Squid Game, il sadismo coreano spiegato bene: una guida per capire la serie - Agenda Digitale

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Squid Game, il sadismo coreano spiegato bene: una guida per capire la serie

Capire il contesto in cui Squid Games si sviluppa è necessario per non restare sguarniti di fronte all’ondata coreana che sta raggiungendo l’Occidente. È importante dare ai ragazzi la giusta chiave critica con cui avvicinarsi alla serie del momento e per farlo dobbiamo conoscere la sovrastruttura coreana

27 Ott 2021
Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo, docente di Filosofia e Storia

Impossibile capire la serie tv Squid Game senza conoscere le basi della cultura coreana.

I video musicali K-pop condivisi in massa per boicottare QAnon e i comizi di Trump, la beauty routine coreana raccomandata da tutte le influencer da un paio di anni, l’ideale di bellezza della Tigre asiatica incorporato nei filtri delle nostre app, la tendenza a concepire i videogame come stili di vita collettivi e gli eSport sulla via del mainstream.

Ancora, l’Oscar per Parasite, Netflix e la sua decisione di investire in Corea del Sud, lanciando circa 80 prodotti cinematografici, tra cui il popolarissimo Squid Game. A tal proposito, in pochi giorni questa Serie Tv è diventata la più seguita di sempre su Netflix, battendo ogni record, anche senza doppiaggio. In questo articolo comprenderemo più a fondo il “gioco del calamaro”, leggendovi in filigrana i caratteri della società Sud Coreana e i motivi per cui l’Occidente sembra colpito da un’eccezionale frenesia per la K-Culture, altrimenti detta “hallyu”.

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Squid Game: la storia e il contesto in cui si sviluppa

È ormai da un po’ di tempo che discorsi e meme su Squid Game riempiono la bacheca dei nostri social network. Ormai è impossibile non aver sentito parlare di questa popolarissima serie tv prodotta da Netflix, tanto che si può dire sia già entrata tra i classici, parte della cultura pop.

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In breve, per chi ancora non conoscesse il tema di questo korean drama, tratta la storia di un gruppo di disperati, soffocati dai debiti, a cui viene offerta la possibilità di partecipare a una serie di sfide aventi in palio un montepremi che li riabiliterebbe nella società. Le competizioni riguardano vari giochi dell’infanzia come “uno-due-tre stella”. Il tutto si colloca a metà strada tra Giochisenza Frontiere e Fall Guys, il noto videogame ispirato a “Mai dire Banzai”.

I 455 vengono costantemente monitorati da misteriosi uomini mascherati e da un Front Man che sovrintende il tutto. I disperati ovviamente accettano la sfida, salvo che al primo livello si rendono conto che i perdenti non vengono semplicemente espulsi, ma perdono direttamente la vita. Questo inconveniente non ferma i partecipanti, che anzi, si spingono sempre più a fondo nella sfida, stringendo alleanze all’interno di questo “videogame fin troppo reale”. Sì, perché se vivessimo davvero in un video gioco, se davvero ci sfidassimo in un platform, muovendoci tra i suoi piccoli innocenti puzzle, in realtà perdere sarebbe tutt’altro che innocuo. La conseguenza sarebbe splatter e definitiva, dal momento in cui, a differenza di Super Mario e delle caramelle gommose di Fall Guys, avremmo l’inconveniente di essere morali. Insomma, Squid Game strizza l’occhio al bellissimo racconto di Stephen King: “L’uomo in fuga”. Un futuro distopico dove i poveri per sopravvivere socialmente devono partecipare a sfide e reality sadici. La differenza rispetto al testo del “Re” è proprio il contesto culturale in cui si sviluppa.

Perché il sadismo?

Del resto i videogame, fiabe contemporanee, recuperano quella violenza epurata dalle storie della tradizione. L’ostacolo è necessaria controparte alla libertà, non è possibile provare alcuna esperienza di vittoria senza sentirne merito. Per lo stesso motivo l’Io creava il Non-Io: gli sembrava di non essere vivo, libero e morale senza un ostacolo che si opponesse al suo Essere. Allo stesso modo non avrebbe avuto senso un banale aiuto sociale, un “reddito di cittadinanza”, senza prove per guadagnarsi il premio.

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Ci si chiede perché il sadismo? Giochi senza Frontiere e le Olimpiadi sublimavano l’aggressività della guerra nello sport o in competizioni leggere, con il fine di sfogare quel Thanatos tra Nazioni e costruire un’identità europea che fosse, appunto, senza frontiere. Squid Game non propone la sublimazione della violenza, intende piuttosto raccontare la realtà, in chiave allegorica, certo, ma senza perdere di crudezza se la società da narrare è altrettanto dura. In Corea esiste una grande disparità tra individui. Alcuni tratti culturali portano inoltre a ignorare gli ultimi, ritenendoli colpevoli del loro insuccesso. Spesso gli individui sono letteralmente posti sul filo della morte. Non è un caso che nella Tigre asiatica si registri il più alto numero di suicidi. Anche lo stress è un segno positivo, un valore: significa che ci si sta impegnando per la prosperità, propria e del gruppo. Ecco, dunque, che perdere in Squid Game rimanda alla dura metafora della sopravvivenza sociale in Corea, similitudine che non potrebbe essere addolcita.

Fiabe, realtà e censura

C’è da dire che le fiabe sono sempre servite per raccontare la verità, preparando i bambini ai pericoli di entrare in un bosco. Non venivano fatti sconti. Oggi la solita tendenza a edulcorare le storie interviene bloccando Squid Game ai minori di 14 anni, quando forse sarebbero loro i destinatari principali della serie, come per ogni fiaba. Certamente sarebbe bene che genitori e insegnanti traducessero loro gli episodi in modo critico, al fine di permettere ai ragazzi di estrapolare dalla diegetica l’ipotesto e la finalità sociale.

La censura resta un rimedio che rischia di provocare solo effetti contrari e quindi curiosità nei confronti del proibito e conseguente sfida delle regole. Il blocco (inutile, perché online è facile raggiungere comunque la serie attraverso altri canali e mezzi) porterebbe i giovani a guardare le puntate con una finalità altra rispetto alla critica sociale su cui sono state costruite. Sarebbero già da subito portati a cercare il proibito Squid Game con il frame interpretativo della ribellione. Imitare i giochi mortali, allora, è un suggerimento offerto dalla censura stessa. I preadolescenti, sempre alla ricerca di riti di passaggio di cui ormai la società liquida è priva e così cercano Squid Game, vivendo il superamento del blocco imposto come prima ritualità attraverso cui testare il coraggio ed eventualmente saggiare il possibile pericolo che gli adulti paventavano dalla serie.

Il significato di un film o di una qualunque opera d’arte non sarà mai universale, all’opposto risulterà sempre da un insieme eterogeneo di elementi in grado di trasformare quel senso in un “oggetto” incommensurabile nel tempo e nello spazio in cui si colloca. Ecco, quindi, che bloccare una serie tv “per paura che venga imitata” può generare profezie che si auto-adempiono, perché il blocco potrebbe dare ai ragazzi una chiave di lettura che altrimenti non avrebbero avuto: “questa serie è pericolosa, perché è imitabile, allora imitiamola”.

Cosa c’è in Squid Game della K Culture?

La cultura coreana può essere sintetizzata in tre termini, Han (o Hahn), Chaemyoun e Confucianesimo. Attraverso una loro disamina possiamo comprendere le divisioni sociali che la serie Netflix racconta nella storia.

Han

Il primo termine, Han, indica la rabbia coreana, un sentimento collettivo di frustrazione e collera, posto a fondamento della loro idea di Nazione. Le persone vivono un sentimento nazionale molto forte, che, mischiato alla straordinaria omogeneità etnica, si converte spesso in razzismo. Han è un vero e proprio stato emotivo composito che secondo gli antropologi rappresenta un unicum culturale tra le Tigri dell’Asia. Per questa ragione risulta difficile tradurlo nelle altre lingue e per gli altri popoli, se non specificando, tramite perifrasi, origini ed effetti che questo risentimento rabbioso produce. La Corea ha una lunga storia di incertezze e invasioni. È stata il target di tutti i popoli vicini (e lontani) che hanno finito per trasformarla in un insieme diffidente e altamente competitivo, proprio perché desideroso di riscatto. I coreani sono molto esigenti, ognuno vive il dovere di realizzare obiettivi socialmente ritenuti motivo di orgoglio, a perfezionismo crescente. Chi non riuscisse a concretizzare questi desideri, oltre a sentirsi pervaso dallo Han (in modo forse non troppo lontano dalla vergogna occidentale che risulta da un ideale di perfezione tradito) perderebbe la faccia. Ed ecco che arriviamo al secondo termine: Chaemyoun.

Chaemyoun

I Coreani pensano al viso come un’interfaccia essenziale tra vissuto e mondo, tale che, se opportunamente costruita e controllata, può definire (e ridefinire) la propria influenza e il proprio onore. Un Facial Emotion Recognition universale sarebbe improponibile in Sud Corea dove la cultura insegna a reprimere la mimica facciale associata a certi stati interni negativi. Non solo, se il viso assume una valenza sociale così importante, imporre nell’Oriente sistemi biometrici che monitorano e identificano i tratti della faccia potrebbe avere ripercussioni morali, e quindi sociali deleterie, andando a incentivare la tendenza coreana a creare divisioni basate sull’apparenza, sul Chaemyoun. Un po’ come quando le caste furono messe per iscritto. Il censimento impedì la deviazione e l’appartenenza a una casta diventò davvero irremovibile, perché controllabile pubblicamente attraverso documenti, non più negabili da un’oralità che al contrario può prevedere vuoti mnestici. Anche durante la Rivoluzione francese furono distrutti gli archivi nobiliari: non doveva rimanere traccia scritta del ceto.

In questo caso un’IA funzionerebbe da base oggettiva, una misura per il social scoring. Tale sistema a punti è al centro dei dibattiti etici in tutto il mondo, ma a osservarlo più a fondo si basa su una stima attuata già da secoli in Corea e negli altri contesti dell’Estremo Oriente. La differenza è che fino ad ora si trattava di un giudizio solo qualitativo, e quindi soggettivo. Quello sul viso era, insomma, un verdetto malleabile. Al contrario, la forbice sociale, se gestita attraverso un sistema automatizzato, diventerebbe incancellabile e innegabile e la costruzione della propria faccia, per essere riammessi o per mascherare fallimenti, diventerebbe impossibile sotto l’occhio vigile dell’intelligenza artificiale.

Ecco perché in Oriente è applicato più frequentemente il FER che nella nostra cultura: perché secondo il loro modo di pensare la faccia è una chiave di lettura necessaria e sufficiente dell’identità. Un elemento della cognizione che, però, è già parte della “res cogitans”, mentre per noi resta un segno esterno che potrebbe, sotto certe condizioni, rivelare qualcosa di ciò che accade nella black box, la quale tuttavia resterà sempre un mistero insondabile.

La questione del Chaemyoun ci chiarisce ancora una volta perché il FER non sarebbe da applicare cross-culturalmente: perché non tutti esibiamo in maniera uniforme le emozioni. Il concetto di “provare uno stato emotivo” incorpora regole sociali, esperienze, attività molto differenti. Un’educazione allo stoicismo asiatico e all’imperturbabilità mimica finirebbe per non identificare l’emozione ma solo secondo il nostro significato di stato affettivo. Invece, secondo la cultura coreana, se il sistema identificasse l’emozione costruita, non sarebbe un caso di malfunzionamento. Anzi, avrebbe riconosciuto il corretto senso del loro “provare un’emozione”, la loro Chaemyoun.

Ecco, poi, perché è così frequente la chirurgia estetica e perché avere un certo aspetto è un requisito richiesto dai recruiter: ne va delle proprie competenze. Solo chi lavora e soffre per una faccia socialmente adeguata è una persona rispettabile, un individuo che sa resistere allo stress e quindi alla competizione del mercato del lavoro. Non è superficialità questo tipo di corsa a essere belli, ma il segno che si hanno le giuste competenze per restare a galla (o per volerci tornare).

Confucianesimo

Infine, l’ultimo termine è Confucianesimo. Si tratta dell’acculturazione su cui Cina, Corea, Singapore si sono plasmati. Il Confucianesimo basa la propria etica sulle relazioni e sulla gerarchia asimmetrica che riguarda ogni rapporto. Ciascuno ha un proprio posto nella società e ciascuno è obbligato a rispettare il suo ruolo. Il superiore deve mostrare benevolenza verso l’inferiore, certamente, ma l’asimmetria è un fatto naturale, che non deve essere compensato da una giustizia redistribuiva da parte dello Stato. Il welfare ha senso solo se si parte da un’idea di individui uguali per nascita, per i quali le disuguaglianze dipenderebbero solo da circostanze di cui non si ha responsabilità. Ecco che lo Stato risponde con il liberismo ma anche con un intervento correttivo tale da concedere a tutti quanti gli stessi mezzi per competere da uguali e la garanzia di avere garantiti i servizi essenziali e una mutua assistenza. In Corea il risentimento per gli insuccessi, il valore dato a un’apparenza onorevole costruita senza badare a sconti, la visione gerarchica e asimmetrica della società trasformano le persone in soggetti punitivi nei confronti dei perdenti, sia quando sono altri rispetto a loro sia quando sono loro stessi. Da questo si capisce come mai non è strano che i 455 continuino a giocare nonostante la pena per l’eliminazione dal gioco sia così estrema: è il “con questo o sopra questo” dei lacedemoni.

Il Capitalismo coreano, allora, non sarebbe il risultato del calvinismo come vorrebbe Weber per la nostra realtà, bensì deriverebbe da una tendenza a competere per avere riscatto sulle potenze vicine, per dimostrare finalmente la superiorità economica. Nei secoli è maturato un profondo senso di inferiorità che i coreani cercano di risolvere con una sorta di volontà di potenza adleriana.

Han, Chaemyoun e Confucio spiegano bene l’inquadratura di Squid Game e il sadismo nei confronti propri e altrui raccontato dalla serie. Nella realtà quotidiana i coreani sfidano davvero la morte, Netflix non fa altro che creare uno storytelling intorno a una reale situazione ai limiti. Chi resta a galla lo fa a prezzo della vita e chi soccombe né otterrà aiuti sociali né comunque li potrebbe mai accettare con gratuità. La gerarchia è un qualcosa di cui si ha merito e responsabilità. Ecco perché i 455 non faranno sconti con nessuno per ottenere la vittoria, la quale in effetti non è un semplice premio, ma la dimostrazione di averlo meritato.

Non è un caso che ci siano soggetti mascherati a guidare il tutto. Oltre a dare quel quid di mistero, che rende la serie più enigmatica, l’assenza di connotati ci riporta al senso di Chaemyoun. Il Master è chiunque e nessuno: dietro non c’è una decisione individuale, un nome e cognome che struttura la competizione. A guidare Squid Game, come per il corso degli eventi, c’è una specie di Mano Invisibile necessaria e quindi come tale anche il Front Man deve restare invisibile ma necessario.

Conclusioni

Insomma, attraverso questa breve guida antropologica si può capire come Squid Game debba essere inquadrata. Capire il contesto è necessario per non restare sguarniti di fronte all’ondata coreana che sta raggiungendo l’Occidente.

È importante dare ai ragazzi la giusta chiave critica con cui interfacciarsi alla serie tv e per farlo dobbiamo in prima istanza noi conoscere la sovrastruttura coreana, così da collocare Squid Game in modo appropriato nella tessitura sociale di significati, senza farsi prendere da terrori ingiustificati e censure apparentemente facili.

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