Recovery Plan e Next Generation Europe

Transizione verde e digitale per una nuova democrazia post-covid: la Ue sulla buona strada

La crisi pandemica e la significativa risposta delle istituzioni europee possono aprire una nuova fase della democrazia, se si sapranno cogliere le potenzialità delle traiettorie di trasformazione dei sistemi socioeconomici e al tempo stesso sviluppare disegni strategici e valori commisurati all’altezza delle sfide

07 Ago 2020
Fabio Giovagnoli

Laboratorio di Economia dell’Innovazione (L.E.I. “Keith Pavitt”), PIN-UNIFI

Mauro Lombardi

BABEL - Blockchain and Artificial intelligence for Business, Economics and Law

Photo by Morning Brew on Unsplash

Passata la fase più acuta della crisi sanitaria generata dal Covid-19, e di fronte al fatto che la prospettiva di un lungo periodo di incertezza e stagnazione sta comprimendo le aspettative di ripresa economica e di sicurezza sociale l’Unione Europea sta intervenendo con piani di rilancio di portata storica sia per l’entità delle risorse impiegate che per la visione a cui sono ispirate.

Il “Next Generation Europe”, componente fondamentale dello EU Budget Powering- Recovery Plan for Europe, (27-5-2020), i precedenti interventi della BEI, che la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen propone di trasformare parzialmente in “Europe’s Climate Bank, della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea (piano “Shure”) rilanciano sul piano storico una linea di intervento pubblico che avrà conseguenze sulla crescita economica e sui modelli di relazione fra società civile, istituzioni pubbliche e sistema delle imprese.

I risultati di questa nuova prospettiva sicuramente dovranno essere valutati concretamente nelle azioni specifiche che le istituzioni europee, nazionali e regionali saranno in grado di sostenere, ma non va minimizzata la portata della svolta, sia in termini di risorse, sia negli obiettivi strategici rivolti soprattutto alla crescita sostenibile e alla riduzione della disuguaglianza.

Lo scenario post-covid

La fase più acuta della crisi sanitaria, che ha pesantemente condizionato l’evoluzione del nostro Paese nei primi mesi del 2020, sembra progressivamente attenuarsi, mentre in altri Paesi europei emergono segnali preoccupanti di ripresa. Come ha autorevolmente affermato Anthony Fauci, esperto del team scientifico del Presidente Usa Donald Trump, è molto probabile che il virus sarà ancora presente in tutto il mondo per un periodo imprecisato, perché molto dipenderà dalle strategie e dai nostri comportamenti.

L’emergenza sanitaria ha inciso drammaticamente sugli assetti economici, sociali, istituzionali e culturali di tutto il Pianeta Terra, a cui si aggiunge il fatto che la prospettiva di un lungo periodo di incertezza e stagnazione sta comprimendo le aspettative di ripresa economica e di sicurezza sociale. Siamo quindi in presenza di crisi sanitaria grave, che si aggiunge ad una crisi climatica ed economico-finanziaria.

In un quadro così complesso e problematico sarebbe fonte di tragici errori l’idea che basti ripristinare comportamenti adottati finora per “riavvolgere il nastro” di un processo di crescita e di stabilità. In pochi mesi sono state abbattute barriere comportamentali e ideologiche, accettate come veri e propri dogmi fondamentali per le politiche economiche. Pensiamo sia al debito pubblico, considerato il vero vincolo all’espansione economica e quindi posto al centro di strategie di “austerità”, che hanno aggravato e non risolto i problemi, sia al processo di globalizzazione visto solo poco tempo fa come lo scenario più favorevole per la crescita dei paesi avanzati e di quelli non ancora sviluppati. In breve tempo convinzioni radicate e strumenti di politica economica sono oggetto di un profondo ripensamento, perché viviamo in tempi riconducibili a quanto profetizzava Bob Dylan qualche anno fa in “The times they are a-changin….. And admit that the waters Around you have grown And accept it that soon You’ll be drenched to the bone…”.

La recessione “geo-politica”

A fronte di uno scenario denso di incognite, incertezze radicali e rischi di varia natura e intensità, il mondo sta vivendo quella che il politologo americano Ian Bremmer ha definito “recessione geo-politica” (Bremmer I., We are in a Geopolitical Recession. That’s a Bad Time for the Global Coronavirus Crisis, Time, 15-3-2020), ad indicare l’assenza di leadership definite (“G-Zero world”, dopo i G7, G8, G20), nonostante –o forse proprio a causa di- un numero crescente di aspiranti potenze regionali nei vari continenti. Se a un sistema internazionale frammentato aggiungiamo “An abysmal failure of leadership” (Joseph Nye, Project Syndicate, 7-5-2020), che accomuna due grandi player come USA e Cina, oltre ad altre potenze regionali emergenti, si comprende come emerga un divario profondo ed esteso tra gli scenari di crisi molteplici e la capacità di elaborazione strategica a livello sistemico locale e globale.

Non è quindi casuale che la gamma delle risposte istituzionali agli eventi critici contenga elementi sfuocati o del tutto controproducenti in Paesi non marginali. USA, Regno Unito e Brasile stanno pagando un prezzo molto alto in termini di perdite di vite umane e risorse materiali, avendo inizialmente reagito con la riedizione di una sorta di malthusianesimo del terzo millennio, cioè la visione della crisi sanitaria pandemica come una opportunità per semplificare i rapporti sociali lasciando alla deriva le fasce più deboli, problematiche e costose della società. Dall’altra parte c’è il micro-universo diversificato dei Paesi che hanno cercato di contrastare l’aggressione pandemica richiamandosi a dottrine sociali e umanitarie (di natura religiosa, solidaristica, tradizione socialista), basandosi su un’embrionale consapevolezza che la crisi sanitaria pone l’esigenza di cambiare passo e il modello mentale liberista, che ha portato alla globalizzazione “senza regole” e alla crescita esagerata delle disuguaglianze tra Paesi e all’interno di ciascuno di essi.

Ormai tutti i maggiori centri di ricerca internazionali riconoscono che le asimmetrie socioeconomiche e informative stanno minando alla base uno degli elementi costitutivi delle società: la fiducia, senza la quale i sistemi sociali degradano in modo irreversibile. È emerso in modo prepotente anche un terzo approccio, quello cinese, fondato però su assunti autoritari e su un controllo e gestione centralizzati dei flussi informati, quindi con scarsi e non del tutto attendibili dati di fatto, per cui risulta difficile da considerare come un punto di riferimento per considerazioni attendibili. È nostro intento, per contro, concentrare l’attenzione sull’Unione Europea non per senso di appartenenza, bensì perché leggiamo in essa recenti segnali di una significativa metamorfosi, anche se è ovviamente prematuro cedere ad entusiasmi. Cerchiamo di argomentare questa tesi.

Una svolta per l’Europa?

Vi è stata una lunga e inesplicabile fase di incredibile stallo, durante il periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008, nel corso della quale ha dominato un mindset incentrato sul concetto di austerità, propugnata in base a schemi teorici molto differenti: da un lato l’idea del rigore nei conti pubblici, ispirata al cosiddetto “ordoliberalismo” di matrice tedesca e nordeuropea, dall’altro il concetto di “austerità espansiva”, di matrice liberista e pubblicizzata soprattutto da influenti economisti americani e italiani, salvo poi ricredersi di fronte agli effetti negativi e agli errori concettuali[1].

Con la presidenza Von der Leyen nel gennaio 2020 emerge in Europa una svolta nell’orizzonte generale e nelle priorità enunciate (Von der Leyen, Political Guideline for the Next European Commission. My Agenda for Europe¸1-2020):

  • transizione verso un pianeta privo di rischi per la salute e un nuovo mondo digitale.
  • Green Deal e rafforzamento della European way of life.
  • Elementi basilari di un modello europeo: salario minimo adeguato, schema unico europeo a sostegno della disoccupazione, interventi specifici per la disoccupazione giovanile.

Rinviamo ovviamente al documento indicato per altre e importanti indicazioni, ma non si può fare a meno di sottolineare la discontinuità rispetto al passato su due punti cruciali: la visione dell’Europa come un solo Paese, incentrato su determinate condizioni socioeconomiche di base, e l’orizzonte energetico-ambientale di medio-lungo periodo.

In febbraio è emersa la gravità crescente dell’evento pandemico, inatteso dai più anche se previsto, generando sconcerto e disorientamento in tutti i Paesi.

Nell’Europa -già alle prese con una serie di disomogeneità politico-culturali e asimmetrie tecno-economiche- sono insorte difficoltà e contraddizioni, ma ha preso progressivamente forma una sorta di exit strategy, che affronta le sfide odierne e le crisi congiunte (sanitaria, climatica ed economica) con un’impostazione strategica alternativa al liberismo e che, seppur tra resistenze e opposizioni, si basa su interventi consistenti e impegnativi di istituzioni e finanza pubblica. L’Unione Europea sta infatti intervenendo nella crisi, come abbiamo avuto modo di vedere, con piani di rilancio di portata storica sia per l’entità delle risorse impiegate che per la visione a cui sono ispirate.

Politiche europee (ed italiane) per il post-covid: opportunità e sfide

Gli aspetti indicati delineano opportunità mai viste nelle politiche europee, poste di fronte a sfide simultanee multilivello: tecnico-scientifiche, economiche, energetico-ambientali, politico-istituzionali. Non esiste una dimensione e una scala privilegiata di intervento, occorre agire simultaneamente a differenti livelli per dare nuove basi ad un’economia continentale indebolita dalla crisi finanziaria del 2008 e soggetta ai rischi elevati, indotti dalla crisi pandemica e da quella climatica. Le sfide sono molteplici, simultanee e per il nostro paese assumono i contorni di una “sfida epica”, date le arretratezze e i ritardi con cui prendiamo coscienza dei problemi sul tappeto, a cui si unisce un contesto politico-economico che certo non brilla per ampiezza e nitore strategico. La tesi di Joseph Nye circa gli esiti fallimentari delle leadership mondiale non è motivo di consolazione, deve invece essere uno stimolo per effettuare un salto qualitativo anche sul piano della governance dei processi trasformazione.

È quindi opportuno predisporsi in modo da affrontare i nuovi scenari sia a livello nazionale che internazionale. Il Governo italiano sta costruendo, non senza difficoltà e contraddizioni, un quadro strategico e programmatico da presentare alle istituzioni europee al fine di utilizzare le risorse decise con il Next Generation Plan (finanziata con l’emissione di bond) e il più comprensivo Recovery Plan, finanziato con mix di risorse.

Il primo banco di prova della capacità del nostro Paese, e dei sottosistemi economici che ne costituiscono i motori principali, di sviluppare progettazione strategica, mirata sulle sfide e sugli orientamenti generali, delineati a livello continentale. Le cospicue risorse finanziarie a cui i Paesi potranno attingere (siano esse a fondo perduto o basate su indebitamento) dovranno essere utilizzate per un rilancio solido e di lungo periodo delle nostre economie.

È dunque il momento di passare “dalla contrattazione” (sull’entità delle risorse) “alla progettazione” seria e sistematica degli interventi per una fase incerta e complessa di transizione verso sistemi tecnico-produttivi e socioeconomici differenti dal passato. In questo modo si potrà essere in posizioni di forza nella verifica della rispondenza tra progetti alle “raccomandazioni specifiche” per ciascun Paese (EUCO, 10/20, Conclusioni del Cosngilio Europeo, 21-7-2020).

Hic Rhodus, hic salta. Si tratta quindi di introdurre una discontinuità nel modus operandi e nella capacità di elaborazione strategica da parte di tutti gli operatori, pubblici e privati: non più azioni spot “finalizzate” a target elettorali (o qualcosa addirittura peggiore), bensì direttrici strategiche ed operative precise, orientate ad “accelerate the twin green and digital transitions” (Communication from the European Commission, Adjusted Commission Work Programme 2020, 27-5.)

Transizione energetico-ambientale e digitalizzazione dei processi tecno-economici si realizzano se vengono elaborati programmi razionali e realmente incisivi per ridurre il gap tecnologico, infrastrutturale, ambientale, formativo e sanitario dei Paesi europei e, quindi anche e soprattutto, del nostro. Il cambiamento di mindset, indicato all’inizio, vale in primo luogo per l’Italia, dove occorrono interventi che possano creare lavoro, decent work e soprattutto durevole, non improntato ad assistenza, se non per i ceti veramente deboli. La tendenza alla crescita della disuguaglianza si combatte, infatti, con il lavoro, le retribuzioni decenti e il rispetto dei diritti.

Occorre agire con intelligenza, tempestività, capacità adattativa rispetto agli eventi, e quindi con efficacia costantemente monitorata.

Le strategie e l’“ethos europeo” che servono adesso

A tale scopo sono necessarie azioni strategiche multi-livello, cioè orientate a principi e criteri metodologici innovativi anche a livello locale, senza attese messianiche di input centralizzati, bensì con lo sviluppo di autonoma propensione strategica. I livelli meso- (regionali, distretti, cluster) e micro (imprese) divengono anzi cruciali specie nelle aree economico-territoriali, dove la presenza di attività tecnico-produttive più tradizionali può con maggiore fatica fronteggiare processi di trasformazione nelle direzioni strategiche auspicate dalle sfide tecno-economiche e sanitarie globali.

In questi casi la generazione di spinte innovative endogene può essere meno forte, pertanto sarà necessario mobilitare secondo modalità collaborative nuove energie intellettuali e materiali verso un superamento di gap tecnico-manageriali e culturali, superando il rischio di recepimento passivo di flussi di risorse esterne.

Il successo delle nuove politiche, legate all’intervento europeo, dipende infatti molto dalla realizzabilità materiale, ma anche dalla predisposizione delle istanze di base di saper raccoglierle. Per usare una metafora impiegata nei manuali di economia, “occorre che il cavallo abbia acqua a disposizione, ma è anche necessario che abbia sete”. E questo non è sempre scontato nei nostri microsistemi.

La prospettiva di politica economica in ambito locale è dunque quella di sostenere gli attori della crescita e della società nel pensare ad una nuova fase di adattamento agli scenari, che la crisi sanitaria da una parte, e le prospettive offerte dall’Europa dall’altra, ci fanno intravedere. Dobbiamo aprire a livello locale il gioco delle nostre opportunità, non sulla base di ciò che siamo stati e abbiamo saputo fare, ma su ciò che si intravede all’orizzonte delle tendenze economiche generali, dei piani nazionali e, soprattutto, comunitari. Ciò implica un grande ripensamento sulle sfide e sugli strumenti necessari per raccoglierli con un’ottica non tanto orientata a chiedere sostegno alla crescita dei sistemi locali ma, anche e soprattutto, a mettersi in relazione con le finalità previste dalle politiche sistemiche comunitarie e nazionali, cercando di aderire a queste ultime senza considerarle come soluzioni imposte e, quindi, non perseguibili o difficilmente attuabili.

Non sarà un processo lineare, se pensiamo agli obiettivi generali che stanno emergendo in queste fasi di negoziazione tra gli stati dell’Unione Europea, la Commissione Europea e gli steackholders che dovranno far parte degli stessi programmi. Ci saranno peraltro obiettivi e linee strategiche non facili da digerire e molto difficili da declinare a livello locale, dove rischia di prevalere una logica di prevalente sostegno all’esistente. Anche nei territori produttivi la musica deve però cambiare, se i musicisti vogliono continuare a suonare nell’orchestra europea ed evitare di esibirsi in strada!

Tutte le sfide all’orizzonte

Sintetizziamo allora le principali sfide con cui dovremo misurarci sulla base di una progettazione strategica multi-livello:

  • In primo luogo, la sfida ambientale, che significa riprogettare sistemi di produzione e consumo con l’obiettivo di ridurre le emissioni e più in generale le sostanze inquinanti, mentre si riduce in modo diffuso l’impronta ecologica delle attività e degli insediamenti umani.
  • In secondo luogo, l’accelerazione del processo di innovazione, strettamente connesso alla sfida ambientale e tale da consentire di creare occupazione nuova e qualificata, oltre che un aumento della produttività, con il risultato complessivo di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni.
  • In terzo luogo, l’adeguamento infrastrutturale fisico e digitale, che richiede la progettazione innovativa degli assetti logistici, a partire da quelli urbani e macro-territoriali, soprattutto grazie all’impiego di tecnologie e materiali innovativi, oltre all’introduzione di nuove reti di comunicazione ad alta frequenza, anche per superare i gap di arretratezza, presenti ampie parti del nostro Paese.
  • In quarto luogo, la lotta alle disuguaglianze e la ricostruzione di una società fondata sul principio di uguaglianza, che è alla base anche della sostenibilità di un sistema sociale, altrimenti preda di squilibri devastanti sul piano sociale, culturale e politico.

Le sfide sono tra loro strettamente connesse e non possono essere affrontate in modo isolato, ma occorre partnership strategica e co-progettazione tra una pluralità di stakeholder consapevoli e preparati. Questi temi saranno al centro della riflessione delle istituzioni comunitarie, degli stati nazionali e dovranno essere declinati anche per le economie e i sistemi sociali locali, che devono essere in grado di affrontarli direttamente, prima che vengano riproposti in termini inappropriati o di difficile trasposizione applicativa.

Affrontare questi temi deve indurre a predisporre orientamenti di politica economica e sociale in grado di rimettere in moto l’economia su nuove basi e contemporaneamente sviluppare nuovi stili di vita. È chiaro che tutto ciò non può essere in continuità con modelli mentali consolidati e quanto è stato realizzato finora.

Le scelte cruciali

Le nuove sfide richiedono capacità di cambiare ed esplorare spazi innovativi, magari partendo da interrogativi e dilemmi relativi ad importanti aspetti dei modi di vita de di produrre.Quali consumi dovremo tutelare e quali invece ridurre in funzione della sostenibilità economica, ambientale e sociale? Quali scelte produttive e quali soluzioni organizzative della produzione industriale ridefinire in rapporto a queste sfide?

Quali attività dovranno essere i perni del nuovo sviluppo alla luce dell’accelerazione robotica e della pervasività dell’intelligenza artificiale? Come ripensare la globalizzazione, tenendo presente delle trasformazioni in atto e di altre probabili, date le possibili tendenze verso il reshoring e la ridefinizione delle sequenze logistiche, in conseguenza dell’attuale evento pandemico e di altri già prospettati per il futuro?

Quale sarà il ruolo dello stato, inteso sia come apparato che come comunità? La crisi sanitaria costituisce la conferma indubbia che le scelte sulla tutela della salute non possono essere ricondotte al mercato tout court, ma devono essere parte di una spesa pubblica obbligatoria e non relativizzata. Cosa occorre realmente per conferire efficacia ai modelli gestionali del settore pubblico a tutti i livelli, andando oltre le enunciazioni generiche in merito alla digitalizzazione?

Quali leve fiscali impiegare per ridurre le disuguaglianze?

Quale deve essere il ruolo dello stato in economia alla luce dei “fallimenti del mercato” e dei fallimenti delle visioni dirigiste, storicamente dimostratesi non in grado di far fronte ai bisogni di intere comunità?

È evidente che la riflessione puntuale, estesa e profonda interessa direttamente anche le realtà produttive locali, che devono interrogarsi con urgenza su come avviare nuove direttrici strategiche.

A tale fine è necessario avviare una fase di monitoraggio e proposta, in modo da poter intervenire sia nella definizione delle linee generali sulle quali le istituzioni nazionali e le Regioni stanno riflettendo, sia nel necessario adattamento delle condizioni locali alle nuove linee di politica economica innovativa che l’Europa ha definito. Questo processo di auto-ridefinizione dei sistemi locali deve avvenire chiamando gli attori in causa come le imprese, le istituzioni, le organizzazioni di articolazione degli interessi a confrontarsi sui nuovi obiettivi cercando di entrare nel merito del processo di cambiamento. Le istituzioni locali che, storicamente hanno avuto il ruolo di catalizzatori di riforme risultate fondamentali per le nostre fasi di crescita, devono ancor oggi farsi carico di contribuire alla nascita di una nuova cultura economica, ma anche civile e politica, che ci faccia veramente fare il salto verso una società giusta.

Conclusioni

La crisi pandemica e la significativa risposta delle istituzioni europee possono oggi aprire una nuova fase della democrazia, se si sapranno cogliere le potenzialità insite nelle traiettorie di trasformazione profonda dei sistemi socio-economici (“transizione verde e digitale”) e al tempo stesso sviluppare un vero e proprio “ethos europeo”, cioè disegni strategici e valori commisurati all’altezza delle sfide che il XXI secolo pone alla Terra vista come una “navicella spaziale”: “transition from the illimitable plane to the closed sphere…..transition from one generation to the next” (Boulding, 1966). Ripensare la società e i processi economici, dunque, ponendo al centro l’umanità e il rapporto simbiotico con il Pianeta, richiede uno sforzo collettivo, che per il “Vecchio Continente” significa essere consapevoli di questo: “La questione principale che l’Europa deve affrontare oggi è quella del senso della sua esistenza e del suo progetto collettivo. L’Europa si trova di fronte a una sfida: vuole ancora vivere? Ha ancora una speranza collettiva?” (Rastoin, 2020).

Il recente accordo del 21 luglio è un primo passo per rispondere agli interrogativi. La strada è ancora lunga, ma la direzione e il tracciato dipendono dalle scelte che gli europei saranno in grado di prendere e realizzare.

BIBLIOGRAFIA

K. Boulding, “”The economics of the coming Spaceship Earth”, in: H. Jarrett (editor), “Environmental quality in a growing economy”, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1966, 3-14).

M. Rastoin, 2020, “Quale future per l’Europa”, La Civiltà Cattolica, Quaderno 4081, 3-17, 4 Luglio.

  1. Blanchard e Leigh (Blanchard O., Leigh D., 2013, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper) riconoscono gli errori nelle stime degli effetti moltiplicativi dei provvedimenti suggeriti in una logica di austerità. Perotti è stato l’unico del gruppo di economisti italiani a riconoscere i propri errori: “Oltre quindici anni fa scrissi con Alberto Alesina due lavori nei quali sostenemmo che le riduzioni della spesa pubblica facevano bene all’economia. Oggi credo che la metodologia statistica che usammo allora fosse errata.” (Perotti R., 2013, Se l’austerità non ha alternative, Il Sole 24ore, 13 Marzo).

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