elezioni e fake news

USA 2020, le nuove tecniche per manipolare il voto. E le contromisure dei social

La campagna di manipolazione dell’informazione legata alle elezioni Usa 2020 presenta alcune novità rispetto a quelle precedenti: nuove tecniche per diffondere fake news e disorientare il pubblico di sinistra e allontanarlo dalla campagna elettorale. L’allarme lo hanno lanciato i social, che provano nuove contromisure

16 Set 2020
Antonio Marco Giuliana

analista Hermes Bay


Le prossime elezioni di novembre 2020, volte a designare il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, rischiano di essere oggetto di interferenze esterne così come avvenuto per le presidenziali del 2016 che hanno rappresentato un momento di svolta per le moderne campagne di disinformazione.

A lanciare l’allarme sono stati i social network quali Twitter e Facebook, che attraverso una indagine interna, realizzata anche tramite la collaborazione dell’FBI, hanno reso noto di aver sospeso alcuni account riconducibili all’Internet Research Agency (IRA), un’agenzia russa già protagonista nella tornata elettorale per le presidenziali del 2016. Questa infatti stava utilizzando una serie di profili falsi ed un falso sito di informazione al fine di alimentare la sfiducia nei confronti del candidato democratico Biden e favorire Donald Trump.

Internet Research Agency (IRA), come funziona la “fabbrica dei troll”

L’internet Research Agency (IRA), ribattezzata dai media di tutto il mondo come “la fabbrica del troll” fu fondata nel 2013 a San Pietroburgo, in Russia. Formata inizialmente da circa 25 impiegati, nacque con lo scopo di usare Internet, in particolare i social network, per creare e diffondere notizie false. Prima si occupò della guerra in Ucraina e della propaganda in Russia, poi con l’inizio della campagna elettorale americana cominciò a operare per minare la fiducia nel sistema democratico ed elettorale statunitense, alimentare le divisioni tra gruppi ideologici e appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump, a discapito di quella di Hillary Clinton. Secondo le accuse della stampa occidentale e del sistema giudiziario statunitense, l’operazione della “fabbrica di troll” di San Pietroburgo, costata milioni di dollari, fu avviata da Yevgeny Prigozhin, chiamato “lo chef del Cremlino”, legato al governo russo e raggiunse risultati a suo modo notevoli. Le indagini di Mueller – il direttore del Federal Bureau of Investigation (FBI) – e le inchieste giornalistiche hanno mostrato come il lavoro della “fabbrica di troll” non si fermasse mai: gli impiegati, poche decine all’inizio, diverse centinaia poi, lavoravano giorno e notte per creare account di Twitter e Facebook con i quali far circolare notizie false e per organizzare eventi e manifestazioni dovunque fosse utile e possibile. All’interno della fabbrica c’erano diverse sezioni quali quella dei troll dedicati al pubblico russo e quelle che invece lavoravano in inglese per entrare in contatto direttamente con gli elettori americani.

In particolare, per influenzare la campagna elettorale americana, così come ampiamente dimostrato da un’indagine della commissione del Senato Statunitense, l’Internet Research Agency si avvaleva soprattutto di tre strumenti:

  • account falsi sui social media (che si occupavano dei temi più caldi della campagna elettorale, tra cui immigrazione, Islam e diritti delle persone di colore);
  • organizzazione di manifestazioni reali e di proteste da parte dalla stessa fabbrica di troll sotto falso nome. Il New York Times ha individuato almeno 8 manifestazioni pianificate e promosse dall’Internet Research Agency tra il giugno e il novembre 2016: a New York, Washington, Charlotte, ma anche in alcune città della Florida e della Pennsylvania;
  • promozione di pubblicità online con contenuti politici tendenziosi.

Le varie inchieste hanno mostrano che durante l’estate del 2016 l’IRA spendeva 1,25 milioni di dollari al mese per indirizzare gli americani con la messaggistica sui social media. Nonostante le sue piccole dimensioni, l’IRA ha comunque creato l’illusione di un enorme gruppo di sostenitori originando e gestendo innumerevoli account sui social media.

La piattaforma PeaceData.net e l’intelligenza artificiale

La campagna di disinformazione compiuta dall’IRA per le elezioni presidenziali del 2020 sembra seguire una traiettoria un po’ diversa. In questo caso gli account e le pagine fittizie scoperte da Facebook e Twitter su suggerimento dell’FBI, erano collegate ad un sito di notizie “PeaceData.net” la cui mission tutt’ora dichiarata è quella di fare luce sulle questioni globali al fine di aumentare la consapevolezza su temi quali corruzione, crisi ambientali, abuso di potere, conflitti armati, attivismo e diritti umani.

L’attività di “PeaceData.net”, cominciata nell’ottobre del 2019, si limitava inizialmente a condividere articoli di differenti media. Poi, a marzo di quest’anno, l’agenzia ha cominciato a produrre articoli in proprio in inglese che venivano condivisi su Facebook e Twitter con l’intento di rivolgersi ad un pubblico di sinistra. La finalità era quella di diffondere fake news e di manipolare la pubblica opinione attraverso la condivisione di contenuti quali diritti civili o immigrazione con un taglio abbastanza critico nei confronti del candidato democratico Joe Biden. Diversi articoli, infatti, accusavano Biden di aver spostato il Partito Democratico troppo a destra ed una caratteristica che ha sorpreso (e preoccupato) gli esperti è che il sito mescolava cultura pop, politica e attivismo con l’obiettivo di attirare un pubblico giovane.

Secondo quanto riportato sempre dal New York Times, rispetto alle interferenze del 2016, l’IRA attraverso l’utilizzo di Peacedata.net come “cavallo di Troia” ha introdotto nuove tecniche per rendere più performante l’operazione di disinformazione. Tra queste troviamo:

  • l’assunzione di ignari giornalisti americani per scrivere gli articoli con contenuti disinformativi.

I collaboratori americani sono stati reclutati e selezionati con un semplice annuncio di lavoro su piattaforme ad hoc e remunerati regolarmente per allontanare ogni forma di sospetto. Questa è una novità piuttosto significativa se si pensa che i contenuti per le presidenziali del 2016 venivano gestiti esclusivamente dai russi in Russia.

  • una minore sofisticazione delle attività collegate al sito coordinate dall’Internet Research Agency. Rispetto ai casi precedenti tali attività sono risultate, infatti, facilmente rintracciabili e meno complesse. Questo ha determinato una maggiore diffusione dei contenuti ed ha reso più facile agli operatori dell’IRI creare una ingente rete di contatti attraverso l’istituzione di profili fake che hanno aumentato la credibilità del sito.
  • l’utilizzo d’identità fittizie per lo staff editoriale intestate a soggetti di fantasia i cui volti sono stati generati al computer attraverso l’utilizzo del “Generative Adversarial Networks”, una tecnica di I.A. utilizzata generalmente per la creazione di video deep fake. La finalità era quella di simulare l’organigramma di una agenzia di notizie per renderla quanto più attendibile e legittima anche attraverso l’intestazione di fittizi account Linkedin.

Naturalmente “PeaceData.net” non ha risposto alle richieste di chiarimento inviate da diversi organi istituzionali e società terze come “Graphika” che ha già collaborato con Facebook per indagare sul coinvolgimento della Russia nelle elezioni del 2016. A tal proposito gli investigatori di Graphika, la società di analisi dei social media, hanno studiato l’operazione e diffuso un report su quanto accaduto. Con PeaceData.net, a detta degli esperti, l’IRA avrebbe continuato a promuovere i propri contenuti attraverso una rete di fonti marginali con l’obiettivo finale di giungere ai media mainstream ed essere amplificati da questi ultimi. In questo modo si sarebbe potuta dividere l’opinione dei democratici servendosi anche di ignari giornalisti per diffondere fake news e disorientare il pubblico di sinistra per allontanarlo dalla campagna elettorale di Biden.

Gli avvertimenti di Microsoft

A conferma della riproposizione degli scenari per un nuovo “Russiagate”, la multinazionale di Redmond attraverso il suo blog informativo ha fatto sapere che “nelle ultime settimane ha individuato cyberattacchi contro organizzazioni e persone coinvolte nelle imminenti elezioni presidenziali USA”, specificando che il mirino è stato puntato sia sulla campagna elettorale di Trump che su quella di Biden. Il gigante informatico ha riferito che “più di 200 attacchi sono riconducibili a gruppi di hacker russi conosciuti come Strontium”, noto anche come APT28 o Sofacy o Fancy Bear. Alla loro attenzione da settembre 2019 ad oggi, sono finite organizzazioni politiche, partiti e gruppi di interesse.

A tal proposito Tom Burt, vice presidente della società Microsoft, attraverso la divulgazione di un report tecnico ha comunicato che Strontium, in questi mesi, si è impegnato in attacchi tattici di “forza bruta e di tipo password spray” per trovare le credenziali di un profilo più o meno automatizzato e per fare questo ha lavorato su aspetti di “operational security” (opsec) utilizzando diversi indirizzi IP per rendere più difficile la sua identificazione.

Alla Cina invece è riconducibile il gruppo “Zirconium“, che ha bersagliato profili politici di alto livello, “incluse persone associate a Joe Biden”. Infine, Microsoft ha segnalato anche “Phosphorus”, gruppo basato in Iran, che ha preso di mira principalmente profili di persone legate a Trump. La maggior parte di questi attacchi, ha scritto ancora Microsoft, sono stati fermati da strumenti e sistemi di sicurezza. Non a caso Russia, Cina e Iran ad agosto di quest’anno sono state indicate dall’intelligence americana come i tre soggetti principali da cui aspettarsi cyber attacchi in occasione delle elezioni 2020.

Facebook, Twitter Google: le misure preventive nei giorni prima delle elezioni USA

Dal canto suo, Mark Zuckerberg, memore degli effetti di Cambridge Analytica e con l’obiettivo di evitare un nuovo scandalo pari a quello legato alle elezioni del 2016, ha deciso di mettere in atto delle misure di prevenzione dopo essere stato criticato per molto tempo per non aver verificato e censurato determinati contenuti politici per anni. Per cominciare, ha reso noto con la pubblicazione del rapporto sulle attività di contrasto di luglio 2020, di aver rimosso gruppi, pagine ed utenti vicini al suprematismo bianco (come quelli del movimento Boogaloo), quelli che diffondono le teorie QAnon e quelli che fanno propaganda per conto del Cremlino, proprio per evitare la proliferazione e la diffusione di fake news.

Inoltre, per evitare che la piattaforma potesse essere sfruttata da organizzazioni esterne per manipolare la prossima tornata elettorale, Facebook ha annunciato vieterà le pubblicità elettorali nell’ultima settimana prima del voto delle presidenziali americane in programma il prossimo 3 novembre.

Ulteriori misure preventive per evitare possibili disordini legati al risultato delle elezioni e per salvaguardare l’intero processo elettorale sono:

  • la segnalazione di eventuali post di candidati che dichiareranno vittoria prima dei risultati ufficiali, con l’inclusione di un link che rimanderà ai risultati ufficiali di Reuters e del National Election Pool;
  • l’applicazione di etichette informative per quei contenuti che cercheranno di delegittimare il risultato delle elezioni o discutere la legittimità dei metodi di voto. L’efficacia di tali etichette dipenderà da quanto bene il sistema di intelligenza artificiale di Facebook identificherà i post che ne hanno realmente bisogno;
  • l’eliminazione di tutti i post che cercheranno di scoraggiare gli elettori dal recarsi alle urne poiché, per esempio, potrebbero così contrarre il coronavirus o che in generale sfrutteranno l’emergenza sanitaria per impedire la partecipazione al voto;
  • l’introduzione su Messenger di un limite alle possibilità di inoltrare uno stesso messaggio a più contatti o gruppi nel tentativo di rallentare le campagne di disinformazione virale, che basano il proprio successo proprio su una diffusione rapida.
  • una partnership con un gruppo di ricercatori esterni guidati da docenti dell’Università di New York e dell’Università del Texas per esaminare l’impatto e l’influenza di Facebook sulle prossime elezioni presidenziali statunitensi. In particolare, l’azienda punta a coinvolgere tra i 200 mila e i 400 mila utenti, studiandone il comportamento online, l’interazione con i contenuti presenti e l’influenza che ha il sistema di ranking della piattaforma stessa. I dati di questa corposa analisi non verranno però resi pubblici prima della metà del prossimo anno.

Twitter a seguire ha annunciato una strategia più aggressiva nel segnalare e rimuovere i tweet fuorvianti sulle elezioni. Qui compresi, come per Facebook, i messaggi che inneggiano o assegnano la vittoria a uno dei due candidati prima che i voti siano stati contati. Google e Youtube (di proprietà di Google) hanno annunciato una simile stretta.

Si noti che Twitter aveva fatto avanguardia su blocchi o segnalazioni di tweet di politici (persino del presidente Trump) e vietando la pubblicità politica.

A essere notevole è l’accelerazione di Facebook in tal senso: perché si era per tanto tempo trattenuta (preferendo un approccio hands off sulla materia) e perché è questa la piattaforma principalmente usata per influenzare le elezioni Usa 2016 e il voto Brexit.

Queste policy tuttavia non sono state apprezzate da tutti. Ad esempio, Media Matters for America, un organismo di monitoraggio dei media, crede siano delle inutili trovate pubblicitarie perché “gli annunci circoleranno comunque se sono stati pubblicati entro il 27 ottobre” e per Daniel Kreiss, professore associato presso l’Università del North Carolina a Chapel Hill, “chi gestisce la campagna elettorale dei candidati troverà sicuramente qualche modo creativo per aggirare questi divieti”.

Ad ogni buon conto resta il fatto che l’azienda si sta impegnando per non ripetere gli errori già commessi durante la campagna elettorale del 2016, dove la diffusione virale di determinati contenuti ha avuto un ruolo cruciale nell’esito delle elezioni. Si auspica quindi uno sforzo condiviso e coordinato da parte di tutti i soggetti coinvolti (partiti e candidati politici, autorità elettorali, social media e anche elettori) per rendere tali misure più efficaci possibili e per consentire un’elezione che sia quanto più libera e corretta.

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