videogame culture

Un remake ci seppellirà: se i videogame hanno perso la voglia di innovare

A cosa servono i remake? A ripresentare film o giochi ormai datati in una veste moderna, o sono semplici operazioni di cash grab? Riproporre qualcosa che ha già avuto successo sembra la via più facile, ma allo stesso tempo annulla la geniale magia dell’invenzione. Ecco alcune operazioni ben riuscite e altre meno

20 Set 2022
Luca Sammartino

Copywriter e musicista, amante del mondo videoludico

Scarface-compie-36-anni-Neomag.1-1024x685

Quando i cinecomic erano agli albori e ancora non dominavano sale cinematografiche e canali streaming, Hollywood viveva un periodo non proprio roseo, almeno per quanto riguarda i cosiddetti film mainstream. I vari cliché delle pellicole degli anni ’80 e ’90 capaci di riempire i cinema non facevano più presa sul pubblico e i registi di quei film erano praticamente vicini alla pensione.

E così, ecco che da Hollywood cominciano ad arrivare remake di pellicole statunitensi e straniere, così come inaspettati sequel che spesso lasciavano molto a desiderare.

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Il remake nel Cinema e l’ascesa dei videogiochi

Il remake nel cinema non è un concetto nuovo, d’altronde ci sono remake entrati nella storia, come ad esempio The Thing di John Carpenter che ripropone in chiave decisamente più horror il film del 1951 The Thing from Another World. Anche il leggendario Scarface di Brian De Palma si può considerare un remake dell’omonimo film del 1932.

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Ma se i pochi remake degli anni d’oro di Hollywood erano spesso più belli degli originali, lo stesso non si può dire di pellicole come Total Recall del 2012, l’Invasione degli Ultracorpi del 2007 o del povero Ghostbusters 2016.

Il fenomeno del “remake” e la mancanza di idee valide tra gli studi di Hollywood andavano di pari passo con la crescita inarrestabile dei videogiochi. Ed era proprio nel gaming che spesso si potevano trovare idee interessanti per trame innovative e saghe appassionanti.

Nonostante la “storia” in un videogioco sia subordinata al gameplay e al lato prettamente tecnico dell’opera, non si può negare che molti videogiochi hanno dato vita a delle storie appassionanti, basta pensare alla saga di Assassin’s Creed, la serie di Grand Theft Auto o quella di The Witcher, giusto per citare alcune delle più famose.

Per qualche anno, il gaming sembrava aver sostituito il cinema: le produzioni diventavano sempre più grandi, il lato grafico e sonoro sempre più incredibile (almeno in occidente) e il gameplay intuitivo e alla portata di tutti.

Bloodborne PSX: quando il demake nei videogame funziona

Remaster e remake irrompono anche nel gaming

Insomma, il videogioco era pronto a fare il grande salto, per attirare e divertire sempre più persone. Ma come sempre, quando un fenomeno cresce, bisogna fare i conti con il vile denaro. Studi più grandi, richiedono entrate consone per poter coprire i costi di produzione, specialmente nei cosiddetti titoli tripla A. La sperimentazione, quindi, viene messa in secondo piano, in favore di titoli dal gameplay familiare, ma dalla grafica assolutamente spettacolare. Proprio il voler puntare sul sicuro, ha spinto diverse software house sono ricorse a remaster e remake.

Se però le remaster non sono altro che operazioni di restauro, per portare vecchi giochi su nuove piattaforme con una risoluzione più alta, il remake è una riproposizione di un vecchio gioco, ma in maniera del tutto diversa.

Riproporre un gioco vecchio con una veste grafica nuova e magari anche un gameplay rinnovato è una vittoria assicurata, perché lo compreranno i vecchi giocatori, così come i più giovani che magari non sono riusciti a giocare il titolo originale, ormai troppo datato a livello di meccaniche per poter essere goduto a pieno.

Il remake di Resident Evil 2

Ma da dove è partito il fenomeno dei remake nel campo videoludico? Probabilmente è stato l’ottimo remake di Resident Evil 2 di Capcom a ispirare anche alle altre software house. Nonostante il titolo originale uscito per PSX nell’ormai lontano 1998 sia ancora del tutto giocabile, Capcom ha voluto fare un’opera di restauro magistrale, stravolgendo anche il gameplay stesso del titolo.

Sfruttando il favoloso RE Engine, Resident Evil 2 Remake passa dalle schermate fisse dell’originale, alla telecamera dietro la spalla del giocatore (quella creata da Mikami per il fortunatissimo quarto capitolo della serie).

L’avventura di Leon e Claire diventa ancora più terrificante, grazie all’inclusione dell’indistruttibile Tyrant che darà loro la caccia, apparendo in maniera randomica nello scenario. Resident Evil 2 Remake è quello che tutti si aspetterebbero da un remake: un gioco dalle meccaniche e dalla grafica ormai datata che viene completamente trasformato in qualcosa di nuovo, pur mantenendo l’anima dell’originale.

Final Fantasy VII Remake

Un altro buon esempio è Final Fantasy VII Remake che dai turni del classico JRPG di Square Enix è passato ad un combattimento più action, oltre a proporre alcuni cambi nella storia originale del titolo e approfondendo diversi personaggi.

In generale, i remake nel gaming sono operazioni di successo. Dopotutto è difficile sbagliare riproponendo in chiave moderna dei titoli che hanno fatto la storia. Pensiamo ad esempio ad Hangar 13 che dopo il parziale flop di Mafia III, si è rimessa subito in piedi proponendo un ottimo remake del primo capitolo della serie.

Quando il remake sembra una forzatura

Ma cosa succede, quando il remake sembra una forzatura? Prendiamo il caso del remake di The Last of Us, sul quale si è scatenata una vera e propria bufera. La sua versione originale, già rimasterizzata per PS4 è ancora del tutto godibile, non solo a livello di meccaniche, ma anche a livello tecnico. La domanda dei fan e dei gamer è lecita: era davvero necessario? C’è chi pensa che Naughty Dog avrebbe dovuto mettersi a lavoro su un nuovo titolo, piuttosto che perdere tempo con il remake di un gioco moderno che tra l’altro gode di una popolarità incredibile, anche tra i cosiddetti “casual” gamer.

I primi video di cutscene e gameplay di questo remake mostrano un The Last of Us completamente identico a livello di meccaniche, con personaggi rimodellati nello stile più moderno di The Last of Us: Parte II e diversi effetti grafici aggiuntivi. Niente da far gridare al miracolo, ma d’altronde, come già detto in precedenza, l’originale The Last of Us si mantiene ancora bene.

A peggiorare le cose ci pensa il prezzo di vendita stabilito, ben 80 euro per PS5 e presumibilmente anche per la versione PC che arriverà in seguito. Anche i meno maliziosi, fanno fatica a non vedere questo remake come una mera operazione di cash grab.

E non sarà l’unico remake ritenuto superfluo, basta pensare a quello di Dead Space in lavorazione. Anche Dead Space, come The Last of Us, nella sua versione originale è ancora giocabilissimo, tra l’altro rimane uno dei survival horror migliori mai realizzati.

Conclusioni

A cosa servono i remake? A ripresentare giochi ormai datati in una veste moderna? Oppure semplici operazioni di restauro che possono dare sicurezza a livello di vendite a sviluppatori e distributori?

È strano che nel mondo dei videogame, dove si è sempre provato a sperimentare, si sia arrivati al punto dove alcune software house preferiscono puntare sui remake, piuttosto che creare nuove IP.

Chiaro, non c’è niente di male nel voler riproporre un titolo in una versione nuova, ma forse ha poco senso farlo con titoli ancora giocabili al 100%.

Tornando al cinema mainstream, dopo i remake si è passati ai cinecomic, prodotti comunque derivati da fumetti risalenti agli anni ’70 e quindi non proprio originali. Il voler riproporre qualcosa che ha già avuto un successo assicurato sembra la via più sicura, ma allo stesso tempo annulla la geniale magia dell’invenzione, della quale sia il mondo del cinema, sia quello dei videogiochi, hanno sempre bisogno.

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@RIPRODUZIONE RISERVATA

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