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il commento

Social e politica, rischiamo la censura per nulla: ecco il grande equivoco sulle “fake news”

Sempre più pressioni sui social, accusati di influenzare le masse. E se invece fossero le masse, con le loro convinzioni polarizzate, a condizionare le dinamiche di una politica inadeguata a gestire in maniera adeguata i media digitali? Ecco come e quali conseguenze trarre sulle regole

21 Mag 2019

Alberto Berretti

Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ingegneria Informatica, Universita' di Tor Vergata


E se fossero i politici (o chi per loro) a essere condizionati dalla crescente polarizzazione dei contenuti postati sui social, invece che viceversa? Se fossero, insomma, le masse a manipolare i politici assoggettando le loro azioni alle pulsioni estremizzate e polarizzate sui social network, come sostenuto in un recente post su Facebook di Andrea Colamedici?

E’ un punto di vista ribaltato rispetto a un assunto ormai ben accettato: che i grandi media digitali, in particolare quelli che hanno una dimensione social ma non solo quelli, abbiano un grande potere di condizionamento sulle masse, e che politici astuti utilizzino tale potere creando fake news, emergenze inesistenti, o come ha detto la studiosa turco-americana Zeynep Tucekci “ingegnerizzando il pubblico” per creare consenso. Da questo  assunto discendono le crescenti pressioni che arrivano da sempre più Governi sui social, contro il presunto fenomeno “fake news”.

Eppure, quello proposto è un ribaltamento che comincia ad apparire sempre più concreto e verosimile. E che ci costringe a rivedere gli attuali approcci che, con una crescente pressione di regolamentazione sui social media, sta portando a crescenti rischi di censura di massa.

Anche in Italia, dove Facebook ha appena cancellato 23 pagine in italiano, con l’accusa di diffondere fake news; una mossa che però ha rilevanza politica, soprattutto con le elezioni europee alle porte.

Vediamo perché.

Perché esistono i social media?

Una grande giornalista investigativa inglese, Carole Cadwalladr del Guardian, ha fatto un fenomenaleTEDtalk  sul condizionamento operato da Facebook nel referendum sulla Brexit, che è stato trascritto e tradotto in italiano ed ha circolato largamente, ehm, sui social media ed in particolare su Facebook, con numerosissime condivisioni. Chi scrive, in primis, è ben conscio non solo di tale problematica ma considera le dinamiche descritte da tali autori e studiosi molto reali e non prive di pericoli per la società democratica. Si tratta, dopotutto, di personaggi di un calibro intellettuale non banale.

Ma c’è qualcosa che non torna, e un paio di spunti letti in giro mi hanno portato a riflettere ulteriormente sull’argomento, a partire dal dato empirico banale: dove andiamo a discutere delle malefatte dei social media, di Facebook, di Twitter? Ma ovviamente su Facebook, su Twitter, e dove sennò?

Infatti il punto – cruciale – che moltissimi studiosi trascurano è perché esistono i cosiddetti social media. Non esistono perché un bel giorno un complotto neoliberista ha deciso di condizionare le menti delle giovani e meno giovani generazioni per traviarle, spiarle e renderle inoffensive al Potere (anche se questa narrazione complottista è nel retropensiero, e a volte manco tanto retro, di moltissimi autori che scrivono sul tema). Semplicemente esiste il bisogno naturale dell’uomo di comunicare.

Prendiamo dunque questi due fatti per dati ed inevitabili, due punti di partenza che non possono essere messi in discussione:

  • l’uomo è un animale sociale (stavo per scrivere social) per definizione
  • le tecnologie digitali esistono, sono il naturale punto di approdo di una tendenza che viene da lontano e non possono essere messe in discussione perché sarebbe come voler mettere in discussione il fatto che un cavallo corre più veloce di una tartaruga.

È naturale dunque che, con il maturare delle tecnologie digitali, siano nati dei tool per la condivisione on line di idee, opinioni, sentimenti, paure, impressioni, e tutto l’armamentario della psiche umana.

Bisogna fare qualcosa per i social. Ma cosa?

Ma “Bisogna fare qualcosa”. In genere i sostenitori di questo punto di vista non dicono mai cosa. Appurato che non possiamo tornare all’epoca in cui le opinioni, i sentimenti e le paure si esprimevano solo al bar o in piazza (non senza qualche problema anche all’epoca), si tratta di capire cosa si può fare e se quello che si vuole fare non sia un rimedio peggiore del male. L’economista americano Tyler Cowen si chiede esattamente questo in un recente post sul suo celebre blog Marginal Revolution. Cowen vede solo due possibili strade (e tecnicamente non ha torto: non si può fare null’altro):

  • l’imposizione di rigide misure di censura di stampo cinese (che indubbiamente “funzionano”, ma a quale costo?)
  • l’introduzione di regolamentazioni che intervengano sui grandi social network allo scopo di ridurne gli introiti pubblicitari, di impedirne la crescita o di giungere addirittura al loro smembramento, allo scopo di favorire realtà social alternative e di dimensioni più piccole.

Imparare a conoscere gli strumenti social

Ma servirebbe a qualcosa o sarebbe un rimedio peggiore del male? A giudicare da quello che circola, la seconda ipotesi sembra quella più realistica. C’è infatti la speranza che i social network di dimensioni maggiori costituiscano un interlocutore ragionevole per chiunque abbia a cuore il funzionamento di un sano ecosistema informativo anche nel mondo digitale, al contrario di un 4chan o 8chan o qualche-altro-numero-chan.

Ci vogliono pochi secondi per trovare il manifesto di Brenton Tarrant (l’attentatore della moschea di Christchurch) su una di queste imageboard, ad esempio.

Facebook ha recentemente chiuso 23 pagine in italiano, vicini a Lega e M5S, perché postavano prevalentemente contenuti farlocchi: se le chan board dovessero fare lo stesso, farebbero prima a chiudere direttamente, con tutta probabilità. Per non parlare di quei social network che si propongono come social dove nulla e nessuno verrà censurato, e funzionano di fatto come amplificatori di idee e posizioni politiche tossiche. L’unica posizione ragionevole, dunque, è imparare a conoscere e a padroneggiare il nuovo strumento piuttosto che porsene fuori come pensosi intellettuali.

Chi manipola chi?

Ma c’è un’altra questione che mi pare importante. Se la relazione fra la diffusione di contenuti polarizzati ed estremi sui social network ed il prevalere di politiche polarizzate ed estreme è incontenstabile, siamo sicuri che il rapporto causa-effetto sia quello che fino ad ora abbiamo pensato?

Siamo cioè sicuri che sia una classe astuta di uomini di potere a tirare le fila di quello che si vuole che circoli sui social media, e non piuttosto il contrario, e cioè che la natura digitale degli strumenti di condivisione e di socializzazione delle informazioni estremizzi e polarizzi i contenuti condivisi, e che i politici, tramite tutto l’armamentario a loro disposizione (big data, algoritmi e quant’altro ad esempio la Tufekci menziona) siano condizionati da tale polarizzazione e costretti ad inseguire le posizioni estreme alla ricerca del consenso, come una attention whore qualsiasi?

In altri termini, l’effetto dei social media digitali sarebbe quello di amplificare preesistenti dinamiche delle masse, con effetti devastanti su una classe politica inadeguata alla gestione intelligente (piuttosto che furbetta) dei media digitali.

Anche in questo caso, la soluzione dovrebbe essere impadronirsi dello strumento e dominarlo piuttosto che lasciarsene dominare, e scegliere soluzioni controproducenti.

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