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l'analisi

Spesa in Ricerca e Sviluppo, perché l’Italia è in ritardo (nonostante il sostegno pubblico)

Non diminuisce il ritardo accumulato dall’Italia, rispetto agli altri Paesi dell’area Euro, negli investimenti in R&S, nonostante un’importante attività di sostegno pubblico. Previsioni in calo anche per il 2017. Malgrado l’impegno del Governo, pure le spese delle aziende in innovazioni ancora non decollano

11 Dic 2017

Enrico Martini

Ministero dello Sviluppo economico


Negli ultimi anni gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) sono aumentati in tutti i paesi europei, anche se in misura eterogenea. In Italia la dinamica della spesa in termini reali è stata molto più lenta: ponendo a 100 il valore del 2007, il livello dell’Italia nel 2016 è pari a 110, mentre per l’area Euro ha raggiunto 136.

Il ritardo accumulato rispetto agli altri Paesi dell’area non accenna a diminuire, nonostante un’importante attività di sostegno pubblico, a livello nazionale e regionale, alle attività di R&S.

Le statistiche recentemente pubblicate dall’Istat dicono che nel 2015 in Italia la spesa in R&S intra-muros è aumentata dello 0,9% in termini reali rispetto all’anno precedente, con un’incidenza percentuale sul Pil pari all’1,34%, invariata rispetto al 2014, sensibilmente inferiore a quella dei nostri competitor continentali.

In valore assoluto la spesa per R&S intra-muros dell’insieme dei settori esecutori (imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università) ammonta a 22,2 miliardi di euro, di cui 12,9 miliardi sono spesi dalle imprese e 2,9 dal settore pubblico.

Il 2015 è stato, quindi, un anno positivo per il sistema della Ricerca italiana, ma le previsioni sull’andamento delle spese per ricerca nel 2016 indicano una diminuzione della spesa (-3,2% in termini reali rispetto al 2015). Anche per il 2017 le previsioni segnalano un’ulteriore diminuzione della spesa delle nostre imprese (-2,2% sul 2016).

Secondo le analisi di AIRI, l’affidamento all’esterno della R&S vale circa 2,5 miliardi di euro e rappresenta il 19% dell’attività di ricerca svolta all’interno delle imprese.

L’outsourcing della R&S verso imprese non appartenenti allo stesso gruppo rappresenta il 51% del totale extra-muros. I soggetti che ricevono dall’esterno maggiori attività di ricerca e sviluppo appartengono ai settori del manifatturiero: fabbricazione di autoveicoli e rimorchi (715 milioni di euro) e all’industria chimica e farmaceutica (circa 300 milioni di euro).

Ma, oltre alla attività diretta di R&S delle istituzioni pubbliche, quanto è lo stimolo del Governo centrale a favore di ricerca e innovazione?

La Relazione sugli interventi di sostegno alle imprese per il 2017 elaborato dal Ministero dello sviluppo economico riporta che, sulle risorse nazionali complessive del 2016, le agevolazioni concesse per la Ricerca, Sviluppo e Innovazione (R&S&I) rappresentano quasi il 30%, e sono pari a 586 milioni di euro.

Nel triennio 2014-2016 l’ammontare delle agevolazioni concesse alle imprese per sostenere attività di R&S&I è stato di circa 1,8 miliardi di euro, in diminuzione del 10% rispetto al triennio 2011-2013 e addirittura del 65% rispetto al triennio 2008-2010.

Nonostante questi dati, negli ultimi anni non è diminuito il sostegno pubblico a favore della ricerca. Si è, in realtà, assistito, su input del Governo, al forte declino al ricorso di incentivi a bando, a favore di agevolazioni automatiche di natura fiscale, che non sono monitorate nella relazione del Ministero dello sviluppo economico.

In particolare, la legge di Stabilità 2015 ha introdotto un credito di imposta per le spese in R&S a valere per l’arco temporale 2015-2019. Il credito è computato attraverso una percentuale fissata dalla legge e applicata agli incrementi di spesa in R&S rispetto alla media delle spese effettuate negli anni 2012-2014.

Sulla base delle simulazioni Istat, sono circa 8 mila le imprese potenzialmente beneficiarie del credito di imposta per R&S; la percentuale dei potenziali beneficiari è considerevolmente maggiore per le imprese medie e grandi.

Il beneficio si concentra per quasi due terzi nel settore manifatturiero, soprattutto nei segmenti a medio-alta intensità tecnologica, e per un quarto tra le imprese degli altri servizi, in particolare quelle ad alta intensità di conoscenza.

L’agevolazione, commisurata alla dimensione dell’impresa, privilegia dunque in modo particolare le imprese dei servizi tecnologici di mercato a più alta intensità di conoscenza.

All’interno del settore manifatturiero, un peso rilevante in termini di beneficiari e ammontare del beneficio assume il comparto della fabbricazione di macchinari e apparecchiature, che raccoglie il 16% del beneficio complessivo. Le imprese di produzione di software e consulenza informatica raccolgono il 14% del beneficio.

Malgrado l’impegno del Governo (testimoniato non soltanto dal credito d’imposta ma dall’intero Piano Impresa 4.0), al quale si sommano le risorse delle Regioni (che hanno concesso complessivamente 1,1 miliardi di euro nel solo 2016), le spese delle aziende in innovazioni di prodotto e/o di processo ancora non decollano, confermando l’annosa questione del ritardo dell’Italia negli investimenti per la ricerca. Le prime evidenze non sono positive, ma forse è ancora presto per capire se le politiche pubbliche, che negli ultimi anni hanno mostrato grande attenzione al problema sposteranno davvero gli equilibri.

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