TikTok, una nuova opportunità comunicativa? Un approccio costruttivo per capirne di più | Agenda Digitale

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TikTok, una nuova opportunità comunicativa? Un approccio costruttivo per capirne di più

TikTok è l’apoteosi social di uno degli strumenti di apprendimento più potenti: l’imitazione. Il rispecchiamento favorisce l’empatia, sia nella sua componente cognitiva, che emotiva. Perché allora se ne parla quasi solo con toni allarmistici?

12 Mag 2021
Francesco Bocci

Psicologo, Psicoterapeuta ad orientamento Adleriano, esperto in psicologia dei videogiochi

Mi ha molto sorpreso la valutazione negativa su TikTok, uno dei social più utilizzato dagli adolescenti: la dice lunga rispetto ai pregiudizi che abbiamo sulle nuove generazioni, che spesso riteniamo acritiche e passive. Probabilmente la fatica di comprenderne i codici e i meccanismi da parte di chi ha più di 20 anni impedisce di adottare un approccio costruttivo anziché allarmista. Perciò ho deciso di capirne di più, chiedendo il punto di vista di alcuni ragazzi più giovani e “sul pezzo” per farmene un’idea.

Digital Emotion Regulation: gli effetti positivi dei social network

TikTok for dummies

Apprendo, così, che TikTok è un social che mostra video brevissimi in cui altri cantano, ballano, recitano, e con cui si interagisce imitandoli. Esempio: un tiktoker (influencer di TikTok) lancia un trend o una challenge (video virali) in cui balla e canta su un pezzo famoso. Si può decidere di creare un video in cui riprodurre i suoi passi sullo stesso pezzo e/o cantare in lip sync (tipo playback). Mi spiegano che inizialmente era prevista solo questa modalità di utilizzo, e che oggi invece viene usato anche per monologhi, video divertenti, messaggi impegnati di tolleranza, pace, benessere, denuncia, stile spot pubblicitari.

La cosa che mi sorprende di più è che quasi tutti sembrano vergognarsi di usare questa “app” (non la definiscono mai social), perché ritenuta soprattutto un passatempo da quarantena, secondo alcuni addirittura “diseducativa”, perché “senza scopo”, “piena di gente senza talento”; altri ancora hanno scelto di non usarla perché “gli amici postano video continuamente, ma a una festa in carne e ossa non hanno il coraggio di ballare”.  Ne fanno un uso principalmente passivo, evitano di caricare video sul proprio profilo, anche se magari ne salvano una bozza. Ci stanno sopra 1 o due ore al giorno, spesso per noia o per interessarsi a quello che fanno gli altri; qualcuno sostiene che alcuni video su TikTok portano a riflessioni serie e per nulla infantili.

Quasi nessuno ha ricevuto minacce, insulti o avance, ma la maggior parte dichiara di aver assistito qualche volta a fenomeni di cyberbullismo. Tant’è vero che alla domanda: “cosa secondo te si potrebbe migliorare in TikTok?” gli intervistati rispondono chiedendo più controlli sui commenti, più privacy, più contenuti, anche educativi, meno “commenti tossici”, meno giudizi, blocco della app dopo un tot ore di utilizzo. E chi non usa la app? Esiste una ragione particolare?

Ad alcuni, molto semplicemente, non interessa; altri non possono per via dei genitori; altri ancora non apprezzano i contenuti, una piccola parte non vuole usarla perché si vergogna a fare video. Per alcuni crea dipendenza, per altri è solo un modo per cercare attenzioni o per ammazzare la noia o per interessarsi a quello che fanno gli altri.

Ogni generazione ha i suoi social

Per i teenagers più grandi, TikTok è una app da piccoli, perché “ogni generazione ha il suo social” e per quelle più vicino ai venti, Instagram regna. Ci sono anche mamme e papà che decidono di usare TikTok insieme ai figli piccoli, per tirare fuori anche il lato più divertente e leggero della propria personalità, che spesso si fatica a mostrare in pubblico.

Il primo libro pubblicato in Italia su questo social è di un’esperta di marketing, Ilaria Barbotti, che nel suo testo “TikTok Marketing” approfondisce gli aspetti più tecnici di TikTok, strettamente pertinenti al social media managing, dato che probabilmente TikTok diventerà l’app del futuro. Dal punto di vista psico-socio-educativo, invece, manca un approfondimento strutturato. Gli esperti del settore, per il momento, intervengono solo in concomitanza di eventi tragici riguardanti questo social: si pensi alla blackout challenge dello scorso gennaio, in cui bisognava stringersi una corda attorno al collo resistendo fino a un istante prima del soffocamento, che ha portato alla morte di una giovanissima palermitana, o ancora alla skullbreaker challenge, in cui veniva lanciata una sfida tra ragazzini a chi faceva lo sgambetto più inaspettato all’altro. In tali occasioni i principali canali di comunicazione sono stati invasi da psicologi, educatori, pedagogisti che con toni allarmistici mettevano in guardia i genitori da questa app. Sebbene la preoccupazione sia condivisibile, poiché come per tutti gli strumenti social nelle mani di bambini e adolescenti è fondamentale che venga data un’educazione all’uso, perché non esistono altri linguaggi con cui parlare di TikTok?

TikTok, l’apoteosi social dell’imitazione

In realtà, a dispetto dei giudizi dei suoi stessi utenti, TikTok è l’apoteosi social di uno degli strumenti di apprendimento più potenti: l’imitazione. Probabilmente l’imitazione è un processo talmente basilare che non viene reputato educativo. Eppure, negli ultimi decenni i neuroni specchio sono stati oggetto di numerosi approfondimenti anche in questo settore. Il rispecchiamento infatti favorisce l’empatia, sia nella sua componente cognitiva, che emotiva. Non è un caso che i teenagers nella fascia 14-16 anni utilizzino Tik Tok come strumento privilegiato per parlare apertamente di qualsiasi cosa, dalla propria sessualità ai problemi in famiglia.

Ciò che è certo è che TikTok ha già iniziato a influenzare il modo in cui comunichiamo (pensiamoad alcune pubblicità natalizie, per esempio). Sottovalutarne o trascurarne la portata sarebbe estremamente irresponsabile da parte di tutti – si pensi alla lotta di Trump contro TikTok e WeChat negli USA.

Al contrario, anziché continuare ad additare questo e altri social “più giovani” come inutili e diseducativi, dovremmo seriamente prendere in considerazione il divertimento che ne scaturisce, cercare di capire perché soprattutto le nuove generazioni lo usano – a quali bisogni risponde? – e percorrere nuove possibilità comunicative, anche in un’ottica di prevenzione contro il cyberbullismo, il body shaming e più in generale contro l’odio e la discriminazione.

Bibliografia

Tonioni F. (2014). Cyberbullismo. Come aiutare le vittime e i persecutori, Mondadori.

Barbotti I. (2020). TikTok Marketing. Video virali e hashtag challenge: come fare business con la Generazione Z, Hoepli.

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