oligopoli

Proteste di massa contro i colossi tech, è una svolta positiva: ecco perché

Emerge la portata innovativa di azioni di protesta collettiva che mettono in discussione principi basilari delle strategie di business in un orizzonte globale. La mente umana inizia a generare un pensiero alternativo e non può essere che un bene. Ecco che sta succedendo

03 Mar 2020
Mauro Lombardi

Scienze per l’Economia e l’Impresa, Università di Firenze


Menlo Park, sede del Quartier generale di Facebook e Instagram, viene qui preso come emblema di tutti i techno-giants (GAFA, acronimo di Google, Amazon, Facebook, Apple) o “Moligopoli”, (denominazione coniata da Petit, 2016), i quali nel corso del 2019 sono stati interessati da un crescendo di movimenti di protesta in molti Paesi del mondo.

Sono i primi segnali di qualcosa che certo non incrina nell’immediato una marcia trionfale nell’iperspazio informativo del mondo caratterizzato dalla connettività globale, ma gli eventi vanno interpretati in un orizzonte più ampio, perché possono emergere aspetti molto interessanti per il futuro dell’umanità.

Le azioni di protesta collettiva contro i tech giants

Partiamo da alcuni dati essenziali. Github, piattaforma leader a livello internazionale nello sviluppo di software, documenta al 18-1-2020 che a fine Dicembre 2019 il numero delle azioni di protesta collettiva verso molte tipologie di imprese era di 211, salite a 212 in questo primo mese del nuovo anno. Prendiamo allora in esame alcune delle più significative, tenendo anche presente che l’inizio del 2020 vede già in programma altre azioni.

Nel gennaio dello scorso anno, 4200 donne citano in giudizio Oracle per discriminazioni retributive in base al genere; alla fine dello stesso mese i riders della Deliveroo entrano in sciopero per questioni retributive e mancanza di prestazioni di welfare. Analoghe proteste sono attuate in varie località della Cina in febbraio contro piattaforme per la consegna di cibo (Mietuan e Ele.me). Molto interessante è la protesta, interna a Microsoft, per convincere il management a non ottemperare a un lucroso contratto con l’esercito americano (479milioni di dollari) per fornire tecnologie atte a incrementare la già elevata capacità di produrre danni letali di determinati strumenti bellici. Nel marzo 2019 si susseguono azioni dirette nell’ordine verso Amazon (per ottenere asili nido e maggiore assistenza per l’infanzia), il gigante del crowdfunding Kickstarter (prima grande impresa dove si costituisce il Sindacato, Kickstarter United) per conquistare più diritti, Uber e Lyft, i cui autisti attuano lo sciopero di un’intera giornata al fine di conquistare una maggiore retribuzione.

Di tutta rilevanza è poi la richiesta rivolta ad Amazon da diversi ricercatori di non vendere più Rekognition, tecnologia per il riconoscimento facciale, onde prevenire impieghi anomali da parte di operatori pubblici e privati. L’iniziativa viene dopo richieste simili di lavoratori della stessa Amazon. Molte altre proteste si sono incentrate su problemi relativi sia all’orario di lavoro e alle retribuzioni (ad es. contro il “996” in Cina, cioè lavoro dalle 9 di mattina alle 21, 6 giorni alla settimana, ricevendo solidarietà da Microsoft e Github), sia ai diritti sindacali (NPM, impresa di software), sia alle disuguaglianze retributive (Instagram) e di genere (Microsoft), sia alle discriminazioni verso fedeli di altre confessioni religiose (Google), sia ai licenziamenti e alle discriminazioni contro attivisti sindacali (Amazon, Glovo in Spagna, Facebook).

Negli ultimi mesi del 2019 si sono poi intensificate le azioni di protesta collettiva con al centro da un lato temi relativi all’accondiscendenza eccessiva verso modelli consumistici e alle conseguenti condizioni di lavoro (Black Friday specie in Europa e negli USA), dall’altro al mancato sostegno per contrastare i cambiamenti climatici (richiami collettivi espliciti a Jeff Bezos e Google da parte dei lavoratori). Una serie molto numerosa di giornali internazionali (The Guardian, Washington Post, BBC News, Motherboard VICE, Bloomberg, Christian Science Monitor, vedi riferimenti bibliografici) ha poi illustrato azioni e temi di protesta, che presentano aspetti di rilevante interesse. Oltre alla crescita esponenziale negli ultimi due anni (azioni triplicate nel 2019) e alla crescita dell’estensione territoriale delle proteste (le due Americhe, Europa, Asia, Africa, anche se in differente misura), sono a nostro parere degni di attenzione i seguenti aspetti:

  • i movimenti di opposizione mettono in discussione componenti significative dei modelli di business dei Techno-Giants.
  • Temi di carattere etico tendono ad assumere una notevole rilevanza, talvolta scissi da questioni di natura tecnica e sindacale.
  • Una progressiva centralità viene attribuita alle responsabilità ambientali e a quelle di natura sistemica, cioè che riguardano immediatamente l’intero pianeta.

Cresce la solidarietà tra i lavoratori contro i moligopoli

Sarebbe naturalmente esagerato accentuare troppo la valenza di questi fenomeni, che sono ancora embrionali, ma che non deve sfuggire la portata innovativa di un dato: azioni di protesta collettiva, mettono in discussione elementi basilari delle strategie di business in un orizzonte strategico globale. Tutto questo avviene in uno scenario, ben descritto dai reportage dei giornali, di crescente solidarietà tra varie tipologie di lavoratori (“tech”, addetti a mansioni esecutive e di vendita, contrattualizzati e non). In estrema sintesi, la natura etico-politica ed ecologico-ambientale di una prospettiva planetaria appare la caratteristica emergente di una risposta embrionale ai disegni e strategici e operativi dei Moligopolies (vecchi e nuovi, dell’Occidente e dell’Estremo Oriente).

Appare allora doveroso sviluppare delle riflessioni di carattere generale, al fine di interpretare il significato profondo dei processi all’origine dei fenomeni descritti. L’auspicio è che ciò sia utile allo scopo di sostenere nuove traiettorie tecno-economiche degli assetti sociali odierni, i cui meccanismi propulsori siano lo sviluppo umano e sociale come è concepito dal Premio Nobel per l’Economia Amartya Sen (1987, 2000; Sen et al. 2010) in luogo di finalità particolari.

La nuova trama della realtà

Ripartiamo allora dal titolo di questo contributo, che richiama esplicitamente la famosa vicenda dell’Apollo 13, per mettere al centro dell’attenzione alcune grandi questioni, che interessano l’umanità e l’intero pianeta Terra, visto nel 1966 da Boulding come una “navicella spaziale” (Spaceship Earth), che fluttua nello spazio aperto con un ammontare di risorse limitato. Boulding con un precedente libro (1964) e successivamente molti altri studiosi “eretici” (Georgescu-Roegen, Meadows, Barry Commoner, Braungart e McDonough, per citarne solo alcuni) sono accomunati da una peculiarità: il loro essere “pensatori interdisciplinari per eccellenza” (Rome 2015). Le personalità in questione hanno sviluppato attualissime riflessioni sulla sostenibilità del modello di sviluppo tecno-economico ai fini della sopravvivenza della vita stessa sul nostro pianeta, suggerendo anche in molti casi strumenti teorici e pratici per ripensare i modelli di produzione e consumo. Essi infatti pongono al centro delle loro analisi l’ipotesi di essere nel pieno di una grande transizione dalla società agricola a quella industriale, densa di rischi e grandi potenzialità. Per affrontare le sfide occorreva a loro avviso audacia intellettuale e un pensiero fuori dagli schemi correnti. In questa sede non ci soffermiamo sui problemi della sostenibilità ecologico-ambientale del modello di sviluppo dell’umanità, bensì sui meccanismi e le modalità con cui gli umani stanno affrontando i problemi emergenti in misura sempre più marcata nella nuova grande transizione dalla società industriale ad una contraddistinta dalla pervasività di strutture connettive informativo-computazionali, che costituiscono la nuova Trama della Realtà (Fabric of Reality), per dirla con le parole del fisico David Deutsch (1997).

L’astronave Terra: cosa sta succedendo nel mondo iperconnesso

La rappresentazione della Spaceship Earth è ai nostri fini suggestiva e soprattutto molto utile per mettere in luce quanto sta accadendo in un mondo iper-connesso, nel quale la “tecnologia intellettuale di produzione” (Bell, 1976), cioè la conoscenza umana espressa in qualsiasi forma, è catturata da algoritmi e inserita in dispositivi computazionali, “oggettivata” in processi, obiettivi e azioni, in modo che possa interagire con flussi informativi globali, generati da eterogene fonti materiali e immateriali. Da questa angolazione visuale, l’“astronave-Terra” viaggia in un iperspazio informatico, che si espande continuamente e soprattutto influenza/modifica in profondità (sostantivo più che appropriato in questo caso) le condizioni di vita e i meccanismi generatori del pensiero umano. Vediamo come ciò possa e stia accadendo, per cui le azioni collettive da cui siamo partiti possono assumere un’importanza particolare.

L’evoluzione dei sistemi sociali, l’ampliamento e l’intensificazione di strutture interattive globali hanno favorito l’emergere di una serie di circuiti di feedback positivi (self-reinforcing mechanisms) a scala sempre più ampia: dalle comunità locali alle nazioni, alle agglomerazioni virtuali sia intra- che inter-continentali. L’espansione della conoscenza umana, pur attraversando nel corso della sua storia periodi alterni di stasi e accelerazione, ha in questo caso generato uno sviluppo tecnico-scientifico incessante, che alimenta ed è a sua volta accelerato dai processi di elaborazione culturale, di scambio delle conoscenze tra comunità di varia natura sempre più grandi, con scontri anche violenti tra culture e forze tecnologiche, materiali e spirituali. Si è anche avuto il paradosso di catastrofi politico-militari, da cui sono scaturite interscambi conoscitivi tali da innescare poderose fasi di sviluppo. Si pensi agli effetti propulsivi sulla dinamica tecnico-scientifica dell’Occidente, a trazione USA, in seguito alla diaspora intellettuale di prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando scienziati decisivi per l’innesco e lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione hanno creato comunità di ricerca intercontinentali.

L’auto-organizzazione dei processi socio-economici

Comunque sia, uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione umana, particolarmente accentuato nell’odierna fase storica di una tecno-sfera in continua e accelerata espansione, è l’auto-organizzazione dei processi socio-economici e degli interessi dei vari attori coinvolti. I nessi profondi tra dinamica tecno-economica e coalizioni di interessi assumono oggi una peculiare configurazione, perché l’iper connettività globale è basata su una infrastruttura materiale e immateriale in perenne cambiamento. È superfluo ricordare l’incremento, apparentemente inarrestabile, della potenza computazionale, lo sviluppo di sistemi di codificazione e di algoritmi in grado di leggere/interpretare comportamenti ed emozioni individuali e collettive, processi e sequenze di attività, flussi di eventi. Lo scenario brevemente descritto porta necessariamente con sé spinte all’auto-organizzazione dei flussi informativi in vista del perseguimento di interessi e privati e collettivi, che sono al tempo stesso generatori e risultato di peculiari dinamiche organizzative, culturali e politico-istituzionali. L’infrastruttura immateriale della realtà (ad es. Internet) ha consentito a giovani come Linus Torvalds e Mark Zukerberg, portatori di filosofie tecnico-scientifiche e socioeconomiche molto differenti, di creare network globali, piattaforme impostate a logiche del tutto divergenti, ma capaci di indurre innovazioni economiche e sociali, oltre che di amplificare il potenziale generativo di internet (Zittrain, 2006). Prendendo i due personaggi come figure emblematiche di logiche evolutive antitetiche, non è sorprendente che filosofie così diverse abbiano dato luogo ad accumulazioni eterogenee di forze e capacità di influenza sociale. I techno-giants e gli aspiranti Moligopolies hanno adoperato nuove e sempre più potenti tecnologie per esplorare l’iperspazio informativo, concepito come vero e proprio territorio aperto, dove l’unica legge era il codice (Lessig, 2006). L’ “astronave Terra” è quindi entrata in una nuova epoca di grande transizione verso un futuro incognito, nel momento stesso in cui l’intelaiatura (fabric) della realtà cambiava radicalmente, portando con sé leve molto potenti per lo sviluppo di pressioni evolutive verso l’auto-organizzazione degli interessi. Si sono così rapidamente organizzate reti tecno-economiche globali, che hanno al tempo stesso portato alla disgregazione di consolidate forme organizzative, modelli culturali, visioni politiche, assetti geo-economici. Una sintesi molto efficace di un’evoluzione che conferma la visione qui proposta può essere trovata, anche se l’intenzione dell’autore non è certo questa, nella ricostruzione sintetica e molto efficace della storia dell’IBM (Haig, 2018).

Dato il quadro appena descritto in alcuni elementi di fondo, il risultato è davanti ai nostri occhi:

  • grandi asimmetrie economico-sociali (economiche, retributive, reputazionali) e di potere.
  • Ridefinizione delle tradizionali gerarchie, si pensi a quali sono attualmente i maggiori global player rispetto a 20 anni fa.
  • Svuotamento di funzioni e attività economico-produttive (dalla manifattura ai servizi).

Quello che avviene nelle transizioni ordinarie è oltremodo accentuato nelle “grandi transizioni”: rapporti di forza consolidati sono messi in discussione dall’emergere di nuovi attori, in grado di affermare le proprie ideologie, nel senso illustrato da Mannheim (1954, cap. 2, par. 1-4), cioè di sistemi di pensiero (credenze, valori, aspettative) propugnati da determinati gruppi in ascesa, mentre altri tendono a perdere terreno sul piano della capacità di catturare la realtà in trasformazione e quindi di attrarre l’attenzione di altri potenziali attori. Accade anzi il contrario: i protagonisti del successo orientano valori, credenze e soprattutto aspettative di chi si considera momentaneamente escluso. Questi fenomeni sono nella fase storica odierna particolarmente accentuati da un fattore fondamentale: il controllo di determinate tecnologie accresce il potere di assorbimento dei sistemi di valori e aspettative da parte di altri attori, agendo sui processi cognitivi individuali e sociali, che sono peraltro strettamente connessi, come mostra un’ampia letteratura teorica e sperimentale.

Memoria transattiva e processi cognitivi sociali

Prendiamo due esempi: la memoria transattiva (transactive memory) e i processi cognitivi sociali. Il primo concetto si riferisce al modo in cui “i gruppi strutturano e processano informazione” (Wegner, 1995: 185; si veda anche Wegner et al., 1985, due degli scritti basilari sui temi in questione). È interessante rilevare che le interazioni sociali portano alla creazione di sistemi di memoria transattiva (TMS, transactive memory systems), intesi come combinazioni di sistemi di memoria individuali, che si realizzano attraverso intensi scambi comunicativi tra individui. L’”interdipendenza cognitiva” è stata da studi successivi estesa a livello di gruppo (Peltokorpi, 2008, per una rassegna), fino a delineare l’esistenza di veri e propri sistemi cognitivi a livello collettivo, che comprendono memoria interna (conoscenza personale) e memoria esterna, cioè la conoscenza a cui gli individui accedono in quanto appartenenti a uno o più gruppi (appunto la TM, transaction memory). I sistemi cognitivi collettivi funzionano in base a meccanismi di codifica, conservazione e recupero dell’informazione, i quali consentono lo sviluppo di processi guidati come una directory telefonica, secondo l’immagine proposta in Wegner, 1995, ma oggi potremmo dire come un sistema evolutivo e ramificato delle conoscenze in forma di regole. Le directory suggerite da Wegner e richiamate da Peltokorpi sono: directory updating (apprendere chi conosce cosa), “informazione allocativa” (conoscere gli esperti più significativi per l’elaborazione e lo storage delle informazioni), recupero dell’informazione (selezione dell’informazione accumulata di ciò che è funzionale rispetto al compito da svolgere (Peltokorpi, 2008: 379, nota 1). Studi sperimentali più recenti (Sparrow et al., 2011; Sparrow e Chatman, 2013; Sparrow, 2018) mettono in luce come Internet sia diventata la principale forma di memoria transattiva, dove sono conservate collettivamente le informazioni, comprese soprattutto quelle che ci riguardano direttamente, aggiungiamo noi.

In breve, Internet è diventata la social form of information storage.

Per questa via si è però avviato un processo di progressivo indebolimento della capacità di memoria individuale, in quanto le persone pensano di potere comunque agevolmente recuperare le informazioni esternamente e al tempo stesso si riduce (aggiungiamo noi) la propensione al controllo delle stesse informazioni. In sostanza, quindi, cambiano i processi cognitivi a livello personale e collettivo, dal momento che l’iperspazio informativo tende a divenire un elemento cruciale dei processi di apprendimento, modificando così alla radice gli strumenti percettivi usati dagli umani per confrontarsi con la realtà.

Il data-centric capitalism e i nuovi processi sociali

Cambiando la memoria, insieme ai meccanismi di acquisizione e elaborazione informativa, nell’era di Internet i processi sociali non sono più gli stessi del passato: la strutturazione di processi e flussi informativi, l’aggiornamento, l’accesso e il recupero delle informazioni sono allora incessantemente influenzati dai processi di auto-organizzazione dell’iper-spazio. I techno-giants tendono giocoforza a diventare Moligopolies, perché in possesso di strumenti sempre più potenti di organizzazione e orientamento delle informazioni generate dalle attività economiche, sociali e culturali, fino al punto di impiegare massicciamente il “surplus comportamentale” (behavioral surplus, Zuboff, 2019, cap. 3), cioè l’insieme dei dati sulla base dei quali sono costruiti stereotipi individuali e collettivi, che divengono obiettivo di strategie di persuasion profiling che implica la raccolta sistematica di dati attraverso le piattaforme e la costruzione di rappresentazioni stilizzate al tempo stesso estremamente specifiche, personalizzate, assunte a obiettivi di marketing economico, social, politico, come mostrano recenti utilizzazioni indebite a livello internazionale (Cambridge Analytica, Agenzie di ricerca e cattura di clienti a parte di compagnie telefoniche, ecc.).

Il data-centric capitalism (Srnicek, 2015, 2017) implica per i Techno-Giants l’imperativo strutturale di competere senza limiti per l’acquisizione e la valorizzazione dei dati, proprio grazie agli “effetti di network”: la crescita quantitativa degli utilizzatori di piattaforme produce benefici per tutti, mentre si moltiplicano in background i mutamenti dei processi di interdipendenza cognitiva prima illustrati.

Il tutto si basa su un aspetto fondamentale: non sembra avere rivali la logica auto-organizzativa delle informazioni per set di finalità complementari, sintetizzabili in feedback positivi auto-rinforzantisi tra efficienza informazionale e ricerca di risorse materiali per aumentarla ulteriormente. È chiaro che è intrinsecamente estranea a questi complessi self-reinforcing mechanisms la ricerca di finalità sociali (aumentare il benessere dell’umanità?), la considerazione di temi energetico-ambientali (è sostenibile dall’astronave Terra?) e politico-culturali (sono realmente potenziati, come i diffusi sistemi di credenze e aspettative tendono a far credere, i processi cognitivi a livello personale e collettivo?). L’interesse prevalente è stato (ed è ancora) quello di sviluppare il “potenziale liberatorio” delle tecnologie dell’informazione, costruendo intorno ad esse (à la Weber e à la Mannheim) un sistema di valori e di aspettative finora largamente condivise perché sembrano soddisfatte alcune primarie esigenze individuali:

  • ciascuno può esprimere liberamente elementi che ritiene importanti della propria personalità.
  • L’interdipendenza cognitiva nelle comunità virtuali va incontro ad un bisogno di socialità, intrinseco ad un “animale sociale come è l’essere umano.
  • Si aprono spazi per la creatività connaturata ad ogni essere umano (“All of us are creative”, Steve Pinker, How the mind works, 1997, Penguin Books, p. 360).

Se a tutto questo si aggiunge che la creazione dell’iperspazio informativo costitutiva all’inizio un territorio inesplorato, dove avrebbe potuto facilmente esplicarsi la cultura libertaria, la cui origine viene da sociologi californiani fatta risalire al mondo hippy e ai movimenti per i diritti civili degli anni ’60, si completa il quadro di un terreno fertile per l’assorbimento facilitato di un sistema di valori, credenze e aspettative incentrato sui protagonisti della nuova era. E’ possibile, in effetti, che il movimento per i diritti civili e la libera espressione individuale abbiano favorito processi innovativi, ma occorre tenere presente che senza il DARPA, le sue strategie di grandi investimenti e il peculiare stile manageriale (Dugan e Gabriel, 2013), unitamente al ruolo dei Centri Ricerca e delle grandi imprese coinvolte nel progetto, l’infrastruttura dell’iperspazio avrebbe incontrato molte difficoltà per diventare concreta e sarebbe occorso un tempo molto maggiore.

Senza far ricorso a ipotesi controfattuali per immaginare differenti scenari evolutivi, è certo che la logica della dinamica strutturale degli ultimi tre decenni ha creato enormi potenzialità e benefici, che non è il caso di ripetere in queste sede. E’ altrettanto certo, però, che i circuiti di feedback positivi modificano alla radice le condizioni di vita dell’umanità, soprattutto perché il meccanismo propulsivo dell’evoluzione tecno-economica odierna non sono il cavallo e la diligenza della nuova frontiera dei cowboy, bensì la conoscenza organizzata in sistemi di regole codificate, che interagiscono e, come abbiamo cercato di mostrare precedentemente, incidono sugli stessi meccanismi generatori della conoscenza umana, catturando quello che è stato definito il “surplus comportamentale. La mente umana diviene pertanto al tempo stesso soggetto e bersaglio del progresso tecnico-scientifico odierno, le cui conseguenze nel lungo periodo non sono al momento prevedibili.

La “coscienza umana integrale”

È quindi da valutare molto positivamente il fatto che la stessa mente umana, per anni catturata dalle virtù liberatorie del potenziale tecnologico, inizi a generare un pensiero alternativo. Si tratta evidentemente di segnali ancora deboli, ma significativi di una crescita della consapevolezza e soprattutto di una coscienza collettiva globale, come dimostrano gli esempi di azioni di protesta collettiva da cui siamo partiti e qui valorizzati con l’intenzione esplicita non di enfatizzare tendenze di opposizione all’esistente, bensì quella di enucleare i germi di una possibile coscienza umana integrale della portata planetaria di potenzialità e rischi.

La speranza è che i temi, sollevati dalle proteste ed anche un numero crescente di studiosi, costituiscano “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, come affermò Amstrong quando poggiò per la prima volta il piede sulla Luna.

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French activists protest against Amazon in Black Friday Backlash, 29-11-2029

In tech ‘awakening’ US workers at Google, Amazon join climate protests, 21-9-2019

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