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Istruzione

Sugata Mitra: “nella Scuola digitale l’insegnante non è più al centro”

di Federico Guerrini

16 Lug 2015

16 luglio 2015

Dall’Hole in the Wall all’ultimo esperimento di “School in the cloud” lo studioso indiano capovolge i consueti schemi di apprendimento. L’abbiamo intervistato a Budapest

BUDAPEST – Intervistare Sugata Mitra non è facile. Spesso le risposte alle domande arrivano in tono scherzoso, e non è facile capire se si tratta di un modo brillante per far emergere una verità nascosta, o al contrario, una maniera altrettanto ingegnosa di eludere la questione. Personaggio controverso, Mitra.

Dalla vittoria alla conferenza TED del 2013, quando si è portato a casa un milione di dollari per sviluppare le proprie idee innovative sull’istruzione, molti lo considerano un genio, e altrettanti un ciarlatano. Il motivo è presto detto: l’approccio dello studioso indiano prevede una fortissima limitazione del ruolo degli insegnanti, a favore di forme auto-apprendimento guidato. Il che ovviamente, lascia perplessi non solo i docenti, ma anche i genitori degli alunni.

Sarebbe però sbagliato, e molto limitativo liquidare sbrigativamente il personaggio e le sue idee. Non solo perché Mitra, al momento in forza all’Università di Newcastle, è tutt’altro che uno sprovveduto: il suo curriculum è variegato e di tutto rispetto e spazia dallo studio dell’orbita delle molecole a quello dell’Alzheimer. Anche le sue sperimentazioni per un’istruzione fai-da-te hanno dato risultati in parte incoraggianti.

Una delle più famose, riguarda il progetto Hole-in-the-Wall (sì, è bravo anche a scegliere nomi suggestivi), che ha ispirato in parte il film Slumdog Millionaire. Consiste in delle stazioni di auto-apprendimento – in pratica dei computer il cui schermo è incassato nel muro e la cui tastiera è a disposizione dei ragazzi per fare ricerche, scrivere testi o navigare su Internet – disseminate in numerosi villaggi indiani, della Cambogia, e in alcuni paesi africani, Questi “chioschi” sono fatti di materiale ultraresistente, a prova di vandali e di condizioni atmosferiche avverse. La stessa incassatura nel muro fornisce un primo livello di protezione.

Avere la possibilità di auto-gestirsi, sembra incidere positivamente sul grado di apprendimento dei più giovani che, liberi o quasi da costrizioni (un adulto fissa comunque delle linee guida e dei “compiti” da eseguire) sembrano progredire maggiormente. Da qui all’idea dei Self Organizing Learning Environments (SOLEs), il passo è breve. L’assunto di fondo, banalizzando un po’, è che esista una sorta di “intelligenza collettiva”, che è difficile da misurare e percepire, ma si manifesta nel modo in cui dei gruppi riescono a organizzarsi, con poco o nessun aiuto esterno, per raggiungere un obiettivo prefissato. Un po’ come avviene per la api e le formiche.

Prova a spiegarlo, all’inizio del suo intervento a Budapest, con un esempio concreto. Invita il pubblico a battere le mani all’uniscono. Dopo qualche esitazione, la gente si accoda, entra in sintonia e comincia a battere sempre più forte, sempre più convinta. Non è esattamente una dimostrazione “scientifica”, ma è di sicuro suggestiva. Applicare il concetto dei SOLEs all’insegnamento, vuol dire lasciare più o meno liberi i ragazzi di studiare, ma con la supervisione esterna di una “granny”, una “nonnina”, digitale che interviene via Skype.

Ma cosa vorrebbe esattamente Mitra: sbarazzarsi o quasi, di tutti gli insegnanti, oppure mescolare il vecchio sistema di apprendimento con un approccio più moderno?  “Sarebbe bello riuscire a mescolare i due sistemi – mi dice – ci sono dei docenti che stanno cercando di farlo, al momento non è molto chiaro se sia possibile, . Il vero problema, che blocca tutto, è quello degli esami, che sono l’opposto di SOLEs”. Probabilmente perché l’esame prevede che l’alunno abbia seguito un percorso strutturato, come avviene finora, e non anarchico come piacerebbe al ricercatore.

Un altro punto critico, e per alcuni dolente, è come far sì che le persone che devono supervisionare i ragazzi, le “granny” abbiano le qualità pedagogiche necessarie. Chi li seleziona? Su quali basi? Anche qui, secondo Mitra, la soluzione parrebbe essere nell’auto-organizzazione. “Il problema si sta praticamente risolvendo da solo – afferma – era una cosa che mi preoccupava, ma ho visto che i primi “supervisori”, si sono autogestiti e hanno messo in piedi una procedura per selezionare i nuovi entrati. Una volta fatta la domanda, questi ultimi devono mandare un video di presentazione, poi c’è un colloquio e poi una prima sessione di supervisione di prova, in cui la granny viene a sua volta monitorata per vedre come si comporta, dopo di che, se è in grado, può iniziare a lavorare da solo”.

Un dubbio ricorrente: se non c’è un insegnante, chi si assicura che nessuno resti indietro? Che  non soltanto i più intelligenti spicchino?
“Conosco quest’obiezione – risponde lui – e ha una doppia risposta, la prima, è che non è una domanda molto buona…perché anche quando insegni a una classe di 25 persone nel modo tradizionale, non è che tutti vanno allo stesso livello; la seconda è che in una classe normale, chi va male in una materia, spesso va male in tutte, perché l’insegnante lo valuta per i suoi punti deboli, lo classifica. Nel SOLE non c’è niente di tutto questo”.

Al momento Mitra ha attivato sette laboratori di “School in the cloud” o ambienti di auto-apprendimento, in India e UK. La principale difficoltà, dice, è l’ostilità dei genitori, che non capiscono l’utilità del progetto. “Specie nelel comunità più povere – racconta – dicono: come è possibile che funzioni, ci vuole un insegnante che coordini tutto”. Un altro problema è che chi parla bene inglese è naturalmente avantaggiato rispetto agli altri.

Ancora fra il serio e il faceto, aggiunge però che il vero problema, a suo dire, è più di natura tecnologica. “Pensavo che fosse più di natura educativa- dice – invece la difficoltà più grossa è mantenere la connessione a Internet”. Pensando forse di fare una domanda intelligente, gli chiedo a mo di conclusione se la sua tecnica di auto-apprendimento abbia qualcosa a che fare con la “jugaad“, l’arte indiana di arrangiarsi e creare soluzioni innovative con poco a disposizione. Mi guarda che con qualcosa che assomiglia pericolosamente al compatimento.

Poi sorride: “non penso che c’entri – dice – ma forse una relazione con la cultura indiana c’è. Il mio nome, Sugata, è anche uno dei nomi del Buddha e significa, colui che ha trovato la giusta via”.

 

 

 

 

 

  • Attilio A. Romita

    In tempi non recentissimi andava di moda la autogestione ed il 6 politico per saltare i vincoli della burocrazia. Con il tempo ci si è accorti che era un meccanismo che poteva indicare strade nuove, ma che non poteva essere applicato semplicisticamente perchè creava persone libere incapaci di portare avanti una vita produttiva.
    Il metodo Sugata Mitra, se ho capito bene, sposta addirittura il criteri dell’autogestione al singolo …mia nonna direbbe “datti da fare che chi fa da se fa per tre”.
    E’ vero che gli strumenti informativi a disposizione sono moltissimi e ce la rete li rende facilmente accessibili, ma il tempo per apprendere per l’essere umano è breve, meno di 20 anni, e poi le persone devono diventare produttive.
    Faccio i migliori auguri al prof. Sugara Mitra e mi auguro che …pochi seguano le sue teorie!

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