La ricerca

Scienze forensi, i nuovi standard per la detection di tracce latenti

Due nuovi protocolli per l’utilizzo delle tecnologiche luci forensi in fase di detection delle tracce latenti sulla scena del crimine: ecco il frutto di un’innovativa ricerca svolta all’Università di Copenhagen

13 Dic 2019
Eugenio D’Orio

docente al corso di perfezionamento in genetica forense all universita di Napoli Federico II


Le scienze forensi si stanno evolvendo, complice tecnologie. Una delle più recenti e innovative ricerche nel settore mira a standardizzare nuovi protocolli per la detection di tracce biologiche latenti (ovvero invisibili ad occhio nudo) da reperti sequestrati sulla scena del crimine e poi sottoposti ad analisi da parte dei servizi specializzati in indagini scientifiche della Polizia giudiziaria. Vediamo di cosa si tratta.

L’utilizzo delle luci forensi

Nel settore della biologia forense, oltre alle indagini pertinenti al DNA, assume rilievo primario, specie in fase investigativa prima e processuale poi, la possibilità di rilevare e documentare, anche foto-video-graficamente, le stesse tracce latenti, affinché queste siano visivamente apprezzabili dai giudici stessi. Oltre ciò, una volta avvenuta la presunta identificazione della traccia biologica sul reperto, è di grande importanza avere informazioni sul tessuto biologico dal quale la traccia proviene. Proprio su queste tematiche ho svolto una lunga ed importante attività di ricerca scientifica presso la sezione di genetica forense – crime unit – dell’Università di Copenhagen, ove ho proceduto a standardizzare ed a validare nuovi protocolli di utilizzo delle luci forensi, note in gergo tecnico come “Alternative Light Source- ALS”. L’innovatività di tale metodologia non risiede tanto nel fatto che la tecnica, di per sé considerata, sia nuova, bensì risiede nell’aver standardizzato dei protocolli di utilizzo omogenei, che disciplinano rigorosamente modalità di utilizzo e assicurano il raggiungimento di opportuni e consistenti standard di qualità ed efficienza. Inoltre, l’utilizzo del dispositivo tecnico delle luci forensi avvalendosi di un protocollo specifico segna un’importante svolta; infatti è proprio l’uso di un protocollo condiviso che, direttamente, è in grado di assicurare l’omogeneità, la ripetibilità e la riproducibilità dei risultati ottenuti da diversi operatori forensi anche in diversi laboratori.

L’omogeneità dei risultati, possibile solo grazie alla validazione e alla standardizzazione di dettagliati protocolli di utilizzo a cui l’operatore deve rigorosamente attenersi, è proprio la chiave di volta per rendere identiche ed omogenee le risultanze scientifiche che, a valle, si andranno ad ottenere. Infatti l’uso dei protocolli, in sostituzione delle molto più aspecifiche linee guida, incide molto su modalità di utilizzo ed anche sulle risultanze scientifiche che si andranno ad ottenere.

Perché le linee guida non bastano

Le linee guida, che per loro propria natura in una serie di suggerimenti e raccomandazioni, consentono al singolo operatore una ampia discrezionalità di utilizzo dello strumento per lo svolgimento della delicata fase di ricerca delle tracce biologiche. Tale discrezionalità, in termini scientifici, si traduce proprio con una potenziale, e talvolta anche molto importante, variabilità dei dati scientifici che si andranno ad ottenere a seguito dello screening. Tale situazione, che di per sé contrasta con i principi basilari della scienza (ripetibilità e riproducibilità dei dati), deve trovare necessariamente un correttivo valido ed efficace. Il correttivo, in questo caso, è proprio l’adozione di un protocollo standardizzato e condiviso. Ciò renderà omogeneo il lavoro degli operatori e assicurerà l’omogeneità e la ripetibilità/riproducibilità delle risultanze scientifiche che si andranno ad ottenere.

In altri termini, un’analisi di screening di un reperto con tracce biologiche latenti, attenendosi alle linee guida, può essere effettuata con modalità molto diverse da operatore ad operatore. Si avrà, anche potenzialmente, che uno stesso reperto, se analizzato in due laboratori diversi, da due operatori diversi, darà a valle delle risultanze scientifiche differenti. Ciò non va affatto bene, viola i principi basilari della scienza e va assolutamente corretto. Soprattutto nel settore forense, ovvero delle indagini scientifiche che vengono svolte con la finalità di offrire un supporto alla Giustizia ed alla ricerca della verità, tale situazione è inaccettabile e va, quanto prima, rimossa alla radice.

Lo sviluppo di protocolli

Posta tale criticità, il lavoro condotto dal sottoscritto fu proprio volto allo sviluppo di un protocollo standard, ovvero una metodologia condivisa e dall’efficacia dimostrabile, per effettuare lo screening dei reperti per un’opportuna ricerca delle tracce biologiche latenti. I protocolli di lavoro così standardizzati, pubblicati nel 2018 e presentati al Congresso HIDS (Human IDentification Solution), a Roma, consentono innanzitutto agli operatori di agire in modo standard ed omogeneo e, in termini di sensibilità ed efficacia, consentono di riuscire a detectare tracce biologiche fino a 0.78µl (il che significa che si riescono ad identificare e documentare anche un piccolo grumo di circa 10 cellule biologiche). Nel corso dell’attività di ricerca volta, appunto, alla standardizzazione del protocollo è emerso un importante e innovativo fattore di cui tenere conto allorquando si utilizzano le luci forensi per la ricerca delle tracce biologiche latenti: il colore di fondo del reperto. Infatti è stato evidenziato che tracce biologiche, che riflettono ed assorbono la luce UV su queste impostate a differenti lunghezze d’onda, sono comunque interessate da fenomeni di rifrazione (che talvolta incide davvero negativamente sulla detection corretta), e tali fenomeni di rifrazione sono dovuti proprio al colore del reperto sul quale le tracce biologiche aderiscono.

Tale fenomeno era di fatto in grado di generare dei “falsi negativi”, ovvero campioni/reperti che, all’analisi con le luci forensi risultavano essere privi di tracce biologiche ma, in realtà, non lo erano (si era a conoscenza di ciò perché l’esperimento, e le quantità cellullari deposte, erano note e controllate dallo sperimentatore). Tale situazione genera il rischio di far sostenere allo scienziato che opera lo screening che un reperto era privo di tracce biologiche di interesse investigativo, quando in realtà le tracce erano presenti, ma non si riusciva a detectarle e documentarle in modo consono.

Due nuovi standard

Per ovviare a tale problematica sono stati standardizzati due diversi protocolli di utilizzo delle luci forensi, di cui uno specifico per lo screening di reperti aventi un colore chiaro e medio-chiaro, un altro protocollo specifico per la ricerca di tracce biologiche su reperti aventi un colore medio-scuro e scuro. L’analisi combinata e sinergica dei dati ottenuti dall’utilizzo di questi due protocolli di uso ha consentito all’operatore di addivenire ad una efficienza del 96.67%. Un dato molto importante se si pensa che, ad occhio nudo, ovvero senza uso di strumentazione quale le luci forensi, la detection delle tracce è attorno al 20% del totale.

Inoltre, per rendere tali informazioni e conquiste tecnico-scientifiche quanto più fruibili possibili per i magistrati, giudicanti ed inquirenti, è stata anche standardizzata e validata una metodologia tecnica atta a produrre un’efficiente e qualitativa attività di foto-documentazione della traccia biologica latente così rivelata dallo strumento. Altro importante dato di cui tenere conto, specie per l’ambito forense, è che l’utilizzo delle luci forensi è un metodo di ricerca delle tracce biologiche non distruttivo. Ciò è fondamentale perché consente un opportuno screening senza preoccuparsi di arrecare danni alle cellule biologiche con i raggi UV e, soprattutto, consente, anche ex post, un ulteriore attività di approfondimento e/o conferma.

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