dalla madre e dal padre, raccogliendo dati su un campione di 3,289 adolescenti lombardi (età compresa tra i 15 e i 16 anni). Si tratta di una breve batteria di sette domande, che indaga la frequenza con cui il singolo genitore – agli occhi del figlio – controlla, tiene in mano o lascia in una posizione ben visibile lo smartphone durante i momenti trascorsi insieme.

Le conseguenze del phubbing sui figli

I risultati della ricerca hanno confermato che gli adolescenti che si sentono maggiormente vittime di phubbing da parte dei loro genitori, indipendentemente dal fatto che si tratti della madre o del padre, si percepiscono anche più distanti da essi, socialmente disconnessi, ignorati ed esclusi. Grazie a questa evidenza i ricercatori hanno quindi potuto mostrare che il phubbing si caratterizza a tutti gli effetti come forma di esclusione sociale, in particolare di ostracismo, ossia essere ignorati, diventare invisibili e sentirsi non esistenti in un dato contesto. Ciò assume una importanza ancora maggiore nella relazione genitori-figli, in cui lo stile parentale e la capacità di risposta alle richieste dei figli rivestono un ruolo cruciale nello sviluppo adolescenziale.

Ad oggi, il phubbing genitoriale rimane un fenomeno relativamente recente e quindi non ancora regolato da esplicite norme sociali, come, ad esempio, quelle che indicano in che modo “dobbiamo” comportarci a tavola, porci nei confronti del prossimo o esprimerci in determinate situazioni.

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Cosa fare, dunque, per limitare i danni?

Perché lo smartphone ci attrae come una calamita

Spesso i genitori credono che il problema dell’uso problematico dello smartphone riguardi solamente i più giovani, i cosiddetti “nativi digitali”, ovvero coloro che non sono mai stati socializzati ad una vita relazionale libera dalla rete. In realtà, questo dispositivo si contraddistingue per alcune peculiarità che lo rendono un potentissimo distrattore a prescindere dall’età e dalle esperienze pregresse dell’utilizzatore.

In primo luogo, lo smartphone garantisce l’accesso immediato e simultaneo ad una molteplicità di risorse e opportunità di informazione, di svago e di comunicazione.

In secondo luogo, le attività che convergono su questo strumento sono molteplici e vanno dal lavoro alla vita privata, dallo svago alla formazione. Da qui la tentazione di portare avanti le nostre attività, ma anche di gratificarci, in ogni possibile momento libero.

Infine, lo smartphone ci espone a questo immenso flusso informativo e comunicativo in qualsiasi momento della giornata, senza alcuna limitazione spaziale o temporale. Proprio grazie a queste sue caratteristiche, lo smartphone ci offre stimoli forti e continui, a cui difficilmente riusciamo a resistere. Basti pensare alle chiamate in entrata, agli sms, alle notifiche delle app di instant messaging, dei social media e dei più svariati servizi di informazione gratuiti disponibili online.

Studi recenti hanno dimostrato come stimoli di questo tipo difficilmente possono essere ignorati dal nostro cervello e ci spingono inconsciamente a dirottare la nostra attenzione dalle attività che stiamo svolgendo allo schermo dello smartphone (Stothart et al. 2015; Ward 2017). Il fenomeno del phubbing deriva proprio dal potere distrattivo che lo smartphone esercita indistintamente su ognuno di noi, genitori e figli. Un potere che però può controllato nella vita di tutti i giorni.

Gli accorgimenti per non cadere nella trappola del phubbing

Per tenere sotto controllo la nostra naturale disposizione a distrarci di fronte allo smartphone possiamo utilizzare semplici accorgimenti che limitano “fisicamente” la nostra esposizione ai suoi stimoli, soprattutto in contesti relazionali che richiedono piena attenzione. Si tratta di accorgimenti facili da mettere in pratica e che non necessitano di particolari competenze tecniche, come ad esempio impostare la modalità aereo o silenziare il telefono prima di intraprendere le attività pianificate con i nostri figli. Un ulteriore accorgimento, apparentemente banale ma altrettanto efficace, è quello di evitare di tenere il proprio smartphone ben in vista e a portata di mano durante lo svolgimento di queste attività, limitando così la nostra esposizione ai suoi stimoli.

Conclusioni

Queste strategie, per quanto semplici, sono spesso difficili da mettere in pratica a causa delle crescenti esigenze di reperibilità e dei ritmi frenetici imposti della società odierna. Tuttavia, esistono momenti specifici della giornata in cui adottare tali accorgimenti con costanza può essere tanto semplice quanto salutare. La cena in famiglia e i momenti quotidiani di svago con i propri figli, come la visione di un film, sono solo alcuni esempi. Per incentivare l’adozione e rispetto di queste buone pratiche, può essere utile coinvolgere tutti i membri della famiglia in una riflessione sul tema e nella conseguente scelta dei momenti della giornata “smartphone free”. Un recente studio ha dimostrato che la creazione e l’adozione di un sistema di regole condiviso sull’uso dello smartphone da parte di genitori e figli può contribuire ad accrescere la soddisfazione di questi ultimi per le relazioni familiari (Gui et al. 2018).

Detto ciò, è doveroso sottolineare che l’uso dello smartphone in famiglia non va demonizzato. Lo smartphone, infatti, è uno strumento particolarmente versatile, che può essere utilizzato come vero e proprio mediatore delle relazioni genitore-figlio anziché per finalità di evasione dal contesto relazionale circostante. Ricercare informazioni online insieme, scambiarsi contenuti e, più in generale, utilizzare questo dispositivo come elemento di interazione e condivisione limita, da un lato, il rischio dei genitori ricadere in comportamenti assimilabili al phubbing e, dall’altro, contribuisce ad arricchire la relazione con i propri figli di nuovi stimoli. Attività simili acquistano ancor più rilevanza in questo particolare momento storico, in cui l’avvento della pandemia da COVID-19 ci costringe a convivere per buona parte della giornata in ambienti ristretti e, al contempo, in cui l’esigenza di utilizzare lo smartphone e i nuovi media per motivi di lavoro, di studio o, più semplicemente, per restare in contatto con amici e conoscenti si fa particolarmente pressante.

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Riferimenti bibliografici

Al-Saggaf, Y., & MacCulloch, R. (2018). Phubbing: How frequent? Who is phubbed? In which situation? And using which apps? ICIS 2018 Proceedings, Behavior 25.

Gui, M., Gerosa, T., Garavaglia, A., Petti, L., Fasoli, M. (2018). Digital Well-being. Validation of a Digital Media Education Programmein High Schools. Report, Research Centeron Quality of Life in the Digital Society. https://www.digitalwellbeing.eu/publication/

McDaniel, B. T., & Coyne, S. M. (2016). “Technoference”: The interference of technology in couple relationships and implications for women’s personal and relational well-being. Psychology of Popular Media Culture, 5(1), 85–98. https://doi.org/10.1037/ppm0000065

Pancani, L., Gerosa, T., Gui, M., & Riva, P. (2020). “Mom, dad, look at me”: The development of the Parental Phubbing Scale. Journal of Social and Personal Relationships, 0265407520964866.

Roberts, J. A., & David, M. E. (2016). My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners. Computers in Human Behavior, 54, 134–141. https://doi.org/10.1016/j.chb.2015.07.058

Stothart, C., Mitchum, A., & Yehnert, C. (2015). The attentional cost of receiving a cell phone notification. Journal of experimental psychology: human perception and performance, 41(4), 893.

Wang, X., Cie, X., Wang, Y., Wang, P., & Lei, L. (2017). Partner phubbing and depression among married Chinese adults: The roles of relationship satisfaction and relationship length.

Ward, A. F., Duke, K., Gneezy, A., & Bos, M. W. (2017). Brain drain: The mere presence of one’s own smartphone reduces available cognitive capacity. Journal of the Association for Consumer Research, 2(2), 140-154.

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