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Poste vuole tutta Tim: una scossa per l’Italia, ecco perché



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Poste Italiane punta a integrare TIM con un’OPAS da 10,8 miliardi e presenta l’operazione come una scelta industriale. Mossa rilevante per la sovranità digitale italiana ed europea. Sul tavolo però restano i nodi della concorrenza e del ritorno del controllo pubblico nelle telecomunicazioni

Pubblicato il 23 mar 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



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La sera di ieri, domenica 22 marzo 2026, mentre l’Italia si preparava al secondo giorno di voto sul referendum sulla giustizia, il Consiglio di Amministrazione di Poste Italiane ha dato il via libera a un’operazione detstinata a ridefinire equilibri industriali e regolatori nel Paese: un’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria su TIM, del valore complessivo di circa 10,8 miliardi di euro, con l’obiettivo dichiarato di rilevare il cento per cento del capitale di TIM e procedere al delisting.

L’Opas di Poste su Tim

L’offerta prevede per ciascuna azione TIM portata in adesione un corrispettivo misto composto da 0,167 euro in contanti e 0,0218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione, esprimendo una valorizzazione unitaria di 0,635 euro per azione con un premio del 9,01 per cento rispetto al prezzo ufficiale del 20 marzo. L’esborso in denaro per Poste ammonterebbe a poco più di 2,8 miliardi, il resto sarebbe coperto dall’emissione di nuove azioni destinate agli azionisti di TIM che aderiranno.

La struttura dell’offerta, prevalentemente in titoli, è stata concepita non soltanto per contenere l’impatto finanziario sulla cassa del gruppo postale, ma anche per trasformare gli attuali soci di TIM in azionisti del nuovo colosso integrato, coinvolgendoli nel progetto industriale del nuovo gruppo.

Il risultato sarebbe un gruppo con ricavi aggregati pro-forma di circa 26,9 miliardi di euro, un risultato operativo di 4,8 miliardi e oltre centocinquantamila dipendenti, in cui lo Stato italiano, attraverso il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti, si troverebbe a detenere una partecipazione superiore al cinquanta per cento, garantendo quella governance stabile e quel mandato strategico di lungo periodo che Poste rivendica come elemento fondante della propria proposta. La soglia minima di adesione è fissata al 66,67 per cento del capitale, e il completamento dell’intera operazione è previsto entro la fine del 2026.

La storia dietro l’opas

L’OPAS non nasce dal nulla, ma rappresenta il culmine di una strategia costruita nell’arco di poco più di un anno, attraverso una sequenza di acquisizioni che hanno progressivamente ridisegnato l’azionariato di TIM fino a rendere questa mossa non solo possibile, ma in qualche misura inevitabile.

Il punto di partenza risale al febbraio 2025, quando Poste Italiane ha acquisito il 9,81 per cento delle azioni ordinarie di TIM da Cassa Depositi e Prestiti, in un’operazione finanziata in parte attraverso la cessione a CDP del 3,78 per cento detenuto in Nexi, il leader italiano dei pagamenti digitali. Poco più di un mese dopo, a fine marzo 2025, è arrivata la mossa decisiva: l’acquisto del 15 per cento del capitale ordinario da Vivendi, il gruppo media francese della famiglia Bolloré che per un decennio aveva occupato la posizione di primo azionista di TIM senza mai riuscire a tradurre quel ruolo in una governance efficace, anzi alimentando un conflitto permanente con il management e con gli altri soci culminato nell’opposizione, per vie legali, alla cessione della rete fissa a KKR nel luglio 2024.

Con questa operazione Poste è salita al 24,81 per cento del capitale ordinario, diventando il maggiore azionista. Il capitolo finale dell’uscita di Vivendi si è chiuso nel dicembre 2025, quando Poste ha rilevato la quota residua del 2,51 per cento ancora nelle mani dei francesi per 187 milioni di euro, portando la propria partecipazione al 27,32 per cento e chiudendo definitivamente un’era di instabilità proprietaria che aveva pesato per anni sulla capacità di TIM di perseguire una strategia industriale coerente. Alcuni mesi dopo, la decisione di lanciare l’OPAS segna un cambio di paradigma esplicito: dalla logica dell’investimento strategico a quella della piena integrazione industriale. È lecito chiedersi se questo fosse il disegno fin dall’inizio, o se l’accelerazione sia stata determinata dalla constatazione che le sinergie tra i due gruppi, per essere pienamente estratte, richiedevano il controllo totale e non la semplice posizione di azionista di riferimento.

Il perimetro industriale dietro l’OPAS Poste TIM

Per comprendere la logica profonda dell’operazione occorre guardare alla mappa delle partecipazioni di Poste Italiane, un ecosistema di società controllate e collegate che rivela un gruppo assai più complesso e diversificato di quanto la percezione comune dell’azienda degli uffici postali e dei portalettere lasci intuire.

Poste è oggi, anzitutto, un operatore finanziario e assicurativo di prima grandezza: controlla al cento per cento Poste Vita, la compagnia assicurativa che è tra le maggiori del Paese, e possiede il 45 per cento di Europa Gestioni Immobiliari; detiene il cento per cento di Poste Assicura e, attraverso essa, di Poste Insurance Broker; partecipa con il 58,70 per cento a Net Insurance, con il 22,5 per cento a Cronos Vita Assicurazioni e con il 20 per cento a Eurizon Capital Real Asset SGR. BancoPosta Fondi SGR è controllata al cento per cento, così come Financit, mentre in Replica SIM la partecipazione è del 45 per cento.

È poi presente, con quote di minoranza, in MFM Holding e in Scalapay, la fintech del buy now pay later. Sul versante dei pagamenti digitali, il quadro è altrettanto articolato: PostePay, la società che gestisce le carte prepagate e i servizi di pagamento che hanno raggiunto decine di milioni di italiani, è controllata al cento per cento e a sua volta possiede il 49 per cento di ConsorzioServizi, il cento per cento di LIS Holding e di LIS Pay, ed è presente con il 20 per cento in N&TS Group Networks & Transactional Systems, con il 16,19 per cento in Conio, la piattaforma di criptovalute, e con il 3,07 per cento in Volante Technologies.

La logistica, core business storico, si articola attraverso SDA Express Courier, Kipoint, Poste Logistics, Nexive Network, Nexive S.c.a.r.l., Sengi Express, MLK Deliveries, MLK Fresh, Indabox, Poste Air Cargo, Consorzio Logistica Pacchi e l’intera filiera del recapito, cui si aggiungono partecipazioni in sennder Technologies, nella piattaforma digitale di trasporto merci, e in Locker Italia. Il digitale e la tecnologia sono presidiati da Postel, Agile Lab, Sourcesense, Postego e dalla partecipazione strategica del 24,81 per cento in TIM, che ora Poste intende portare al cento per cento.

E poi c’è PosteMobile, l’operatore virtuale di telefonia mobile che dal primo gennaio 2026 opera sulla rete mobile di TIM, con circa cinque milioni di clienti. È proprio questa capillarità (quasi tredici mila uffici postali, oltre cinquantamila punti vendita e partnership attivi, trentacinque milioni di clienti diretti) a costituire il tessuto connettivo su cui Poste ha costruito negli anni il proprio modello di “società piattaforma”, che ora cerca in TIM i tre asset che, per usare le parole dello stesso comunicato, non è possibile costruire ex novo: una rete fissa e mobile di scala nazionale, una posizione preminente nelle infrastrutture cloud e data center, e la capacità di offrire connettività sicura e sovrana a imprese, pubblica amministrazione e infrastrutture critiche.

Sovranità digitale e OPAS Poste TIM

Il tema della sovranità digitale è la chiave interpretativa con cui Poste ha scelto di inquadrare l’operazione, e merita di essere esaminato tanto per la sua sostanza quanto per i suoi limiti. TIM Enterprise, la divisione del gruppo dedicata alle imprese e alla pubblica amministrazione, rappresenta oggi il più rilevante polo tecnologico nazionale in ambito cloud, con ricavi superiori a 3,5 miliardi di euro, una crescita del segmento cloud del 24 per cento nell’ultimo anno e un piano di investimenti da un miliardo in tre anni per data center ed edge computing.

TIM è primo azionista e motore operativo del Polo Strategico Nazionale, la più avanzata iniziativa europea di cloud sovrano, sviluppata insieme a Leonardo, CDP e Sogei, e gestisce la più grande rete di data center in Italia con 17 strutture di cui 8 di ultima generazione certificate ai massimi livelli internazionali. La sua infrastruttura garantisce il controllo diretto delle chiavi crittografiche e delle infrastrutture di calcolo, in conformità con le normative NIS2 e DORA.

In un contesto geopolitico in cui l’Europa cerca faticosamente modelli alternativi al dominio degli hyperscaler americani (AWS, Microsoft Azure, Google Cloud) e in cui la dipendenza da infrastrutture digitali extraeuropee è sempre più percepita come una vulnerabilità strategica, la combinazione tra la capillarità distributiva di Poste, la sua competenza nei servizi di identità digitale attraverso PosteID, la piattaforma di pagamenti PostePay e le infrastrutture cloud e di rete di TIM configurerebbe, nelle intenzioni dichiarate, un soggetto capace di integrare in un’unica piattaforma connettività, cloud, edge computing, identità digitale, pagamenti e cybersecurity. Va detto, tuttavia, che la narrativa della sovranità digitale presenta alcune contraddizioni interne non trascurabili: TIM ha già in essere partnership strategiche con Google Cloud, Oracle e Microsoft per i propri servizi cloud, mentre Poste Italiane ha stretto a fine 2025 un’alleanza con AWS.

È legittimo chiedersi quale grado di sovranità effettiva possa esercitare un gruppo che dipende tecnologicamente dagli stessi hyperscaler da cui dichiara di volersi emancipare, e se l’etichetta di “cloud sovrano” non rischi di essere più una postura politica che una realtà tecnica, almeno nella misura in cui le componenti infrastrutturali fondamentali restano in mano a soggetti extraeuropei.

Il comunicato di Poste fa esplicito riferimento alla recente presa di posizione europea sulla sovranità delle infrastrutture digitali, segnalando che l’operazione si colloca consapevolmente in un quadro di politica industriale; resta da capire se questo quadro sia sufficiente a compensare, davanti alle autorità regolatorie, le criticità concorrenziali che l’operazione solleva.

I numeri finanziari dell’OPAS Poste TIM

Sul piano finanziario, la proposta di Poste poggia su sinergie stimate in 700 milioni di euro annui a regime, di cui 500 milioni riconducibili a risparmi di costo e oltre 200 milioni a sinergie di ricavo, con oneri di integrazione una tantum stimati anch’essi in circa 700 milioni distribuiti su più esercizi.

Le sinergie di costo deriverebbero dall’ottimizzazione delle funzioni centrali, del procurement, dell’IT e del back-office, sfruttando le economie di scala del gruppo combinato e adottando i processi operativi considerati best-in-class di Poste; dalla razionalizzazione delle spese di marketing e comunicazione, facendo leva sulla visibilità e capillarità della rete fisica e digitale; e da una gestione più efficiente della struttura finanziaria e di indebitamento di TIM, con un beneficio diretto sul costo del funding che oggi grava sul bilancio dell’ex monopolista telefonico.

Questa ultima voce è particolarmente significativa: TIM porta con sé un debito rilevante, e la possibilità di rifinanziarlo alle condizioni più favorevoli di cui gode Poste, con il suo rating solido e la garanzia implicita dello Stato, rappresenta un valore tangibile e immediato. Le sinergie di ricavo deriverebbero invece dal rafforzamento del cross-selling e dell’up-selling sui segmenti retail, enterprise e pubblica amministrazione, dalla valorizzazione delle rispettive basi clienti e dall’integrazione delle offerte commerciali con soluzioni avanzate di data analytics e intelligenza artificiale.

Poste si attende un impatto positivo sul proprio utile per azione a partire dall’esercizio 2027 e un impatto neutrale sul dividendo relativo all’utile 2026, un messaggio calibrato per rassicurare i propri azionisti sul fatto che l’operazione non comprometterà la politica di remunerazione che ha caratterizzato il titolo come uno dei più generosi del listino milanese. Un ulteriore elemento di creazione di valore è la parziale valorizzazione delle imposte anticipate di TIM, che al 31 dicembre 2024 ammontavano a 982 milioni di euro e che, nel contesto di un gruppo integrato con una maggiore capacità di generazione di reddito imponibile, diverrebbero almeno in parte recuperabili.

Le sinergie di costo sono previste a regime entro il secondo anno dal completamento dell’offerta, quelle di ricavo entro il terzo, e il comunicato precisa che le iniziative di efficientamento non avranno impatti sull’impiego del personale degli uffici postali, della rete postale e pacchi e dei servizi di telecomunicazione, una clausola di salvaguardia occupazionale evidentemente negoziata con l’azionista pubblico e destinata a pesare nel dibattito sindacale che inevitabilmente accompagnerà l’operazione.

Il nodo dello Stato nell’OPAS Poste TIM

L’aspetto più delicato e politicamente denso dell’intera operazione riguarda il ruolo dello Stato e il nodo regolatorio. Il gruppo risultante dall’integrazione vedrebbe il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti, detenere una partecipazione superiore al cinquanta per cento, configurando di fatto un ritorno delle telecomunicazioni italiane sotto il controllo pubblico, ventisette anni dopo la privatizzazione di Telecom Italia del 1997.

È un ribaltamento storico di cui occorre misurare pienamente la portata. La privatizzazione di Telecom fu uno degli atti fondativi del capitalismo italiano degli anni Novanta, e la successiva e tormentata vicenda della società (dalla scalata di Colaninno al cda di Tronchetti Provera, dall’ingresso di Telefonica a quello di Vivendi, fino alla cessione della rete fissa a Fibercop, controllata da KKR e partecipata dal MEF) ha rappresentato per un quarto di secolo il caso emblematico delle contraddizioni del capitalismo di relazione italiano, della difficoltà di coniugare interessi finanziari di breve periodo con esigenze industriali di lungo termine, e dell’incapacità di costruire una governance stabile per un asset strategico nazionale.

La riforma del Testo Unico della Finanza, approvata nell’ottobre 2025 con il ritorno della soglia unica al 30 per cento per le OPA obbligatorie, ha creato le condizioni regolamentari per questa operazione: Poste, con il suo 27,32 per cento, si trovava già vicina alla nuova soglia, e l’OPAS volontaria totalitaria è la risposta strategica a un quadro normativo che rendeva comunque necessaria una decisione sull’ulteriore crescita della partecipazione.

Il percorso regolatorio, tuttavia, sarà assai più complesso rispetto a quello che ha accompagnato il semplice ingresso nel capitale. È vero che l’AGCM ha già dato il via libera senza condizioni all’acquisizione del 24,81 per cento, con la delibera del 3 settembre 2025 confermata dal parere dell’AGCOM con la delibera 216/25/CONS. In quella sede l’Autorità Garante aveva esaminato quattro mercati rilevanti (telefonia fissa retail per clienti residenziali e SOHO, telefonia mobile retail, accesso all’ingrosso alla rete mobile e distribuzione di ricariche telefoniche) concludendo che l’operazione produceva solo un incremento marginale delle quote di TIM, compreso tra l’1 e il 5 per cento nella telefonia fissa e pari all’addizione della quota del 5,5 per cento in volume di PosteMobile nel mobile, in un contesto in cui il mercato restava presidiato dai quattro principali operatori infrastrutturati e in cui Fastweb+Vodafone conservava la leadership per valore.

Tuttavia, le obiezioni sollevate in quella sede dai concorrenti, Iliad, Fastweb, Vodafone, Sky, Wind3, prefigurano con precisione i nodi che un’integrazione totalitaria renderà assai più stringenti. Le preoccupazioni degli operatori si concentravano su tre profili specifici: il vantaggio competitivo sleale derivante dall’accesso di TIM alla rete di quasi tredicimila uffici postali, una leva distributiva che nessun altro operatore può replicare e che risulta particolarmente incisiva nei comuni sotto i quindicimila abitanti, dove la presenza commerciale dei concorrenti è limitata e dove gli sportelli postali del Progetto Polis rappresentano spesso l’unico presidio di servizi; l’accesso privilegiato di TIM al patrimonio informativo di Poste, ovvero alla base dati di milioni di clienti costruita attraverso l’attività postale, finanziaria e assicurativa, un asset informativo che nessun concorrente nel settore delle telecomunicazioni è in grado di eguagliare; e gli effetti conglomerali derivanti dalla possibilità di vendere servizi di telecomunicazione in bundle con i prodotti finanziari, assicurativi, energetici e postali del gruppo, una forma di cross-selling che avrebbe potuto alterare le dinamiche competitive in più mercati simultaneamente.

Su quest’ultimo punto, l’AGCM aveva ottenuto da Poste l’impegno formale a non proporre nei propri canali di vendita offerte in bundle con servizi di telecomunicazioni fisse o mobili di TIM per l’intera durata del piano industriale vigente, che si conclude nel 2028. Un impegno che, nel contesto di una semplice partecipazione azionaria, poteva essere considerato sufficiente, ma che un’integrazione totalitaria renderebbe strutturalmente inadeguato: l’intero modello di business del nuovo gruppo si fonda precisamente su quella convergenza tra servizi che l’impegno assunto davanti all’Antitrust prometteva di non attuare.

Il precedente Antitrust e i rischi concorrenziali

A questo si aggiunge un precedente istruttivo, benché giuridicamente superato nella sua base normativa specifica. Nel gennaio 2024 l’AGCM aveva avviato un’istruttoria nei confronti di Poste Italiane per violazione dell’articolo 8, comma 2-quater della legge 287/1990, contestando il mancato accesso alla rete degli uffici postali da parte dei concorrenti di PostePay nel mercato della vendita al dettaglio di energia elettrica e gas.

L’Autorità ha chiuso l’istruttoria con il provvedimento n. 31280 del 16 luglio 2024, accertando la violazione e imponendo a Poste di astenersi dal reiterare condotte analoghe: Poste aveva di fatto riservato alla propria controllata un canale distributivo esclusivo senza renderlo accessibile a condizioni equivalenti ai concorrenti, alterando il level playing field nel mercato energia. Tuttavia, con il Decreto Omnibus (DL 9 agosto 2024, n. 113, convertito con la legge n. 143 del 7 ottobre 2024), il governo ha abrogato proprio quel comma 2-quater, eliminando la base giuridica su cui l’AGCM aveva fondato il proprio intervento e risolvendo legislativamente a favore di Poste un contenzioso che i concorrenti avevano condotto con determinazione.

L’abrogazione non cancella però il significato del precedente per chi deve valutare l’OPAS su TIM: lo schema accertato dall’Antitrust, rete distributiva del servizio universale utilizzata come leva competitiva esclusiva per una controllata in un mercato concorrenziale, è esattamente quello che si riprodurrebbe, su scala enormemente maggiore, nel settore delle telecomunicazioni. E se la norma specifica non c’è più, l’AGCM conserva intatto lo strumento dell’abuso di posizione dominante per intervenire su condotte escludenti o discriminatorie, come alcuni esperti hanno osservato commentando l’abrogazione del comma 2-quater.

Se questa contestazione fosse confermata, costituirebbe un precedente diretto e rilevantissimo per la valutazione antitrust dell’OPAS su TIM: il medesimo schema, rete distributiva esclusiva del servizio universale utilizzata per avvantaggiare una controllata in un mercato concorrenziale, si riprodurrebbe su scala enormemente maggiore nel settore delle telecomunicazioni. Il passaggio da azionista di riferimento a controllante totale di TIM eliminerebbe inoltre la separazione societaria che fino ad oggi ha funzionato come argine, per quanto debole, alle preoccupazioni di foreclosure: PosteMobile e TIM sarebbero parte dello stesso gruppo, la rete degli uffici postali diventerebbe il canale captive di un operatore integrato, e il vantaggio informativo non deriverebbe più da un rapporto tra azionista e partecipata ma dalla piena fusione dei database.

PagoPA e l’effetto cumulativo dell’OPAS Poste TIM

A rendere il quadro regolatorio ancora più intricato concorre un’altra operazione che Poste ha in corso e che, sommata all’OPAS su TIM, disegna un perimetro di concentrazione senza precedenti nei servizi digitali italiani. Il 19 dicembre 2025 Poste ha esercitato il diritto di opzione per l’acquisto del 49 per cento del capitale di PagoPA S.p.A. (la società che gestisce la piattaforma nazionale obbligatoria dei pagamenti verso la Pubblica Amministrazione, l’App IO e le infrastrutture su cui si appoggia il progetto IT-Wallet, l’EUDIWallet pubblico ai sensi del Regolamento eIDAS 2.0) mentre il restante 51 per cento è stato rilevato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. L’operazione è stata prevista col DL 19/2024, resta a oggi sospensivamente condizionata all’autorizzazione dell’AGCM.

E le perplessità non mancano: già durante l’iter parlamentare del decreto, l’AGCM aveva segnalato che PagoPA, in virtù del suo ruolo di nodo obbligatorio per i pagamenti pubblici, dispone di un vantaggio unico e non replicabile rispetto a qualunque piattaforma privata, e che l’ingresso di un soggetto di mercato come Poste nel capitale avrebbe trasferito quel privilegio a un operatore in concorrenza con banche e istituti di pagamento che utilizzano la medesima piattaforma in condizioni di parità. L’Autorità aveva chiesto al governo dei correttivi a favore di procedure trasparenti e non discriminatorie, e auspicando che lo statuto di PagoPA recepisca garanzie affinché Poste non possa esercitare un’influenza dominante sulla società.

Anche l’ABI, in una memoria depositata alla Commissione bilancio della Camera, aveva evidenziato il rischio di un controllo congiunto in cui ciascun socio potrebbe esercitare un’influenza determinante sulla gestione, con potere di veto sulle decisioni strategiche. Si consideri ora il quadro complessivo che risulterebbe dal perfezionamento simultaneo dell’OPAS su TIM e dell’acquisizione di PagoPA: un unico gruppo a controllo statale verrebbe a detenere la piattaforma obbligatoria dei pagamenti pubblici, il principale provider nazionale di identità digitale SPID (PosteID), la rete di pagamenti retail molto diffusa nel Paese (PostePay), l’infrastruttura cloud del Polo Strategico Nazionale e i data center di TIM Enterprise, la rete fissa e mobile di telecomunicazioni, e la più capillare rete distributiva fisica e logistica.

È difficile immaginare che l’AGCM possa valutare le due operazioni in modo isolato, senza considerare gli effetti cumulativi di una concentrazione che abbraccia simultaneamente pagamenti, identità digitale, connettività, cloud e accesso ai servizi pubblici, attribuendo al medesimo soggetto sia il ruolo di infrastruttura di sistema sia quello di operatore commerciale in concorrenza con banche, operatori telefonici e prestatori di servizi di pagamento.

Gli ostacoli reali oltre la narrazione dell’OPAS

Quella che Poste propone al mercato viene presentata infatti come una scommessa sulla convergenza: l’idea che il vantaggio competitivo appartenga a chi possiede simultaneamente la rete fisica, la rete digitale, la relazione con il cliente e la capacità di integrare tutto in un’unica esperienza. Ma tra la visione e la sua realizzazione si frappongono ostacoli che il comunicato di Poste tende comprensibilmente a minimizzare e che invece meritano di essere valutati con realismo. Il primo e più immediato è il percorso antitrust. Un conto è ottenere il via libera per una partecipazione di minoranza qualificata, come accaduto nel settembre 2025 quando l’AGCM poté ragionevolmente concludere che l’incremento di quote era marginale e che la separazione societaria tra Poste e TIM limitava i rischi di foreclosure; un altro conto è giustificare la piena integrazione di un operatore di telecomunicazioni con il gestore del servizio universale postale. L’impegno a non fare bundling, che nel 2025 ha rassicurato l’AGCM, diventa una promessa priva di senso nel momento in cui l’intera operazione si giustifica proprio con la convergenza tra servizi: Poste non può contemporaneamente dire all’Antitrust che non farà cross-selling e dire al mercato che le sinergie di ricavo valgono oltre 200 milioni l’anno grazie al cross-selling. Questa contraddizione strutturale è il nodo che dovrà essere sciolto, e non è affatto scontato che la soluzione sia indolore. Eventuali remedy imposti dall’AGCM o dall’AGCOM (ad esempio dall’obbligo di apertura della rete degli uffici postali ai concorrenti di TIM, alla separazione funzionale dei database, fino a possibili vincoli sulla distribuzione esclusiva) ridurrebbero proprio quelle sinergie che giustificano il premio offerto agli azionisti.

L’integrazione tra Poste e TIM oltre l’OPAS

Il secondo ostacolo è la complessità organizzativa: integrare centocinquantamila dipendenti, due culture aziendali profondamente diverse, sistemi informatici eterogenei e una governance in cui lo Stato è al tempo stesso azionista di maggioranza, regolatore, cliente attraverso la Pubblica Amministrazione e garante del servizio universale postale, è un’impresa che la storia delle grandi fusioni italiane insegna a non sottovalutare.

TIM, del resto, stava finalmente trovando una propria identità come operatore di servizi e tecnologia dopo un decennio di ristrutturazioni dolorose: non è automatico che l’assorbimento in un conglomerato più grande acceleri questo percorso anziché complicarlo.

Il giudizio del mercato sull’OPAS Poste TIM

Il mercato oggi darà il suo primo verdetto sul premio e sulla credibilità industriale dell’offerta. Ma la partita vera si giocherà nelle stanze dell’AGCM, dell’AGCOM e di Palazzo Chigi, dove la retorica del campione nazionale dovrà fare i conti con il principio, assai meno evocativo ma altrettanto fondante di un mercato libero, della tutela della concorrenza.

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