Regimi e social, la strana alleanza: a rischio i diritti di tutti | Agenda Digitale

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Regimi e social, la strana alleanza: a rischio i diritti di tutti

Gli algoritmi, patrocinati dai colossi tecnologici, orientano le scelte, determinano le politiche pubbliche, prestano il fianco alle istanze dei regimi dittatoriali. In che modo, se esiste, tecnologia e politica potranno intrecciarsi e convergere per dar forma a un tessuto sociale corretto e stimolante?

17 Feb 2021
Barbara Calderini

Legal Specialist - Data Protection Officer

Il rapporto tra social e regimi non-democratici è diventato più complesso. La moderazione dei contenuti si pone ormai in chiave sinergica con le strategie politiche. Non c’è più solo mera censura o propaganda smaccata, sui social.

I regimi stanno sviluppando una politica sui nuovi media articolata, favorendo o non ostacolando la polarizzazione dell’opinione pubblica e la conseguente attenuazione dei diritti fondamentali; spingendosi così ben oltre la compressione del diritto alla libertà di espressione.

E, evidentemente, tanto si rivela compatibile anche con i modelli di business dei colossi tecnologici stessi, traducendosi in un complesso scacchiere di reciproche dipendenze e autoritarismi digitali da cui non sono immuni neppure le testate giornalistiche tradizionali.

Tutto allo stesso tempo, e in modo piuttosto indisturbato e non osteggiato, anzi, favorito da quadri regolatori e leggi.

Come scrive Fabio Chiusi in un bell’articolo intitolato “Il dilemma non sono i social media. Siamo noi”, le attuali regolamentazioni lungi dal costituire un valido deterrente alla mancanza di trasparenza e all’autonomia parapubblicistica dei poteri privati “si confermano piuttosto la causa prima e reale dell’incremento costante della censura online negli anni.”

Una cosa intanto è certa: gli attori statali e non statali continuano a sfruttare le opportunità create dal digitale per plasmare le narrazioni online, censurare i discorsi critici e costruirne nuovi sistemi tecnologici di controllo sociale.

Uno scenario complesso, che proviamo ad analizzare partendo dal quadro geopolitico e sulla base anche dei dati forniti da recenti report e studi incentrati sull’incidenza dei social nel nostro quotidiano, il livello di liberà di internet e l’impatto della disinformazione.

La “strana alleanza” tra social e regimi

La strumentalizzazione dei social media, in quanto mezzi d’informazione e comunicazione, da parte dei paesi con regimi autoritari o accusati di politiche illiberali, è emersa in maniera piuttosto evidente da diverso tempo.

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Questa tendenza non pare essere smentita neppure dalla crescente migrazione di contenuti e comunicazioni verso piattaforme e app centralizzate e neppure dall’uso crescente di connessioni crittografate da parte di siti Web e piattaforme.

La capacità dei governi di ottimizzare gli obiettivi di filtraggio permane e si rivela efficace e l’alleanza con i social emerge in tutta la sua portata.

Sri Lanka, e altri territori quali Myanmar, Bolivia, Slovacchia, India, Filippine, Cambogia, Brasile e Messico, Etiopia, sono tutti territori pesantemente esposti a condizioni di violenza e repressione, dove il panico per una minaccia percepita dai social, con estrema facilità, può portare al linciaggio o peggio.

Cina, Russia, Ungheria, Polonia, ciascuna di queste nazioni ha già rivelato aspetti di censura e soppressione del dissenso significativi tanto quanto invasivi.

La pandemia e la conseguente infodemia che ne è derivata ne hanno esaltato i riflessi politici e sociali riportando sotto i riflettori il dibattito sulle dinamiche del potere inteso come controllo e, dunque, dei rapporti di forza tra poteri pubblici e poteri privati, entrambi sede – più o meno legittima – del bilanciamento e della ponderazione dei diritti e delle libertà fondamentali.

Il rischio di manipolazione delle informazioni gestito dalle “autocrazie digitali” si rivela dunque effettivo e le piattaforme altrettanto si dimostrano validi alleati nella sopravvivenza e nel consolidamento dei regimi nel mondo.

L’incidenza dei social media nel mondo: gli studi

Digital 2020”, il report annuale a cura di We Are Social evidenzia come i media digitali, mobili e social siano diventati una parte indispensabile della vita quotidiana per le persone in tutto il mondo.

Malgrado persista il divario digitale, in particolare per alcuni territori geografici, in linea generale, tra i social network, sul podio permane Facebook con i suoi 2,5 miliardi di utenti attivi ogni mese, seguito da YouTube (2 miliardi) e WhatsApp (1,6 miliardi).

Cresce anche l’utilizzo dei sistemi di messaggistica: oltre a Whatsapp, anche Messenger, Telegram e WeChat. E con essi si ampliano le modalità di condivisione delle informazioni e dunque le esigenze di controllo e verifica delle stesse. Non sempre infatti la censura, sempre più pervasiva di alcuni regimi, riesce ad essere contrastata dalla diffusione della cifratura tipica di alcune applicazioni di messaggistica istantanea.

Fonte: https://wearesocial.com/digital-2020

Tanto in un contesto di ben noti regimi politici con scarsa libertà di informazione, dove la “cultura partecipativa” di cui scriveva Henry Jenkins[1], appare quanto mai inesorabilmente condizionata e asservita alle asimmetrie informative generate dal binomio tra i poteri pubblici e privati (di stampo mediatico, economico, politico e ideologico), da una parte, e l’effettivo contropotere dei cittadini, dall’altro.

Un interessante studio del luglio 2017, condotto dal progetto Internet Monitor presso il Berkman Klein Center for Internet & Society, ha documentato la pratica della censura di Internet in tutto il mondo attraverso test empirici in 45 paesi sulla disponibilità di 2.046 dei siti web più trafficati e influenti del mondo, più altri siti web specifici per paese.

I risultati chiave, sicuramente meritevoli di un’attenta analisi, sebbene da leggere alla luce dello specifico contesto spazio temporale, non sembrano oggi potersi dire superati; tutt’altro.

Cina, India, Indonesia, Pakistan, Arabia Saudita, Uzbekistan, Yemen e Iran si erano rivelati i paesi con modelli di censura più pervasivi; seguivano Singapore, Bahrein, Egitto, Kazakistan, Kuwait, Russia, Corea del Sud, Thailandia, Turchia, Ungheria e Libano, sebbene con diverse sfumature.

Fonte

Fonte

È piuttosto evidente, infatti, come eventi recenti quali la pandemia, con le sue contraddizioni in termini di corretta gestione dell’emergenza, il populismo dilagante, il razzismo (richiamato pesantemente anche dalle note vicende di cronaca americane), la crisi della democrazie occidentali, gli episodi scomodi legati alla Brexit, le spinte autoritarie di Ungheria e Polonia, la scarsa presa geo-politica dell’UE nel contesto globale, l’isolazionismo americano e le fake news, l’insurrezione del 6 gennaio a Washington, ma anche la Russia e i conflitti irrisolti in Crimea, Siria, Nord Africa e altrove – possano aver favorito nuove evoluzioni dei preesistenti modelli di censura e controllo.

Il report Freedom on the net 2020 di Freedom House

Freedom House ha valutato il livello di libertà di Internet in 65 paesi in tutto il mondo e il rapporto, ricco, che ne è derivato ha evidenziato chiaramente l’ascesa della “sovranità informatica repressiva” e il declino della libertà globale di Internet; aspetti entrambi fortemente accelerati dalla pandemia di coronavirus in corso.

Fa eccezione l’Islanda, a quanto pare, uno dei pochi baluardi della libertà di Internet dove dal 2011 una legge ha stabilito un particolare regime di tutele legali per i giornalisti che si estendono sino alla sfera online, compresa la protezione delle fonti anonime e l’indipendenza editoriale dai proprietari dei fornitori di servizi di media.

Myanmar e Kyrgyzstan, seguiti da India, Ecuador e Nigeria, si sono rivelati invece i paesi con i trend peggiori.

E certo il fascino dell’internet sovrano si è spinto fino al punto in cui, tanto le obiezioni della società civile locale quanto quelle della comunità internazionale, sono state al centro di “alleanze” piuttosto discutibili, alcune certamente più pervasive di altre, con le piattaforme social, per consentire il monitoraggio e il filtraggio del traffico e dei contenuti in entrata.

Il report è assolutamente interessante e va letto nella sua interezza per una comprensione approfondita delle specifiche restrizioni, peraltro dettagliate Paese per Paese, apportate ai diritti degli individui in rete (e non solo).

Non solo il diritto alla libertà di espressione viene piegato alle logiche contingenti del momento, ma spesso la strumentalizzazione dello stesso funge da parametro in base al quale attori statali e non orientano provvedimenti coercitivi quali arresti e intimidazioni fisiche in alcuni casi.

Nove sono i criteri che Freedom House ha tenuto in considerazione nella valutazione dei relativi trend

Gli stessi parametri hanno costituito la base di una di una Tabella riepilogativa esaminabile dalle pagine web del loro sito.

Tre le aree di analisi condotte:

  • Ostacoli all’accesso: valutazione delle barriere infrastrutturali, economiche e politiche all’accesso; decisioni del governo di interrompere la connettività o bloccare applicazioni o tecnologie specifiche; controllo legale, normativo e della proprietà sui fornitori di servizi Internet; e indipendenza degli organismi di regolamentazione;
  • Limiti sui contenuti: analisi delle normative legali sui contenuti; filtraggio tecnico e blocco dei siti web; altre forme di censura e autocensura; la vivacità e la diversità dell’ambiente online; e l’uso di strumenti digitali per la mobilitazione civica;
  • Le violazioni dei diritti dell’utente: esame delle protezioni legali e le restrizioni alla libertà di espressione; sorveglianza e privacy; ripercussioni legali ed extralegali per il discorso e le attività online, come la detenzione, le molestie extralegali e gli attacchi fisici o gli attacchi informatici.

Digitalizzazione e crisi di fiducia: i report Edelman Trust Barometer e l’analisi di Human Rights Watch

Anche i dati contenuti nel report Edelman Trust Barometer 2021, rilasciato il 13 gennaio scorso da Edelman, la più grande società di relazioni pubbliche a livello globale, confermano la forte incidenza del controllo dell’informazione inteso anche come manipolazione e dunque disinformazione nella già consistente crisi di fiducia verso le istituzioni e i leader in tutto il mondo: dai capi di governo, amministratori delegati, giornalisti, fino ai leader religiosi.

Il rapporto si esprime in termini di “bancarotta delle informazioni” e di un ecosistema di fiducia in fallimento, inesorabilmente succube e allo stesso tempo complice dell’infodemia dilagante. Sistemi di manipolazione e censura sinergicamente coordinati e in grado di spingersi fino al punto di rimuovere addirittura le prove di crimini di guerra.

A tal riguardo si evidenza, per la rilevanza del tema che affronta in ottica di tutela dei diritti umani, l’ampia analisi resa dal rapporto di Human Rights Watch sulla rimozione dei contenuti utili a indagini su fatti e persone sospettate di gravi crimini, tra cui crimini di guerra destinati alla Corte penale internazionale (CPI).

E tanto, spesso, avviene in risposta alle richieste dei rispettivi governi. Ciò, ovviamente, malgrado sia evidente quanto il contesto di utilizzo di una piattaforma e dunque la conservazione dei relativi contenuti, possa essere importante per identificare chi dovesse rendersi colpevole di reati perseguibili.

Il report, descrivendo nel dettaglio come i social media si adoperino per l’esclusione di contenuti violenti o inaccettabili, i cosiddetti “contenuti terroristici ed estremisti violenti (TVEC)”, si concentra sul fatto per cui, fotografie e video rimossi, non rispondendo a standard generali di regolamentazione della conservazione e accessibilità degli stessi, troppo facilmente si presta ad evidenti strumentalizzazioni a diretto discapito del corretto assolvimento delle procedure di indagine, specie di stampo internazionale.

La “tentazione” dell’Internet sovrano

Non bisogna pensare che i Paesi democratici siano lontani dalla tentazione del cosiddetto internet sovrano: sebbene Cina, Russia, Iran costituiscano i modelli più pervasivi, molti Paesi dello spettro democratico, sebbene con diverse sfumature, stanno già meditando sull’idea di sovranità: tra questi, Francia, Germania, Polonia.

Gli Stati Uniti e l’India si muovono altrettanto convintamente nella direzione per cui determinate app cinesi popolari necessitano, in vista della sicurezza pubblica e nazionale, di un lapidario divieto di introduzione all’interno dei confini territoriali. Brasile, Nigeria e Turchia si orientano parimenti verso approcci sovranisti del cyberspazio.

Fonte: Report – Freedom on the net 2020 – The Pandemic’s Digital Shadow

La censura in Russia

La nuova regolamentazione del web voluta dal Cremlino, presentata come baluardo di sicurezza e protezione interna, si sta rivelando in realtà più uno strumento di controllo governativo e repressione delle minoranze e delle opposizioni politiche. Ponendosi come obiettivo principe quello di filtrare tutto il traffico internet presente della rete RuNet, attraverso nodi controllati dalle autorità di Stato, Domain Name System nazionale, la Russia ha infatti posto definitivamente le basi per un web “parallelo” in cui il governo di Putin, dietro la sbandierata difesa della libertà di parola contro la censura dei media russi su Fb, Twitter e YouTube (molti ricorderanno come Twitter, in passato, ha già deciso di non mostrare più i risultati di ricerca della nota agenzia di stampa statale russa RIA Novosti. Analogo destino era stato riservato, inoltre, sin dal 2017, a Russia Today e Sputnik, le testate russe, entrambe vicine e in parte finanziate dal governo russo), si riserva invero la possibilità di chiudere le connessioni, all’interno del Paese o con il world wide web. Non a caso le nuove norme affidano grandi poteri, anche sanzionatori, all’organo russo preposto al controllo delle telecomunicazioni Roskomnadzor, Rkn, autorizzato a reprimere e bloccare ogni fonte di notizie proibita in Russia, dai siti inclusi nelle blacklist nazionali, ai programmi di messaggistica istantanea come Telegram, oltre ai sistemi di Vpn.

Altrettanto vale per le previsioni di legge dedicate alle fake news e ai contenuti ritenuti indecenti che consentono alle autorità di bloccare e sanzionare gestori di siti e testate che non si adeguano alle determinazioni impartite e non rimuovono i contenuti ritenuti inappropriati.

E di tanto non ne fa mistero neppure il ministero degli Esteri russo che ha recentemente messo in guardia le piattaforme Internet occidentali dalla responsabilità nel diffondere false informazioni riguardo le manifestazioni di protesta politica non autorizzate.

La flagrante interferenza degli Stati Uniti negli affari interni della Russia è un dato di fatto, così come la propagazione di falsi e le chiamate a proteste non autorizzate da parte delle piattaforme Internet controllate da Washington. Un’altra prova del ruolo dietro le quinte di Washington è il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken a sostegno alle violazioni della legge. Non c’è dubbio che le azioni volte a incoraggiare le proteste siano un elemento della strategia di contenimento della Russia. Il Dipartimento di Stato sta apparentemente seguendo il “programma” offerto dal centro analitico RAND Corp nel 2019 (vedi rapporto ‘Overextending and Unbalancing Russia’). È un peccato che gli sia sfuggito l’avvertimento sugli alti costi e sui rischi di questa dottrina“, si legge nel post Facebook.

Non è una novità, inoltre, il fatto che in Russia determinati attivisti e studenti siano “attenzionati” ed intimiditi dalle forze di polizia laddove ritenuti sostenitori di forze politiche avverse come quella rappresentata dal più importante leader dell’opposizione russo Alexey Navalny. Allo stesso tempo, i social media sono puntualmente esortati a rimuovere post che veicolano informazioni controverse o contrarie al partito di Putin o che invitano le persone a partecipare a proteste politiche non autorizzate, minacciando in caso contrario rilevanti ritorsioni tra cui pesanti multe per il mancato adeguamento agli ordini di rimozione.

E’ di sicuro interesse a tal proposito l’analisi e la ricostruzione dei fatti resa, tra gli altri, anche da Hugh Williamson, direttore della divisione Europa e Asia centrale per Human Rights Watch, relativamente all’arresto (cui è seguita recentemente la condanna) di Alexei Navalny, intervenuto al suo ritorno dalla Germania dove era sottoposto a cure mediche per avvelenamento quasi fatale.

La Polonia e la legge per limitare il potere dei social media

Sembrerebbe un disegno di legge “avveniristico”, per certi aspetti vicino a quello di Francia e Germania, il piano che il Ministro della giustizia polacco, Zbigniew Ziobro, sta predisponendo per regolamentare e limitare l’azione dei social media, dalla propaganda politica al bullismo on line, fino alle fake news. Non saranno infatti tollerate autonome soppressioni di contenuti o di account, a meno che il contenuto condiviso non si ponga in contrasto con la legge polacca.

Gli utenti dal canto loro avranno il diritto di presentare un reclamo a un, non ancora ben definito, “consiglio per la libertà di espressione” composto da cinque membri nominati dal parlamento per sei anni. Ove previsto si potrà ricorrere in giudizio se la risposta ottenuta fosse insoddisfacente o gli amministratori del sito web non riuscissero a riscontrare eventuali reclami degli utenti entro 48 ore. In caso di accoglimento il social rischierebbe multe piuttosto salate (fino a 2,2 milioni di euro).

La nuova regolamentazione potrebbe entrare in vigore a gennaio 2022, stando alle previsioni di Sebastien Kaleta, alto funzionario del ministero della Giustizia incaricato del dossier.

Il primo ministro, Mateusz Morawiecki, con un post su Facebook, ne ha già pubblicamente avvalorato l’importanza: “Gli algoritmi o i proprietari di giganti aziendali non dovrebbero decidere quali opinioni sono giuste e quali no (…) non può esserci consenso alla censura”, spingendosi fino al punto di ritenere la decisione di Twitter e Facebook relativa presidente Trump paragonabile alla censura applicata dal regime comunista durante l’epoca della Repubblica popolare polacca. “Per quasi 50 anni abbiamo vissuto in uno Stato in cui la censura era all’ordine del giorno e regolamentata, dove ci dicevano cosa dovevamo pensare, dire e sentire, e cosa no, negli ultimi decenni internet è diventato un simbolo della libertà di espressione: uno strumento più democratico, un forum gigantesco in cui tutti possono esprimersi liberamente, impossibile da immaginare 20 anni fa”.

Conclusioni

“Nelle discussioni che riguardano tecnologia e società, non c’è posizione più provocatoria di quella che ritiene che gli oggetti tecnologici abbiano qualità politiche”. Langdon Winner

Come nel gioco del gatto e del topo, le visioni politiche democratiche inseguono quelle tecnologiche, ma perdono inesorabilmente terreno di fronte alle pressioni dei regimi autarchici da una parte, e alla rigorosa complessità delle decisioni imposte dai progressi del digitale e dei sistemi economici ad essi connessi, dall’altro.

Ed è su questo terreno che gli “artefatti tecnologici” manifestano al meglio la loro veste politica.

Il dilemma tra la necessità del progresso e le libertà fondamentali, già sapientemente descritto già nel 1980, nell’importante articolo di Langdon Winner: Do Artifacts Have Politics?, si insedia nelle maglie della società modellandone il diritto di partecipazione, la direzione, la forma, il potere, i diritti e i privilegi.

Gli algoritmi, patrocinati dai colossi tecnologici, orientano le scelte, determinano le politiche pubbliche, prestano il fianco alle istanze dei regimi dittatoriali; troppo spesso erroneamente percepiti come arbitri neutrali di un fumoso processo di decisione e di scelta, polarizzano e danno forma alla capacità di autodeterminazione degli individui.

Quello che resta urgentemente da capire riguarda invece come tecnologia e politica potranno intrecciarsi e convergere nel dar forma a un tessuto sociale che sia insieme corretto e stimolante.

E tanto si rivela una priorità assoluta.

  1. Jenkins, H. (2008). Convergence culture. New York: New York University Press
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